Cannes 2025 – Minuto per minuto
Cannes 2025, settantottesima edizione del festival transalpino, torna alla carica, e porta con sé la prenotazione dei posti in sala (con annesse crisi degli accreditati), e la sua solita struttura formata tra concorso, Un certain regard, film fuori dalla competizione, sezioni collaterali. Due settimane di cinema, gioie e dolori, stanchezze assortite, in attesa di scoprire su quale titolo si concentreranno le attenzioni della giuria. Come sempre cercheremo di raccontarvi quello che accade sulla Croisette, tra accenni critici sui film, note sparse, impressioni e aneddoti. Buona lettura, e buon divertimento!
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Sabato 24 maggio 2025
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19.45
Ed eccoci alla fine del Festival di Cannes 2025. I premi.
Poteva andare meglio, poteva andare peggio, è andata così:
Palma d’oro: Un simple accident di Jafar Panahi.
Grand Prix: Sentimental Value di Joachim Trier.
Prix du Jury: ex-aequo a Sirat di Oliver Laxe e Sound of Falling di Mascha Schilinski.
Regia: Kleber Mendonça Filho per O agente secreto.
Interpretazione femminile: Nadia Melliti per La petite dernière di Hafsia Herzi.
Interpretazione maschile: Wagner Moura per O agente secreto di Kleber Mendonça Filho.
Sceneggiatura: Jean-Pierre e Luc Dardenne per Jeunes mères.
Prix Spécial: Bi Gan con Resurrection.
La Caméra d’Or per il miglior esordio: The President’s Cake di Hasan Hadi (Quinzaine).
Al prossimo anno. E buone visioni… [e.a.]
13.34
Cerchiamo per un istante di tornare a ragionare sul cinema. Allora, ieri è stato presentato in concorso Jeunes Mères, tredicesimo lungometraggio dei fratelli Dardenne (dieci di questi hanno partecipato alla gara per la Palma d’Oro, vincendo due volte) che tornano per l’ennesima volta a ragionare sul sistema sociale belga, stavolta concentrando l’attezione sulle storie di cinque ragazze madri che vivono in una struttura pubblica per giovani donne indigenti. Un lavoro non privo di interesse, più convincente degli ultimi parti creativi del duo (La ragazza senza nome, L’età giovane, Tori e Lokita), ma comunque lontano anni luce dall’ispirazione degli esordi. Qui si vocifera addirittura di un’altra Palma d’Oro: sarebbe oggettivamente ingiusto nei confronti di un concorso così ricco e vario. [r.m.]
13.17
E infine, l’ultimo giorno, l’apocalisse. Da tre ore l’intera città di Cannes è senza elettricità. Non funzionano i semafori, non ti fanno un caffè, non c’è rete internet neanche coi soli dati. Però, all’interno di questo scenario, il Palais funziona perfettamente (mensa a parte, chiusa), grazie a generatori autonomi che pompano energia all’immenso immobile. Situazione a dir poco bizzarra: un’intera città senza luce, e il cinema che procede dritto per la sua strada. Intanto gli accreditati si chiedono se riusciranno a partire, o meno. Suspense. [r.m.]
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Venerdì 23 maggio 2025
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23.45
Telegrafici, i premi della sezione Un Certain Regard:
Premio Un Certain Regard: La misteriosa mirada del flamenco di Diego Céspedes.
Premio della Giuria: Un poeta di Simón Mesa Soto.
Miglior regia: Arab e Tarzan Nasser per Once Upon a Time in Gaza.
Miglior attore: Frank Dillane per Urchin di Harris Dickinson.
Miglior attrice: Cleo Diára per O Riso e a Faca di Pedro Pinho.
Miglior sceneggiatura: Pillion di Harry Lighton.
A domani quelli che contano… [e.a.]
