Un inverno in Corea

Un inverno in Corea

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Esordio al lungometraggio per il filmmaker franco-nipponico Koya Kamura, Hiver à Sokcho (Un inverno in Corea) è la storia dell’incontro di due culture attraverso la fugace unione di due anime nel contesto di una cittadina di mare sudcoreana. Tra Hiroshima mon amour e Lost in Translation. Nella Mostra concorso del Bergamo Film Meeting 2025.

Sokcho mon(ogatari) amour

A Sokcho, una città sul mare in Corea del Sud, la venticinquenne Soo-Ha lavora come cuoca e cameriera in una vecchia pensione. L’arrivo dalla Francia di Yan Kerrand, un illustratore in cerca di un alloggio e di ispirazione, interrompe la sua routine quotidiana e risveglia in lei domande sulla propria identità e sul padre francese che non ha mai conosciuto. Mentre l’inverno avanza, Soo-Ha e Yan si osservano e cercano di comunicare attraverso la cucina e il disegno, intrecciando un legame fragile, ma profondo. [sinossi]

Una collina coperta di boschi spogli, imbiancata dalla neve e immersa nella nebbia, un paesaggio naturale maestoso che si riflette subito dopo in un paesaggio intimo, la polvere che cade su una maglia, due amanti a letto. Un pulviscolo che può sembrare resnaisiano in un incipit che gioca, ma per contrasto, con quello di Hiroshima mon amour. Qui non c’è trasporto né passione, la ragazza a letto è rivolta dalla parte opposta rispetto al fidanzato, guarda a un altrove, a qualcosa che le succederà. Così comincia Hiver à Sokcho (Un inverno in Corea), coproduzione franco-sudcoreana, esordio al lungometraggio per Koya Kamura, regista franco-giapponese nato e residente a Parigi, presentato nella Mostra concorso del 43° Bergamo Film Meeting, dopo i passaggi a Toronto e San Sebastiàn. Le prime immagini di cui sopra, cui segue il viaggio in moto tra strade innevate della campagna coreana invernale, sono come dei versi di un haiku – che del resto Eisenstein stesso definiva quali piani di montaggio – usati, con la stessa sensibilità poetica, per delineare i luoghi e la situazione. Siamo a Sokcho, cittadina di mare della Corea del Sud che si affaccia sul Mar del Giappone. Una situazione di mare d’inverno, dove il paesaggio naturale è deturpato da massicci casermoni e grattacieli turistici, una città di pescatori con i pescherecci nel porto e i mercati del pesce fresco, in cui lavora anche la madre della protagonista Soo-Ha. Tutt’attorno le montagne che si possono raggiungere con funicolare. Una geografia periferica disadorna e arretrata. La vecchia e modesta pensione in cui lavora Soo-Ha deve rammodernarsi per stare sul mercato. Il suo fidanzato vorrebbe trasferirsi a Seoul per le opportunità della capitale e, per questo, si scontra con lei che sente ancora la vita di provincia.

Un inverno in Corea è tratto dall’omonimo romanzo della scrittrice franco-svizzera, con madre sudcoreana, Elisa Shua Dusapin, dal quale riprende il fulcro dell’incontro di due culture, francese e coreana, occidentale e orientale, e della scissione identitaria di queste due civiltà, che riflette l’esperienza della scrittrice come quella del regista. Kamura mette in scena una Corea che potrebbe essere anche Giappone, tra fumi ozuiani e calligrafie di ideogrammi cinesi, tra i jjimjilbang, i bagni termali corrispondenti dei nipponici onsen, e il fugu, il piatto tradizionale nipponico, fatto con un pesce velenoso che deve essere accuratamente tagliato e sfilettato solo da chi è autorizzato con apposito diploma, come la madre della protagonista. Soo-Ha frequenta e si innamora, non ricambiata, di questo misterioso viaggiatore francese, Yan Kerrand, un artista vagabondo in cerca di ispirazione, che lo porta fin in quell’anonima pensione di quella città perduta. Illustratore di graphic novel ispirate a Corto Maltese, Yan ha il fascino schivo ed errabondo del celebre personaggio di Hugo Pratt. Per Soo-Ha, il suo incontro assume un significato più profondo: lei è figlia di un padre francese mai conosciuto, con cui sua madre ebbe una breve relazione e che lasciò senza mai informarlo della gravidanza. Tra ricerca delle radici e desiderio inespresso, la distanza tra i due si carica di sottintesi. Quando Yan accenna alla loro differenza d’età, ipotizzando che potrebbe essere scambiata per sua figlia, Soo-Ha ribatte maliziosa: «O per la tua fidanzata».

Il loro rapporto, platonico, si snoda per immagini, di cibo e cultura. Lei gli spiega come mangiare con le bacchette, lui promette di introdurla all’uso della forchetta per la fondue. Lui produce immagini illustrate, lei piatti di pesce della cucina locale, sempre molto curati esteticamente come vuole la tradizione dell’estremo oriente. Non a caso la rottura avviene quando lei gli prepara un manicaretto francese, per compiacerlo, ottenendo l’effetto opposto. Nel flusso di immagini interne si aggiungono le sequenze d’animazione artistica, sempre poetiche, in cui ricorre l’immagine di un pesce volante, in grado di librarsi oltre quel mondo di pescatori. In Kamura torna forse la sua esperienza nell’animazione, avendo lavorato per la Disney. Anche il cinema torna in quel reticolo di visioni. Il collega anziano di Soo-Ha, incapace di comunicare in francese con Yan, la chiama dicendo che è come trovarsi davanti ad Alain Delon senza sottotitoli. Un’allusione al bilinguismo del film, che andrebbe visto rigorosamente in lingua originale. Come per lei e lui di Hiroshima mon amour, l’incontro dei due personaggi si porta anche dietro un retaggio storico traumatico. I due vanno a vedere la vicina zona demilitarizzata che separa le due coree. Sokcho stessa è una città al limite, inizialmente sotto il controllo nordcoreano dopo la Seconda guerra mondiale, passata poi alla Sud Corea nella guerra del 1950-53. Alla fine, quando Soo-Ha chiede alla madre se abbia mai cercato di rintracciare il padre, la risposta è amara: aveva pensato di rivolgersi a un’agenzia specializzata in persone scomparse, ma queste si occupano solo dei missing nordcoreani. Come per Bob e Charlotte di Lost in Translation, i due personaggi vivono una fugace situazione, nello stesso spaesamento di lui, e nella ricerca delle radici di lei, come a imitare il comportamento della madre. Soo-Ha viene respinta mentre per la madre si trattò solo di un flirt passeggero. Forse le due culture sono inconciliabili.

Info
Un inverno in Corea, un trailer.

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