Rewrite
di Daigo Matsui
Con oltre un mese di anticipo sull’uscita nelle sale del Giappone trova la sua prima mondiale al 27mo Far East il nuovo Rewrite del sempre interessante Daigo Matsui, che parte questa volta dal topos fanta-romantico-paradossale de La ragazza che saltava nel tempo per, appunto, riscriverlo in un’ibridazione di generi narrativamente imprevedibile e nemmeno troppo velatamente meta-teorica. Un esplicito e accorato omaggio a Nobuhiko Ōbayashi, autore del primo adattamento in celluloide del romanzo di Yasutaka Tsutsui, che si interroga sul destino e sul rapporto fra verità, finzione, invenzione e menzogna, tanto nella letteratura quanto, inevitabilmente, nel cinema e nella vita.
La ragazza che (non) ritornava al futuro
La protagonista, Miyuki, è una studentessa all’ultimo anno delle superiori quando nella sua classe arriva un nuovo studente di nome Yasuhiko. C’è qualcosa di diverso, quasi soprannaturale, in lui e presto la ragazza ne scopre il perché: presentandosi davanti a lei nella biblioteca della scuola, le confessa di provenire da un futuro lontano 300 anni, e che il suo viaggio nel tempo è stato ispirato da un romanzo dell’epoca di lei. Miyuki mantiene il segreto di Yasuhiko e, nel corso di un’estate movimentata, i due si innamorano. Poi, dopo aver preso una pillola che il suo innamorato le ha dato, incontra una se stessa di dieci anni più grande, la quale le rivela che il libro che a Yasuhiko piace tanto è opera di lei stessa, e che non deve fare altro che scriverlo. Poco dopo, Yasuhiko ritorna nel futuro e Miyuki decide di far sì che il libro diventi realtà. Dieci anni dopo, tuttavia, il pathos degli amanti separati dal tempo, e forse per sempre, svanisce quando durante la rimpatriata di classe Miyuki scopre con suo grande stupore di non essere l’unica a conoscere il segreto di Yasuhiko… [sinossi]
C’è il profumo di lavanda, c’è il (quasi) incidente con la bicicletta, c’è il terremoto in città, ci sono le canzoni popolari da cantare insieme, c’è il becher che puntualmente cade e si rompe nell’aula di scienze liberando un misterioso fumo bianco, e ovviamente c’è il viaggiatore nel tempo di cui perdutamente innamorarsi e da guardare malinconicamente andare via, con o senza la memoria di quei giorni da adolescente. Eppure, a partire già dal titolo, quello che il forse mai davvero straordinario ma sempre estremamente interessante cineasta giapponese Daigo Matsui vuole fare con il suo nuovo Rewrite, presentato in prima mondiale al Far East 2025 con più di un mese in anticipo sull’uscita prevista in Giappone, non è l’ennesimo adattamento più o meno (in)fedele delle pagine del classicissimo La ragazza che saltava nel tempo dello scrittore giapponese Yasutaka Tsutsui anche attore per Shinya Tsukamoto in Gemini, e fondamentale ispiratore con l’altro suo bestseller Paprika per l’omonimo e tristemente ultimo film animato di Satoshi Kon. Ne vuole piuttosto essere, in collaborazione con gli sceneggiatori Haruka Hôjô e Makoto Ueda, una vera e propria programmatica riscrittura non a certo caso basata sulla riscrittura, di un libro che magari ancora non esiste eppure a ben vedere stava da sempre in una borsa, così come di un destino spartito fra le possibili linee alternative del passato e del futuro che inevitabilmente ogni viaggio nel tempo può rivoluzionare. Una riscrittura, si diceva, che si lascia ispirare molto liberamente dagli elementi di quel coming of age fantascientifico d’amore adolescenziale e paradossali ripetizioni temporali, dal 1967 della sua stesura già trasposto almeno una decina di volte fra i grandi e i piccoli schermi non solo del Sol Levante e oramai diventato puro τόπος, per reinventarli in una storia-altra, multiforme, tridimensionale, narrativamente sorprendente e ben più stratificata di quanto il suo tono apparentemente