22.30
Anni Settanta, «in un tranquillo angolo del Massachusetts». Dei quadri, una rapina sgangherata, una commedia nera, una riflessione sempre più amara sugli Stati Uniti, sulla media borghesia. I prodromi di quello che decenni dopo diventerà lo scivolo del trumpismo, una resa morale già in atto da anni. Con un film che sembra quasi stanziale come il precedente Showing Up, per poi mutare in una sorta di on the road, Kelly Reichardt attraversa e sabota con The Mastermind il genere heist movie, trascinandoci poi verso un finale limpidamente politico, nettissimo. JB Mooney (Josh O’Connor) è un personaggio che sprofonda via via in un buco nero. Con lui, inesorabilmente, una bella fetta di concittadini… [e.a.]
15.32
Facendosi largo a livello festivaliero tra gli ingombranti Koreeda e Hamaguchi, il più che apprezzato Kōji Fukada (Sayonara, A Girl Missing, Love Life) conferma con Love on Trial il suo sguardo anticonvenzionale, la capacità di guardare altrove e oltre. Interessante, in tal senso, lo slittamento dalla dimensione ultra-popolare delle idol a quella parte celata, persino negata, delle vite di queste ragazze\ragazzine, costrette a vivere solo ed esclusivamente per i fan, sacrificandosi per loro. Desideri e morbosità, apparenza e contratti capestro. Dal palco a un’aula di tribunale. Presentato tra le diramazioni del fuori concorso (Cannes Première), Love on Trial prosegue a suo modo un discorso sui lati oscuri di un mondo fatto di luci e lustrini, canzoncine e cuoricini, che Satoshi Kon (Perfect Blue) aveva trascinato nell’incubo. [e.a.]
12.31
Tra le Séances spéciales ha trovato collocazione anche L’Homme qui a vu l’Ours qui a vu l’Homme, ritorno alla regia per il mitico Pierre Richard a novant’anni: se mancava dietro la macchina da presa addirittura dal 1997 (Droit dans le mur) come attore ha continuato a essere presente – tra gli altri è in Jeanne du Barry di Maïwenn e La Vallée des fous de Xavier Beauvois, ma il cinema italiano lo ricorda sublime protagonista del bel L’angelo dei muri di Lorenzo Bianchini. Qui si limita a una commedia gentile, un po’ favolistica e tenera, che parla di diversità, vita fuori dagli schemi borghesi, e lo fa con una naïveté consapevole ma un po’ troppo facile. Comunque l’orso co-protagonista meriterebbe la Palme Dog, sempre che i plantigradi siano ammessi alla contesa. [r.m.]
09.53
Il festival volge verso la sua conclusione, ma i colpi di coda in questa eccellente edizione non possono mancare. Ed ecco dunque che Resurrection, il terzo lungometraggio del cineasta cinese Bi Gan, approda sugli schermi del festival sconvolgendo la visione: due ore e mezza di rarissima potenza e raffinatezza cinematica, che però nello sfavillio della forma nasconde un senso profondo di riflessione sul cinema come ancora della Storia novecentesca, e come unico modo per poter leggere la mostruosità del secolo breve. Riflessione anche sulla Cina e sul suo essere in perenne rivoluzione (almeno nelle immagini), Resurrection lascia senza fiato, e ricorda anche al più refrattario degli spettatori quale sia la differenza tra grande e piccolo schermo. Straordinario. [r.m.]
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Giovedì 22 maggio 2025
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19.24
Dopo aver partecipato al concorso di Cannes 2022 con il sorprendente, magnifico, Leila e i suoi fratelli, il giovane regista iraniano Saeed Roustaee torna sulla Croisette con Woman and Child, meno eclatante del precedente ma comunque interessante. Prima ancora della visione del film, all’annuncio della sua partecipazione al Festival, l’opera è stata oggetto di critiche preventive da parte di alcuni artisti esuli: Roustaee qualche settimana fa è stato accusato di fornire un’immagine vetusta della condizione femminile poiché nel suo film (lo si deduceva dal trailer) le donne portano sempre il velo, anche in casa. Woman and Child non è infatti un film “clandestino”, ossia realizzato senza il nulla osta della autorità del Paese. Dunque secondo gli oppositori era stato realizzato con una sorta di beneplacito… E proprio a dimostrare (non che ce ne fosse davvero bisogno) che non si giudica mai un film senza prima vederlo, bizzarramente il lavoro di Roustaee è esattamente una programmatica (persino troppo) storia di superamento del patriarcato per approdare a una società matriarcale e più umana. Prima si guarda, insomma, poi si parla… [e.b.]
