Angry Squad

Angry Squad

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Vorticosa e imprevedibile variazione ‘tributaria’ sul tema dell’heist movie nella quale, in una società irrimediabilmente corrotta, la maxi-truffa si rivela essere l’unica possibile forma di giustizia (o di vendetta) rimasta, Angry Squad permette a Shinichiro Ueda di tornare ai suoi temi metacinematografici più cari, ritrovando almeno in parte e pure in una produzione mainstream quello smalto, quei continui colpi di scena e quell’insistito ribaltarsi di vero e falso che lo avevano portato alla ribalta ai tempi di One cut of the dead. In prima europea al 27mo Far East Film Festival di Udine.

Kumazawa’s Seven

Kumazawa, un rigoroso ispettore dell’ufficio delle imposte, cade vittima di una truffa orchestrata da Himuro, che lo convince a bonificargli 830.000 yen per comprare una macchina usata che in realtà non possiede. Per fortuna, l’ispettore ha un amico poliziotto che lo aiuta a identificare il truffatore. Nel frattempo, Kumazawa sta collaborando malvolentieri con una collega iper-zelante, Mochizuki, per incastrare Tachibana, un costruttore edile corrotto che ha evaso il fisco per 800 milioni di yen. Il loro capo, che è in combutta con il costruttore, viene a sapere dell’indagine e costringe Kumazawa a scusarsi pubblicamente con il suo bersaglio. Per evitare di finire nei guai a causa del raggiro dell’auto, che potrebbe rimandarlo in prigione, Himuro promette a Kumazawa che lo aiuterà a incastrare Tachibana con una grossa truffa immobiliare. Ma prima deve mettere insieme una squadra che comprenda un astuto falsario, un esperto stuntman simulatore di incidenti stradali, due finanziatrici e tutti gli attori necessari alla sceneggiata. Nonostante tutti i suoi scrupoli da funzionario pubblico integerrimo e cittadino rispettoso della legge, Kumazawa si unisce alla squadra… [sinossi]

A ben vedere, era quasi ovvio che prima o poi Shinichiro Ueda avrebbe deciso di realizzare un heist movie. Un genere che, nella sua attenta preparazione del colpo grosso in cui studiare personaggi, scrivere copioni, trovare finanziamenti e organizzare le prove necessarie, così come successivamente nelle vere e proprie recite a soggetto e nelle improvvisazioni delle varie fasi della meta-rappresentazione con cui andare in scena per realizzare finalmente la truffa, è per definizione uno fra i più intrinsecamente metacinematografici, e proprio per questo permette al regista nipponico classe ’84 di ritornare giocosamente a stratificare le proprie ossessioni sulla recitazione, sulla realtà, sulla finzione e sul loro confine che sfuma nell’inevitabile soggettività del vero e del falso. Non è certo un caso, in tal senso, che pur nel suo respiro assolutamente mainstream e popolare l’intreccio di Angry Squad: Civil Servants & Seven Swindlers, uscito lo scorso novembre nelle sale del Giappone e adesso in prima europea al 27mo Far East Film Festival di Udine, si strutturi in una concatenazione a matrioska di apparentemente infiniti (meta)inganni e livelli di finzione, in cui basta la singola informazione aggiuntiva dell’ennesimo colpo di scena (nella narrazione, o forse nella vita) per ribaltare ancora una volta tutto ciò che si è visto fino a scoprirsi, gli spettatori proprio come i personaggi sullo schermo, ancora una volta ingannati da una recita fatta implicitamente, ma non per questo meno inevitabilmente, della stessa sostanza del cinema. Una struttura narrativa in qualche modo “a cipolla” su cui già si imperniavano tanto il set nel set del folgorante Zombie contro zombie – One Cut of the Dead quanto gli ingaggi ‘familiari’ ed ‘emotivi’ del successivo Special Actors, nella quale gli arzigogoli di una trama che prende libera ispirazione dalla serie coreana del 2016 Squad 38, cui deve la bizzarra quanto efficace intuizione di trasformare un pavido ispettore dell’ufficio imposte in una sorta di Robin Hood contemporaneo che si erge a genio di una truffa che in realtà è l’unica residua via per punire i più intoccabili evasori fiscali, e in questo caso vendicare un amico e collega spinto al suicidio dalla spietata arroganza dello stesso imprenditore criminale, si disvelano rapidi, adrenalinici e imprevedibili fra (improbabili) alleanze e (magari solo apparenti) tradimenti, fra ripetuti cambi di tono e una costante capacità di sorprendere, fra l’unica verità raccontata con la sfacciataggine di chi sta mentendo facendo spettacolo e i disvelamenti che cambiano (o forse portano a termine) i piani dell’una e dell’altra parte. Fra esche, abboccamenti, infiltrati, tensioni e menzogne, fra dispositivi elettronici, sudori freddi e colpi da maestro per mandare la palla numero 9 in buca, fra funzionari civili e sette (o forse otto) truffatori professionisti, fra una minaccia per cui svenire con un piede su un tagliere e un locale segreto in cui giocare per soldi, fra una telefonata di parole chiave e il momento in cui lasciare palla (avvelenata) agli avversari. Fra chi produce lo spettacolo, chi ne scrive la sceneggiatura, chi ne cura gli effetti speciali, chi la dirige, chi ci recita e chi guiderà la falsa macchina della polizia con cui scappare con il bottino. Fra le attente preparazioni dei ruoli con cui attaccare e le contro-strategie con cui il nemico contrattacca, trasformandosi a sua volta in attore e fingendo di stare al gioco per tentare di ingannare chi sta cercando di truffarlo.