scanzonato voglia dare a vedere. Una storia, a sua volta ancora tutta da ribaltare nel suo brillante quanto imprevedibile disvelamento corale e per molti versi metacinematografico/teorico con cui nella seconda parte i toni da teen drama sentimentale vireranno decisamente verso quelli della commedia, che si incentra appunto su un libro da (ri)scrivere come un(ic)a missione di vita, e sulle possibili ripercussioni catastrofiche sul passato e sul presente che un’unica (?) discontinuità temporale può provocare. Ma anche una storia fatta di riflessioni tutto fuorché banali sulla sorte, sulla vita e almeno in un caso sulla morte (prematura, preannunciata, improvvisa, ingiusta, ineluttabile, forse addirittura indotta dall’esperienza); e ancora sul valore di una promessa e sul rapporto che intercorre ineludibile, tanto nella letteratura quanto inevitabilmente nella quotidianità dell’esistenza e nel cinema che la mette in scena, fra realtà e finzione, sincerità e inganno, invenzione e memoria, verità e menzogna. Del resto, già Nobuhiko Ōbayashi nel 1983 del suo The Girl Who Leapt Through Time prima e omonima versione cinematografica del romanzo aveva scelto, fra giornate sugli sci, specchi, tegole e falsi ricordi instillati nei protagonisti, di distaccarsi non poco dal testo letterario di partenza, ed è proprio al grande regista scomparso nel 2020 che dichiaratamente, a partire dalla scelta di ambientarlo e girarlo proprio in quella Onomichi che a Ōbayashi diede i natali, il film di Daigo Matsui vuole rendere un accorato ed esplicito omaggio, con un’operazione a ben vedere non troppo dissimile (e allo stesso modo ossessionata dallo scorrere del tempo – lì modulare e a ritroso, qui ucronico e ingannevole anche nella sua sostanziale linearità) da quella con cui il suo precedente Just Remembering guardava con ammirazione e passione, ma anche con quella giusta distanza necessaria per rielaborare suggestioni simili in tutt’altra trama geograficamente stanziale e con differenti ambizioni, al Jim Jarmusch di Taxisti di notte.
È per questo che, mentre come si diceva generi e toni si sovrappongono dall’agrodolce del fanta-teen-melo-dramma (di formazione umana, individuale e sentimentale) fino a una commedia degli equivoci quasi in odor di slapstick, passando per un intreccio di flashback che a suo modo strizza l’occhio a un certo tipo di heist/noir mentre ridiscute ogni tassello mandando il vero e il falso in pieno cortocircuito, il salto nel tempo non è più, questa volta, il giorno che ricomincia più e più volte dal principio immaginato dal romanzo e vissuto dalla sua protagonista, e nemmeno il superpotere (a scadenza, e inevitabilmente foriero di disastri ma pure di poesia) con cui risolvere le grandi e piccole problematiche della vita che aveva immaginato Mamoru Hosoda per il suo La ragazza che saltava nel tempo in versione anime, apertamente citato da Matsui con la copertina del libro da scrivere che nient’altro è che la magnifica locandina del film Madhouse del 2006, e poi ulteriormente omaggiato con quel professore che si chiama proprio Hosoda e che, anche a distanza di un decennio, rimarrà il più amato dall’intera scolaresca. O meglio, il salto nel tempo secondo Rewrite può essere tutto questo e anche tutt’altro, però rigorosamente traslato per narrazione e soprattutto per senso. Si pensi al giorno ripetuto della protagonista, che si può rintracciare solo come (meta)illusione, come messinscena da adulta (e felice della sua vita ormai a Tokyo come romanziera di successo e moglie) con cui di fatto auto-ingannare (proprio come altri inganni si riveleranno più avanti tanto molteplici quanto obbligati dalle circostanze, ma soprattutto proprio come è intrinsecamente inganno il cinema) la se stessa ragazzina che deve ritrovare tutto identico a com’era/come