18.15
La solitudine del campione, la sofferenza, gli incidenti e le rovinose cadute; la vita di tutti i giorni con moglie e figli, l’amore e le lettere dei fan, la fama internazionale; le vittorie, le grandi imprese, i record. Quasi ipnotico, trascinante, minuzioso nel sondare, indagare e cercare di trasportarci nel micro e macrocosmo del campionissimo, La course en tête (1974) di Joël Santoni si incolla a Eddy Merckx, al ciclismo, a un’epica immortale, riuscendo a farci sentire la strada e la pista. Notevole documentario rimesso a nuovo e presentato nella sezione Cannes Classics. [e.a.]
13.07
Non è legittimo parlare di “delusione” per l’opera seconda di Matteo Zoppis e Alessio Rigo de Righi, ma dopo il magnifico Re Granchio ci si aspettava qualcosa di più con ogni proabilità da Testa o croce?, bizzarro western maremmano con tanto di presenza in scena di Buffalo Bill interpretato da John C. Reilly. I due registi si lanciano in una rivisitazione del genere, a partire dalla versione italiana dello stesso, ma tra rimandi leoniani, peckinpahiani, fordiani e via discorrendo l’anima concreta del film sembra venire un po’ meno, come se ci fosse più divertimento nel farlo che nel vederlo. Interessante, in ogni caso, e testimonianza del talento del duo. In Un certain regard. [r.m.]
11.19
La serata di ieri si è chiusa con un terzo film in concorso, Affeksjonsverdi del norvegese Joachim Trier, che in inglese ha come titolo Sentimental Value: racconto di incapacità relazionali famigliari sullo sfondo dell’arte della rappresentazione – teatrale e cinematografica -, il lavoro di Trier (che può contare di nuovo sulla classe e la bellezza di Renate Reinsve, cui si affiancano un sempre eccellente Stellan Skarsgård e una meravigliosa, struggente Elle Fanning) mostra deferenza tra gli altri verso Ibsen, Strindberg e Bergman, e conferma le qualità della sua messa in scena del corpo attoriale. Qui sulla Croisette ha generato un entusiasmo incontrollato, e molti accreditati stampa gridano alla Palma d’Oro. Non sarebbe uno scandalo, ma all’interno di una selezione di altissimo livello come quella di quest’anno apparirebbe un riconoscimento un pochino generoso. [r.m.]
10.33
Di quando in quando si avverte anche la necessità di un film più canonico, classico, “abituale”. Si accetta così di buon grado in competizione anche The History of Sound, racconto di un amore tra due musicisti nel Maine degli anni Dieci del secolo scorso dove galeotta fu l’etnomusicologia. Oliver Hermanus dirige con una mano felice che quasi mai aveva fatto capolino nella sua filmografia, e il film sa ergersi anche a riflessione su due culture tutt’altro che simili, quella britannica e quella statunitense, e sul concetto di radici. Bravi e in parte Paul Mescal e Josh O’Connor, che potrebbero anche concorrere per un premio. [r.m.]
09.27
Il concorso si avvia verso la sua conclusione, ma non cessa di regalare visioni intense. È così anche per Romería, il terzo lungometraggio per la regista catalana Carla Simón, che continuando a girare attorno al tema della famiglia e della memoria semi-autobiografica disegna una traiettoria struggente. Il racconto è quello della diciottenne Marina che, orfana di entrambi i genitori, decide di recarsi a Vigo dove vive l’intera famiglia di suo padre, che lei non ha mai conosciuto. AIDS, libertà, segreti famigliari nascosti in un film ricco di stratificazioni, tanto narrative quanto visive, e di una riflessione sul cinema come atto di ricostruzione dell’immaginario e della memoria. [r.m.]
