The Alto Knights – I due volti del crimine
di Barry Levinson
Sostanzialmente caratterizzato dalla bizzarra trovata di affidare a Robert De Niro un doppio ruolo di protagonista, The Alto Knights – I due volti del crimine di Barry Levinson è un mafia-movie americano più che debitore di una lunga tradizione cinematografica, con palesi richiami alle modalità espressive di Scorsese. Tributo anonimo e non particolarmente riuscito a un modo di fare cinema in via di sparizione. De Niro alle prese con una prova ai limiti della cosciente autoparodia.
You talkin’ to me? You talkin’ to me?
New York, anni Cinquanta. Amici fin da ragazzi, i boss Frank Costello e Vito Genovese si ritrovano molti anni dopo al centro di un violento conflitto mafioso. Lo scontro giunge al suo culmine quando Vito, tramite un sicario, cerca di eliminare Frank, che si salva fortunosamente dall’attentato. Intanto il mondo cambia dintorno, e la mafia stringe sempre più i propri legami con la politica e con il mondo degli affari. [sinossi]
Nicholas Pileggi in sede di sceneggiatura. Un veterano come Barry Levinson alla regia. Il mafia-movie americano, con robuste venature storico-sociali. E poi lui, Robert De Niro, richiamato, a sei anni da The Irishman (Martin Scorsese, 2019), a confrontarsi direttamente con la propria vicenda artistica. Boss della malavita italoamericana, stavolta in doppio ruolo. Frank Costello e Vito Genovese: due figure emblematiche nella storia del malaffare a stelle e strisce. The Alto Knights – I due volti del crimine nasce innanzitutto come (auto)celebrazione di un modo di fare cinema pressoché perduto, rimesso in scena da un collaudatissimo ensemble artistico giunto in età anagrafica fra gli ottant’anni di De Niro e Levinson e i novanta di Pileggi. Ultranovantenne è pure Irwin Winkler, figura importante dell’industria americana che qui appare fra i produttori e che già ebbe modo più volte di lavorare con De Niro. Antico progetto risalente agli anni Settanta, di fatto The Alto Knights gioca scopertamente con le modalità espressive della produzione scorsesiana dedicata alla malavita americana. Quei bravi ragazzi (1990) e Casinò (1995) vengono entrambi da libri di Pileggi da lui stesso sceneggiati. Proprio in quelle due memorabili opere Scorsese dette altissime prove di una propria fisionomia stilistica tutta fondata su un continuo flusso narrativo fatto di voice over, immagine, musica extra- e intradiegetica, figure umane affidate a una fluviale logorrea, e finalizzato all’evocazione di un preciso mondo, di un modo di vivere e di pensare – non a caso Scorsese affidò alle medesime coordinate espressive anche il racconto di un’altra mafia americana, quella dell’alta società newyorkese di fine Ottocento nel meraviglioso L’età dell’innocenza (1993).
Film-mondo, in un certo senso, nutriti da un’ispirazione di rara efficacia e compattezza che finge le vesti del documentario applicate a un’incandescente materia narrativa di finzione, a sua volta ispirata, nel dittico dedicato alla malavita americana, a fatti realmente accaduti. Non mockumentary: semmai dockumentary. Adesso Barry Levinson, autore di lungo corso dalla cifra stilistica piuttosto distante da quella di Scorsese, sembra far propria la lezione dell’illustre collega sposandone soggetto, sceneggiatore, attore-feticcio e soprattutto modalità espressive. Non è una novità assoluta per Levinson, che già ebbe modo di lavorare più volte con De Niro e che affrontò vicende mafiose o para-mafiose in almeno due occasioni – Bugsy (1991), sorta di prequel di Casinò, e in misura minore Sleepers (1996). In realtà con The Alto Knights assistiamo a conti fatti più a una scimmiottatura dello stile scorsesiano che a un effettivo gemellaggio autoriale. Come accadeva all’Henry Hill di Quei bravi ragazzi e al Sam Rothstein di Casinò, l’anziano Frank Costello di De Niro racconta la propria vicenda in flashback, facendo uso abbondante di voice over e affidandosi a un consueto caleidoscopio dal montaggio rapido e spezzato, composto da eterogenei contributi audiovisivi. Si percepisce di nuovo l’intenzione di ritagliare una pagina di storia della malavita per farne in qualche modo allegoria di una parabola nazionale, che vede negli anni del proibizionismo una sorta di Eden giovanile destinato allo zenit e al declino nell’età adulta del traffico di stupefacenti. Tuttavia la poetica scorsesiana del flusso e delle lunghe sequenze a episodi è qui ridotta a un’irrimediabile piattezza, che riconduce sullo stesso piano anodino una messe pur corposa di spunti narrativi, annegati in una ricezione spettatoriale decisamente anestetica. Anche perché stavolta la musica d’epoca latita e il tappeto sonoro è soffocato da un incessante commento musicale dai toni tronfi e tambureggianti.
