Teki Cometh
di Daihachi Yoshida
Ultima opera di Daihachi Yoshida, un autore già noto al pubblico del FEFF, Teki Cometh è un film incentrato sul tema della solitudine senile, dei bilanci e rimpianti di una vita, i fantasmi che riappaiono, ma anche dello scricchiolare di un mondo più ampio, con le sue certezze e garanzie. In un abbacinante bianco e nero il regista filma il declino di una civiltà, giapponese e occidentale. Al Far East Film Festival 2025.
Le foglie morte
Gisuke Watanabe, un professore di letteratura francese in pensione, vedovo, vive da solo in un’abitazione tradizionale giapponese. La sua routine quotidiana comprende preparare pasti gustosi e scrivere articoli. Si trova a fronteggiare un calo del suo potere di acquisto, soprattutto quando il redattore di una rivista gli comunica che la sua serie sulla cultura francese sta per essere cancellata. Sul suo pc appare una notifica che avverte criptica-mente: «Il nemico sta arrivando da nord». E la sua defunta moglie gli appare per rimproverarlo di una sua relazione platonica con una seducente ex studentessa. Sono solo sogni? [sinossi]
“Quel che si colora e poi cade / sono le foglie d’acero / che toccano il mio corpo / in un crepuscolo d’autunno”. Si tratta di un brano dell’Ise Monogatari, un poema classico giapponese che esprime il senso di caducità della vita tramite la metafora dei momiji, gli aceri le cui foglie si incendiano di colore rosso in autunno prima di cadere. Tutte le foglie dell’acero, chi prima chi dopo, finiscono prima o poi per cadere. Una foglia ancora rimasta sulla pianta, tra le poche, è rappresentata dal professor Gisuke Watanabe, protagonista di Teki Cometh di Daihachi Yoshida, film presentato al 27° Far East Film Festival, dopo il successo all’ultimo Festival di Tokyo. Si tratta di un’opera sulla senilità e sulla solitudine di un uomo anziano che pure è in pieno possesso di tutte le sue facoltà, è attivo nelle sue pratiche quotidiane, scrivere articoli sulla Fedra di Racine, preparare il riso bollito, macinare il caffè, pulirsi con il filo interdentale, preparare l’agnello in salsa bernese. Nessun processo degenerativo, il film è ben diverso da un Amour. Ma come tutte le ultime foglie rosse rimaste di un albero, Gisuke si trova solo, senza tutte quelle persone che lo hanno accompagnato nella sua vita, che ora gli appaiono come fantasmi. Una condizione come quella raccontata dal grande drammaturgo Arthur Miller in una delle sue ultime opere, Mr Peters’ Connections. E indubbiamente l’età del protagonista lo rende comunque fragile. Con un brillante montaggio analogico ed ellittico, Yoshida mostra la scena del water di Gisuke con un problema per le feci passando direttamente a quella in cui si sottopone a colonscopia.
Gisuke è l’esempio di un intellettuale accademico raffinato d’altri tempi, un sensei, sospeso tra oriente e occidente, che vive in una casa tradizionale con il classico giardino alla giapponese e che studia la letteratura francese. Cita Proust e frequenta un bar, in una situazione vagamente ozuiana, che si chiama Vol de nuit come il romanzo di Saint-Exupéry. Esempio di quella cultura sincretica che risale all’Epoca Meiji, come Hyakken Uchida, che insegnava tedesco, portato sullo schermo da Akira Kurosawa in Madadayo, o come Shigehiko Hasumi, intellettuale capace di scrivere saggi su Ozu come su Flaubert. Teki Cometh mette in scena la scomparsa di questi eruditi in una società moderna che non ne ha bisogno. Ormai la rivista per cui contribuiva ha deciso di chiudere la collaborazione con lui perché le pagine culturali sono state ridotte. Nella crisi senile di Gisuke, nei suoi incubi che prendono vita, nei fantasmi che lo accompagnano, come nei film di Kiyoshi Kurosawa, nelle sue illusioni erotiche, si riflette una disgregazione di una società che vive l’isteria delle invasioni barbariche dei migranti visti come brutti e sporchi. Gisuke deve difendere la sua comfort zone, rappresentata dalla sua casa con giardino tradizionali, fuori dalla quale c’è l’uomo che puzza e la donna che raccoglie gli escrementi del suo cagnolino che si chiama Balzac.
Teki Cometh è girato in un abbacinante bianco e nero contrastato, che scolpisce gli elementi architettonici tradizionali e le forme delle piante del giardino, e non si confonde con quelle scale di grigi del cinema classico nipponico. La scelta è anche funzionale in quel gioco di ribaltamenti improvvisi tra sogno e realtà, laddove a volte una scena onirica si rivela poi come tale lasciando l’ambiguità per tutto il resto. Daihachi Yoshida scandisce la narrazione con le stagioni, cominciando dall’estate, nel richiamo tradizionale della cultura orientale, alle stagioni della vita. In una tale e fitta rete di citazioni letterarie, fa capolino il cinema. Gisuke corregge qualcuno che pensa che Zazie nel metrò sia un romanzo di Louis Malle. No, l’autore è Raymond Queneau mentre Malle è il regista che ne ha tratto un film. Il cinema irrompe nella società, è ingombrante. A Gisuke viene poi regalato un piccolo cannocchiale, da qualcuno che gli dice di non usarlo come in Gli uccelli ma come in La finestra sul cortile, mettendo in relazione due opere di Hitchcock manifestando preferenza per la seconda. Non uno sguardo ornitologico per vedere la natura che si ribella contro l’uomo, bensì uno sguardo voyeuristico, essenza stessa del cinema, per spiare quello che succede dentro le case, proprio come quella di Gisuke.
Info
Teki Cometh sul sito del FEFF.
- Genere: drammatico
- Titolo originale: Teki
- Paese/Anno: Giappone | 2024
- Regia: Daihachi Yoshida
- Sceneggiatura: Daihachi Yoshida
- Fotografia: Hidetoshi Shinomiya
- Montaggio: Shuiichi Sone
- Interpreti: Asuka Kurosawa, Kumi Takiuchi, Kyozo Nagatsuka
- Colonna sonora: Hiroki Chiba
- Produzione: Geek Pictures Inc.
- Durata: 108'



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