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Mercoledì 21 maggio 2025
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14.34
Torna a Cannes, nella sezione Un Certain Regard, il regista indiano Neeraj Ghaywan con la sua opera seconda, Homebound, vicenda drammatica di sogni di emancipazione sociale destinati a essere disillusi. Due amici fin dall’infanzia, appartenenti a una casta con poche prospettive, tentano di entrare nella Polizia nazionale partecipando a un esame di Stato dove solo una persona su 750 ha possibilità di successo. Ma questo è solo l’innesco di una serie di accadimenti che a tratti fanno sperare per il meglio e poi volgono al peggio, che separano i due e poi li riuniscono. E arriverà anche la pandemia a devastare le vite dei lavoratori poveri, quali sono i protagonisti. Un film che non ha paura di denunciare la situazione di privazione estrema di una grande parte della società indiana e che indora ben poco la pillola con i buoni sentimenti. Un bel lavoro. [e.b.]
12.45
Colpo di fulmine. A parte i dubbi sul nuovo lavoro di Chomet, l’animazione a Cannes (saranno contenti ad Annecy?) si è presentata in grande spolvero, offrendoci una varietà di storie, scelte grafiche, target. Se ieri sera gli spettatori della Croisette hanno potuto (ri)vedere in spiaggia l’imperdibile Angel’s Egg di Mamoru Oshii, rimesso a nuovo per il quarantennale, oggi è stato il turno della proiezione stampa di Amélie et la Métaphysique des tubes, ennesima dimostrazione dello straordinario stato di salute dell’animazione francese, nonché battesimo di due nuovi nomi da seguire con attenzione: Maïlys Vallade e Han Liane-Cho. In poche parole, la vita e il suo ciclo, le scoperte e le gioie, le inevitabili perdite e la crescita in un tripudio di colori. Divertente, commovente, speriamo di vederlo nelle sale italiane. [e.a.]
11.12
Oltre all’esordio di Scarlett Johansson stamattina si è visto anche Vie privée, il film con cui la parigina Rebecca Zlotowski torna nella selezione ufficiale del Festival di Cannes – fuori concorso – a dodici anni di distanza da Grand Central. L’occasione gliela fornisce questa detection in forma di commedia, che con toni non poi così distanti da vagheggiamenti alleniani vede una eccellente Jodie Foster nei panni di Lilian Steiner, psichiatra che da decenni vive nella capitale francese. La donna si convince che una delle sue pazienti non si sia suicidata, come la vulgata vuole, ma sia stata invece uccisa… Divertente, costruito con semplicità ma senza sbavature, il film poggia gran parte della sua solidità sulle prove attoriali che, oltre a Foster, vedono in campo Daniel Auteuil, Mathieu Amalric, Vincent Lacoste e Luàna Bajrami. In tre parti più piccole – una delle quali però narrativamente fondamentale – appaiono poi Virginie Efira, Park Ji-min e addirittura Frederick Wiseman, monumento del cinema documentario che da molti anni ha lasciato gli Stati Uniti per trasferirsi in Francia. [r.m.]
10.33
Mentre ci chiediamo come saranno i film scritti e diretti dall’intelligenza artificiale, arriva a Cannes (nella sezione Un Certain Regard) il debutto alla regia della star hollywoodiana Scarlett Johansson: forse Eleanor the Great (questo il titolo) può fornire una risposta alla domanda di cui sopra. Certo, parliamo di un’intelligenza artificiale ancora elementare e poco evoluta… Venendo al film, Eleanor the Great racconta la storia di una signora di 94 anni, di origini ebraiche, vedova da anni, a cui muore la migliore amica, anche lei ebrea ultranovantenne, con cui viveva da anni in Florida. Eleanor torna quindi a New York, dove abitano figlia e nipote e qui nasce una commedia agrodolce degli equivoci, ma con tanti buoni sentimenti e ovviamente la memoria della Shoah. Ingredienti semplici per la sceneggiatura, regia non pervenuta. [e.b.]