The Alto Knights celebra un’intera tradizione cinematografica americana, il gangster-movie che va da James Cagney (palesemente evocato) alla carriera dello stesso De Niro. Qua e là sembra fare capolino pure il Sergio Leone di C’era una volta in America (1984), nell’idealizzazione dell’adolescenza condivisa nelle strade e pure in un paio di citazioni abbastanza dichiarate – il negozio di dolciumi, una per tutte. Noodles e Max interpretati stavolta dallo stesso attore. Del resto, più volte nel film di Leone viene pure da pensare che Max sia una proiezione oppiacea di Noodles, l’uomo che Noodles non è mai riuscito a diventare. The Alto Knights intona insomma inni nostalgici ed elegiaci a un grande cinema che fu, e malgrado la sua robusta convenzionalità espressiva il film di Levinson finisce per delinearsi come una mosca bianca fuori dal tempo se confrontato con le pratiche espressive e produttive invalse nell’attuale cinema americano. Pileggi e Levinson mostrano anche una certa cura nella rievocazione storica, visto che il film affronta due figure realmente esistite e fondamentali nella lunga vicenda della malavita americana. Ma a fronte di cotanti intenti, lungo la visione del film ci interessa sempre meno di che si stia effettivamente parlando nel racconto, irrimediabilmente distratti dalla trovata del doppio ruolo affidato a De Niro. Che è pure in grande spolvero. Max e Noodles insieme. E pure Sam Rothstein e Nicky Santoro insieme. Il Costello/Rothstein affarista e razionale, e il Genovese/Santoro schizzato e violento. Levinson riserva alla figura di Costello il profilo del protagonista, mentre a Vito Genovese resta qualche apparizione più sparuta e ai limiti del caricaturale, pure nell’aspetto fisico. In tutta franchezza non si percepisce l’effettiva necessità di affidare a De Niro entrambi i ruoli, se non quella di fornirgli l’occasione per una performance istrionica e trasformistica. Mafioso al quadrato. Celebrazione di se stesso fino all’ebbrezza dello sdoppiamento narcisistico davanti allo specchio.
I due personaggi interagiscono poco, e mai in modo memorabile. E se De Niro è pure in gran forma, The Alto Knights finisce per rasentare a sua volta la dimensione dell’autoparodia alla quale spesso Bob sembra essersi condannato, ma con molto gusto e divertimento, nei suoi ultimi venticinque anni di carriera. Del resto la parodia affiora pure nel trucco buffonesco applicato al suo volto per interpretare i due personaggi. Al fondo, tale ostentazione parodica non sembra derivare da un infelice deragliamento verso il ridicolo involontario, ma pare piuttosto frutto di una precisa intenzione espressiva. Non si esce da The Alto Knights particolarmente rinfrancati. Il piacere della visione cinematografica è un po’ tutt’altra cosa. Eppure si ricava anche la sensazione di aver assistito a qualcosa di malriuscito ma profondamente insolito. La reincarnazione ultimativa di un modo di fare cinema in via di estinguersi, che nella sua infinita moltiplicazione nel tempo non può che andare incontro ai camuffamenti della parodia. Della parodia. Della parodia. Parodie al cubo. Mentre il mafia-movie si estingue, o nel migliore dei casi cambia pelle. E De Niro si guarda allo specchio. E ride. Alla fumeria d’oppio.
Info
The Alto Knights, il trailer.
- Genere: biopic, gangster movie, noir
- Titolo originale: The Alto Knights
- Paese/Anno: USA | 2025
- Regia: Barry Levinson
- Sceneggiatura: Nicholas Pileggi
- Fotografia: Dante Spinotti
- Montaggio: Douglas Crise
- Interpreti: Anthony J. Gallo, Belmont Cameli, Cosmo Jarvis, Debra Messing, Ed Amatrudo, Frank Piccirillo, James Ciccone, Joe Bacino, Kathrine Narducci, Louis Mustillo, Matt Servitto, Michael Adler, Michael Rispoli, Robert De Niro, Robert Uricola, Tim Livingood, Wallace Langham
- Colonna sonora: David Fleming
- Produzione: Winkler Films
- Distribuzione: Warner Bros.
- Durata: 123'
- Data di uscita: 20/03/2025




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