sarà, riportando ogni giorno indietro il calendario/orologio digitale mentre il tempo continua per lei a scorrere cronologico e imperterrito. Un sostanziale set ricostruito sulla base della memoria nel quale aspetta come in un controcampo l’unico e ritardatario ‘Ritorno al futuro’ della sé di dieci anni più giovane da guidare e motivare, consapevole che le sue scelte future/passate vanno necessariamente protette da un potenziale paradosso temporale pronto a distruggere, proprio come per Marty McFly piombato nel bel mezzo dell’innamoramento dei propri genitori nel capolavoro zemeckisiano, la propria stessa esistenza di ieri, di oggi e di domani. Oppure si pensi a come l’unico vero loop temporale si scoprirà essere di ben venti giorni alla volta (che però per gli altri possono essere solo pochi minuti), e riguardare invece il bizzarro visitatore giunto da oltre tre secoli più avanti, coesistente in sempre più versioni che continuano a fallire il rientro nel futuro, a ripartire dall’inizio del viaggio e a moltiplicarsi sempre più numerose in un’epoca non loro, in cui deve necessariamente continuare a evitare gli altri cloni di se stesso, e a ripetere a turno con tutti gli altri, allo stesso modo adolescenti e allo stesso modo potenziali romanzieri oppure non romanzieri, il medesimo copione con cui far vivere l’avventura (anche) a quello che sarà l’autore non solo di un libro su quella storia, ma del libro giusto, quello che gli aveva ispirato il viaggio e del quale il visitatore si era ben presto reso conto di essere suo malgrado il protagonista. L’unico modo per «chiudere il loop», rimediare al guasto procurato dalle sue interferenze temporali e permettergli finalmente di tornare a casa senza avere fatto danni irreparabili sulla continuità dell’universo, a costo di rendere (un inconsapevole ruolo in una) finzione ogni verità autobiografica dell’intera classe, che in ogni caso con gli editori e anche in famiglia, pur senza poter immaginare di quanto in realtà ci si avvicinasse, da sempre doveva essere necessariamente raccontata come frutto della pura fantasia. Per lo meno fino a quando non arriveranno accuse di plagio e infiniti romanzi pressoché identici, che al momento della rimpatriata di classe apriranno all’unica possibile verità ibrida di realtà e messinscena, con tanto di capoclasse-demiurgo, capace come un perfetto regista di coordinare tempi e luoghi di ogni componente della folla, che le circostanze avevano costretto ad aiutare il ragazzo per proteggere tutto il mondo da una catastrofe già innescata. Come a dire che, in tutto questo, forse la realtà stessa è necessariamente narrazione, illusione, inganno di un occhio e di una mente che non potranno mai essere sicuri dell’onniscienza e che anzi non potranno mai fare a meno della propria soggettività, mentre ogni narrazione che viene messa in scena non può prescindere dalla realtà di un rapporto fra persone che, anche quando consapevolmente e inconsapevolmente ripetuto recitandolo sempre uguale, non può che rivelarsi in realtà sempre differente, perché differente e sempre unico è l’animo di ognuno, differenti e sempre uniche sono le emozioni, differenti e sempre uniche sono le sensibilità, differenti e sempre unici sono i sentimenti. Perché differenti e sempre uniche sono le diverse umanità. Forse l’unica esperienza davvero inestimabile, quella per cui è valsa la pena mettersi in viaggio nonostante tutto, quella da portarsi nel futuro per renderlo un posto migliore.
Info
Rewrite sul sito del FEFF.
- Genere: commedia, drammatico, fantascienza, sentimentale, teen movie
- Titolo originale: Rewrite
- Paese/Anno: Giappone | 2025
- Regia: Daigo Matsui
- Sceneggiatura: Makoto Ueda
- Interpreti: Elaiza Ikeda, Kei Adachi
- Durata: 127'




Far East 2025
Far East 2025 – Presentazione
Just Remembering
Afro Tanaka