08.33
Sempre ieri sera abbiamo invece fatto un salto in quel del Théâtre Croisette, sala dove si svolgono le principali proiezioni della Quinzaine des Cinéastes. L’occasione l’ha data la presentazione di Dangerous Animals, thriller orrorifico battente bandiera australiana e diretto da quel Sean Byrne che se ne stava silente da un decennio dopo aver portato a termine The Loved Ones e The Devil’s Candy. Qui si lancia nel campo della lotta tra esseri umani e squali, anche se l’impressione è che nessun carcarodonte possa battere in crudeltà l’homo sapiens – un po’ alla maniera de La pericolosa partita di Merian C. Cooper e Ernest B. Schoedsack. Ci si diverte, ma in realtà solo a tratti, perché di quando in quando inspiegabilmente Byrne decide di prendersi sul serio. E questo è un errore che con film del genere non si dovrebbe commettere mai (vedere alla voce dell’impagabile Piranha 3D di Alexandre Aja). Applausi convinti in sala da parte di un pubblico assortito – alla Quinzaine ci sono anche i biglietti in vendita, cosa che non accade per la selezione ufficiale – e molto giovane. [r.m.]
07.48
Il primo aggiornamento mattutino torna con la mente all’ultima proiezione del concorso di ieri sera, vale a dire Fuori di Mario Martone, unico titolo italiano in competizione quest’anno. Tra i più splendenti lavori del cineasta partenopeo, Fuori prende l’abbrivio dall’esperienza in carcere vissuta nei primi anni Ottanta da Goliarda Sapienza, e traccia le coordinate per un viaggio emotivo, storico, politico, che parte dall’individuo e diviene collettivo. Un’opera gigantesca, che potrebbe non essere compresa qui sulla Croisette soprattutto dalla stampa anglosassone che – non ce ne voglia nessuno, e non si intende generalizzare – sovente manca di strumenti per analizzare in fondo il cinema contemporaneo. [r.m.]
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Martedì 20 maggio 2025
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19.30
Verso l’ora di pranzo invece avevamo recuperato Once Upon a Time in Gaza, il film dei fratelli palestinesi Arab e Tarzan Nasser ospitato in Un certain regard. Tentare la via del genere per raccontare i mille traumi del popolo palestinese – traumi prodotti dagli incessanti bombardamenti israeliani, all’ordine del giorno anche nel 2007, quando ha inizio questa storia, ma anche da divisioni interne e corruzione – non era una sfida facile, ma nonostante una partenza un po’ lenta può dirsi compiutamente vinta. E il film in quanto tale funge come atto di resistenza collettivo, come se il cinema potesse riuscire là dove le diplomazie di mezzo mondo neanche stanno pensando di provare. [r.m.]
19.19
Per la quinta volta Jafar Panahi torna al Festival di Cannes, e l’impressione è che Yek tasadef sadeh (traslitterazione dal farsi یک تصادف ساده, tradotto letteralmente nel titolo francese Un simple accident) scatti in pole position per un premio tra i più rilevanti, ivi compresa ovviamente la Palma d’Oro. Straordinaria riflessione sulla vendetta, sulle responsabilità individuali in una struttura sociale fascistoide, e sull’impossibilità di uscire da determinati schemi predetti, Un simple accident è uno dei più felici parti creativi del sessantaquattrenne regista iraniano, che sfodera una scrittura sublime e una messa in scena da lasciare senza fiato. Imperdibile, quando verrà distribuito in sala. [r.m.]
08.49
E sempre ieri in competizione si è visto anche Alpha, attesissimo ritorno sulla Croisette di Julia Ducournau dopo la Palma d’Oro ottenuta nel 2021 con Titane. Anche qui si ruota attorno al genere – o meglio: alla mescolanza dei generi – per narrare di rapporti famigliari traumatici, di tare ereditarie, e via discorrendo. Il talento visivo della quarantunenne parigina è innegabile, ma se qualcuno si fosse preso la briga di rileggere e correggere la sceneggiatura forse si sarebbe evitato un accumulo via via sempre più indigesto di scene madri, accatastate le une sulle altre. [r.m.]
08.40
Ieri in concorso è passato anche il nuovo film dello svedese di padre egiziano Tarik Saleh, che con Eagles of the Republic torna a parlare dei loschi intrighi in quel del Cairo, stavolta narrando di un attore costretto ad accettare di interpretare nientedimeno che al-Sisi. Lo schema, insomma, è sempre quello di La cospirazione del Cairo e se vogliamo anche di Omicidio al Cairo, con l’aggravante che qui il plot regge poco, e sembra girare spesso a vuoto. [e.b.]