È quindi prima di tutto un discorso sul ruolo dell’attore, Angry Squad. Un ruolo tanto fraudolento e menzognero che sin dal primo ὑποκριτής salito su un palcoscenico nella Grecia Antica l’atto stesso di recitare si lega alla medesima radice semantica dell’ipocrisia, e che Shinichiro Ueda riprende dai suoi lavori più riusciti per sviscerarlo e portarlo avanti procedendo ancora una volta dal particolare, ovvero dai dettami non necessariamente del tutto veri su cui far lavorare (i sostanziali) attori e maestranze, fino a giungere alla visione generale rashomoniana del capobanda Himuro, ex-galeotto e professionista della truffa ben attento fino all’ultimo a svelare e a nascondere alla sua squadra arrabbiata ciò che serve per ottenere da tutti gli altri la migliore possibile delle performance, dando loro e di conseguenza al pubblico, come un sostanziale meta-regista, una sola indicazione alla volta. Come a dire che una verità assoluta e oggettiva, sullo schermo ma anche nella vita, forse nemmeno può esistere, ma solo impressioni, convinzioni e vere/false verosimiglianze, pronte a essere costantemente rimesse in discussione a seconda del punto di vista, di quello che si sa, di quello che non si sa e di quello che si crede di sapere, di quale sia l’attuale strato di scrittura e messinscena e la relativa consapevolezza di farne parte. Tanto più in un mondo irrimediabilmente corrotto, fatto di maschere e di personaggi ben più che di persone su cui poter contare, fatto di crudeltà (e di qualche mazzetta) elargita dal Potere ben più che di una reale possibilità di giustizia, per lo meno nell’ambito di una legalità che non serve più a nulla. Un mondo in cui tutto è recitazione, anche il silenzio di fronte alla moglie riguardo una truffa subita e alla quale si sta cercando di rimediare, anche lo spassoso irrompere nei dialoghi familiari delle prove di una figlia che sogna di fare teatro, anche la falsa rispettabilità di un capo che prende tangenti e protegge delinquenti, anche i tentativi di dissimulare la preoccupazione per l’indagine disciplinare che l’ennesimo potente ha scatenato per schiacciare l’ennesimo innocente. Una denuncia politica e sociale che Shinichiro Ueda mette sullo schermo anche con forza, come nella violenta sequenza in cui il protagonista Kumazawa viene costretto a scusarsi per non avere fatto assolutamente nulla al ricco villain Tachibana (del resto, che cos’era stato anche l’iniziale inciampare e fingere di essere stato aggredito se non una vera e propria recita dell’imprenditore, corruttore, incallito evasore e falso filantropo per ribaltare a proprio favore una situazione scomoda?), il quale non pago lo umilia versandogli sulla testa un’intera bottiglia di vino e pretendendo come risposta un sorriso, e quindi un’altra mortificata finzione. È però per questo che quando Himuro, già capace di spillare a Kumazawa 830.000 yen fingendosi venditore (e dall’altra parte acquirente) di un’auto usata, ma scoperto grazie alle ricerche di un amico poliziotto, inaspettatamente gli si presenta per restituirgli il maltolto e proporgli di entrare in società per truffare Tachibana, il titubante impiegato decide di accettare, scoprendo progressivamente una vitalità che non aveva mai avuto nel prepararsi per il proprio ruolo imparando a giocare a biliardo, imparando a mantenere la calma, imparando l’arte del borseggio, ma soprattutto imparando a mentire guardando negli occhi e pronto a qualsiasi imprevisto, consapevole di essere nella piena illegalità eppure dalla parte della ragione e della giustizia, consapevole di non potersi più «girare dall’altra parte» ma di dovere agire personalmente e ad ogni costo. Il risultato è un film divertente e divertito, ostinatamente per tutti nella sua rapidità d’azione e nella sua aderenza trasversale al genere di riferimento, ma non per questo meno ambizioso e stratificato nel suo aperto gioco con il vero, il falso e il senso stesso del mettere in scena, o meno sanamente furioso nel suo sguardo sulle storture del mondo. Certo, la brillantezza teorica di One Cut of the Dead è probabilmente irripetibile e indissolubilmente legata alla sua totale indipendenza, ma questa volta, lasciato alle spalle il passo falso del deludente e (letteralmente) sterile Popran, ci si può accontentare molto più che volentieri.

Info
La scheda di Angry Squad sul sito del FEFF.

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