The Monkey

The Monkey

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Ennesimo tassello del sottogenere horror “tratto da Stephen King”, con The Monkey il figlio di Anthony Perkins, osannato da molti per Longlegs, si siede su prematuri allori confezionando un horror corrivo, privo di ambiguità e sorprese, la cui esibita ironia non lo protegge da una sostanziale piattezza di fondo.

Like life (?)

Quando due fratelli gemelli trovano una misteriosa scimmietta a molla, una serie di morti inspiegabili distrugge la loro famiglia. Venticinque anni dopo, il giocattolo maledetto riappare, dando inizio a una nuova scia di sangue e costringendo i due fratelli, ormai separati, a fare i conti con il loro oscuro passato. [sinossi]

Finiranno mai produttori, sceneggiatori e registi di ispirarsi alla letteratura di Stephen King? Probabilmente no, il che è comprensibile data la tendenza del cinema, in quanto industria, a sfruttare fino all’ultima goccia di male quelli che sono autentici giacimenti orrorifici (ma non solo), e con essi quell’inesauribile fucina di idee, personaggi e atmosfere che costituiscono l’ossatura delle pagine del grande romanziere di Portland, Maine. Tanto che, da decenni oramai, quello dei film tratti da romanzi o racconti del Re è divenuto, più che un sottogenere, un genere a se stante. Nei suoi testi migliori, l’orrore nasce come risposta a un male interno, a una macchia profonda, a dissesti famigliari, a paure con cui non ci si è mai davvero confrontati. Ecco allora che il male sorge come occasione per liberarsene, oppure esserne sopraffatti per sempre. Un male/caos che è come una tempesta oscura nel bel mezzo della quale, alla cieca, si tenta disperatamente di ritrovare la strada del ritorno a casa.

La dimensione del caos e del male era l’aspetto più interessante di Longlegs (2024), nonché la sua personificazione in un Nicolas Cage quanto mai azzeccato e inquietante, una sorta di Marilyn Manson uscito fuori dal video di The Dope Show. In The Monkey, nuovamente scritto e diretto da Osgood “Oz” Perkins, quella dimensione debordante viene ritarata sul pupazzo della scimmietta a molla che suona i piatti di ottone uscita fuori dal racconto omonimo di King, facente parte della raccolta Scheletri (Skeleton Crew, 1985). Un giocattolo malefico e redivivo che perseguita, dall’infanzia sino all’età adulta, due fratelli gemelli dai caratteri opposti, divisi da odio e rancore. Scimmie omicide sono comparse in diverse occasioni nel cinema dell’orrore, da Monkey Shines – Esperimento nel terrore (Monkey Shines: An Experiment in Fear, 1988) di George A. Romero sino allo scimpanzé Gordy rievocato da Nope (2022) di Jordan Peele. Esse si pongono di volta in volta a simboleggiare allo stesso tempo l’esile membrana che separa il regno umano da quello animale e la feralità, il caos, l’incontrollabilità che proliferano nella stessa natura umana laddove cessino il controllo della ragione e/o gli imperativi morali. Al tempo stesso, la figura della scimmia si fonde qui con quella del pupazzo inanimato, della bambola che a sua volta infesta il cinema horror sin dai suoi albori. Nel film di Perkins – che nonostante i rimaneggiamenti della trama rimane fedele nella sostanza al racconto di partenza – la scimmia è da un lato agente diretto del caos inerente alla vita stessa (like life è scritto “filosoficamente” sulla confezione della scimmia-pupazzo, anziché il classico e più neutro lifelike = realistico), dall’altro materializzazione di paure e superstizioni dell’instabile e terrorizzato protagonista, nonché catalizzatore delle medesime. E tuttavia quest’ambiguità di fondo, nel film di Perkins viene a perdersi sin da subito, soffocata dall’incalzare degli eventi. Lo spettatore non è mai colto dal dubbio che le misteriosi morti possano essere delle coincidenze, anziché il frutto dell’invasato sbatter di piatti della scimmia giocattolo dopo che qualcuno le ha dato la carica girando la chiave (e la cui dentatura sporgente in una sorta di sorriso folle è probabilmente l’aspetto più inquietante del film).

A che scopo dunque presentare il protagonista, Hal, come un uomo irrisolto, dominato dalle proprie paure, incapace di avere una vita stabile e addirittura separatosi dalla moglie e dal figlio per paura delle ricadute della “maledizione” scimmiesca, a che scopo l’odio tra fratelli sul filo biblico di Caino e Abele, se poi tutto si riduce al solito body count e all’esibizione da fiera delle morti più assurde e improbabili? A che scopo quel like life? È ovvio che Perkins, innaffiando il tutto con abbondante ironia un po’ à la Raimi (ma senza la sua visionarietà né la sua generosità gore), voglia scopertamente condurre il gioco a meta dalle parti della parodia. Spaventosa, ma smaliziata e consapevole. Ma tutto sa di vecchio, di corrivo, di inutile, anche e soprattutto perché – a differenza di Longlegs, seppur non privo, anche quello, di vicoli ciechi – non trova la capacità di dare corpo a una visione originale e realmente perturbante dell’orrore. Siamo invece in pieno territorio di film-meccanismo, di horror-luna park, il che non stupisce affatto, dato che a produrre c’è James Wan con la sua Atomic Monster (che, per inciso, lo scorso ottobre ha distribuito direttamente su una piattaforma televisiva un altro film kinghiano, Salem’s Lot, di Gary Dauberman). Ogni tanto si fa, sì, qualche saltello sulla poltrona, ma è un salto pilotato, conforme, senza vere sorprese né effetti a lungo termine. Adagiato su prematuri allori, Perkins con The Monkey porta sullo schermo un film di cassetta senz’anima e senza vita (altro che life like!), né lo salvano i vari rimandi citazionisti come quello che si fa omaggio ai due padri, quello naturale e quello putativo, ovvero King: la seconda parte del film è ambientata tutta nel Motel Torrance (sai che fantasia…). Insomma, l’esatto opposto di un passo in avanti per colui che soltanto l’anno scorso veniva salutato come la nuova e originale voce del cinema horror.

Info
The Monkey, il trailer.

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