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Lunedì 19 maggio 2025
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16.27
Presentato nel concorso di Un Certain Regard, Pillion di Harry Lighton è una fresca, graziosa e al fine dolce commedia di formazione queer, benché con risvolti malinconici, incentrata sul rapporto tra un giovane “slave” alla sua prima esperienza, Colin, e Ray, un master assai più avvezzo a certe dinamiche. Motociclista di bellezza statuaria (l’interprete è Alexander Skarsgård al suo top muscolare), Ray è inizialmente assai severo e non concede alcuno spazio a interazioni che non rientrino nelle regole del rapporto padrone/schiavo… E però qualcosa di più e di diverso prende forma un po’ alla volta: sarà un bene? Lavoro davvero gradevole e dal tono spiccatamente British, il film non si sottrae a una sequenza orgiastica molto erotica con i bikers e i loro “sottomessi”. La battuta, perdonate, viene spontanea: il tutto sarebbe da far vedere al quasi omonimo Pillon. Chissà cosa ne penserebbe… [e.b.]
14.35
Produttore e sceneggiatore (e scrittore) con una filmografia decisamente rilevante (L’innocenza, Your Name., The Boy and the Beast, Confessions), Genki Kawamura risolleva le sorti dei film di mezzanotte con Exit 8, horror psicologico che guarda al nastro di Möbius senza però accontentarsi del mero meccanismo narrativo. Già apprezzato al suo esordio dietro la macchina da presa (N’oublie pas les fleurs), Kawamura scrive, dirige e produce un film che riesce a trovare la quadratura del cerchio, la via di fuga dalla classica struttura narrativa e scenografica basata su una distopia spazio-temporale. [e.a.]
10.13
Arduo uscire altrettanto gaudenti dalla visione di The Phoenician Scheme, dodicesimo lungometraggio diretto da Wes Anderson in ventinove anni di carriera. Il perché è presto detto: il suo cinema oramai si muove con il pilota automatico, manca di carne, è asettico, immateriale, come se tutto ciò che prende vita in scena appartenga a un meccanismo fin troppo scoperto, senza però diventare mai analisi di alcunché. A parte questo almeno qui, contrariamente a The French Dispatch e Asteroid City, ci si diverte e soprattutto si segue una narrazione coerente, senza accumulo di sottotrame. È già qualcosa. Il film uscirà in sala in Italia con il titolo La trama fenicia il prossimo 28 maggio. [r.m.]
09.54
Tornando invece con la mente al concorso è facile leggere in O agente secreto di Kleber Mendonça Filho un monito contro la dittatura, ma chi si sta sperticando in accostamenti con il recente Io sono ancora qui di Walter Salles – e sono in molti – probabilmente non coglie che uno degli aspetti del film: Mendonça Filho ragiona sulla spaccatura brasiliana tra nord e sud, riflette una volta di più sulla sua Recife, parla di distruzione della ricerca universitaria, e fa tutto questo attraverso uno studio dell’immagine ipertrofica, al confine del grottesco, che è parte integrante della cultura pernambucana (è qui che nacque la letteratura brasiliana, quattrocento anni fa, con Prosopopeia di Bento Teixeira). Affascinante lavoro politico sul Brasile, sul mondo e sull’immagine, O agente secreto conferma l’ottima selezione operata da Cannes in questo 2025. [r.m.]
09.29
Contariamente a quanto scritto per il film di Pinho si vede che la versione di Magalhães, il nuovo film di Lav Diaz presentato ieri sera in Cannes Première, è stata pensata a uso e consumo solo della Croisette. Il lavoro nella sua interezza dovrebbe durare circa nove ore, qui si è visto un montaggio di due ore e mezza che non può non risultare rabberciato, soprattutto perché elimina proprio il concetto di spazio-tempo tipico del grande cineasta filippino. L’epopea di Ferdinando Magellano nell’ottica di un lavoratore di immagini come Diaz non può certo essere ridotta a centocinquanta minuti, e tutto questo si avverte durante la visione – il montaggio è in ogni caso approntato dal regista stesso, qui prodotto tra gli altri da Albert Serra. Ciò detto, ad avercene di film rabberciati in grado di scuotere così in profondità lo spettatore! [r.m.]
09.22
In un festival internazionale ingolfato come Cannes si tende a fare economia un po’ di tutto: cibo, riposo, svaghi di qualsivoglia tipo. Anche perché i film, al contrario, spesso non economizzano sul minutaggio, e questo trascina con sé una preventiva maldisposizione. A volte però… Senza i suoi 215 minuti di durata O riso e a faca, nuovo lavoro del cineasta portoghese Pedro Pinho presentato in Un certain regard, apparirebbe ad esempio paradossalmente monco. Straordinario lavoro sul paesaggio della Guinea-Bissau, riflessione sul neo-colonialismo “progressista”, indagine dell’identità del protagonista che si muove con rara abilità tra documentario e finzione, il film di Pinho – suo il già eccellente A fábrica de nada, visto alla Quinzaine des réalisateurs nel 2017 – è il racconto di una perdizione, quella occidentale ancora convinta di “operare per il bene” dei popoli africani. Potentissimo, e perfino divertente. [r.m.]
08.44
Al suo quarto lungometraggio e dopo il ponderoso, bellissimo Godland, Hlynur Pálmason cambia strada e stile. E torna a stupire, ma non necessariamente in positivo. Ospitato a Cannes nel magmatico “fuori concorso” (in questo caso la sezione Cannes Première), The Love That Remains (titolo internazionale del film) è il racconto intimo di una famiglia in cui i genitori si stanno separando. Senza strali o grossi screzi, con affetto e delicatezza. Ambientato in una landa islandese, il film segue lo scorrere delle stagioni attraverso scene della vita quotidiana dei due con i loro tre figli, attraverso un tono quasi documentaristico intervallato da sprazzi di lirismo e onirismo. Affascinante a tratti, spassoso in alcuni dialoghi ben scritti, il lavoro lascia però un senso di eccessiva rarefazione, come se mancasse lo slancio determinante per donare vera forza e convinzione all’opera. [e.b.]
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Domenica 18 maggio 2025
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23.59
Alla fine, nonostante la durata eccessiva e un meccanismo che alla lunga si dimostra un po’ troppo ripetitivo, a Le Roi Soleil si perdona un po’ tutto, perché il giocattolo è ben levigato, divertente, anche sagace – sì, messi alla prova spesso non siamo il massimo dell’onestà e della coerenza: dannati soldi, dannati sogni. Il film di Vincent Maël Cardona, tra i titoli del gruppetto di mezzanotte, gioca a carte scoperte e può contare soprattutto sulla solidità del cast, da Lucie Zhang a Maria de Medeiros, passando per Sofiane Zermani (scrittura e messa in scena, certo, ma senza questi attori…). Uscirà? [e.a.]
22.01
Il primo film nigeriano ospitato dalla selezione di Cannes nell’intera storia del Festival si intitola My Father’s Shadow ed è stato introdotto oggi, nella sala Debussy, dal regista Akinola Davies Jr. come un lavoro sull’importanza delle radici famigliari e sull’appartenenza alla propria terra. Presentato nella sezione Un Certain Regard, il film – dichiaratamente semi-biografico – racconta la “gita” di un padre, molto assente nella vita domestica, assieme ai due figli piccoli (8 e 11 anni) a Lagos. La giornata è di quelle destinate a restare nella memoria: siamo nel 1993, si sono tenute le elezioni, il regime che tiene in scacco la Nigeria è stato battuto, ma il golpe per restare al potere è presto servito. Così, mostrando luoghi importanti per lui e la madre dei bambini, incrociando persone e facendo conoscere ai figli uno spazio sociale che non avevano mai visto, ci si trova nella Storia del Paese. Un racconto di formazione non eclatante ma pregevole, in concorso anche per la Camera d’Or. [e.b.]
14.37
Nel plotoncino dei titoli più attesi sulla Croisette c’era anche Marcel et Monsieur Pagnol, ritorno alla regia di un lungometraggio d’animazione di Sylvain Chomet, già entrato nella storia del cinema grazie a Appuntamento a Belleville e L’illusionista. Archiviata a suo tempo e senza troppi entusiasmi la sequenza animata di Joker: Folie à Deux, usciamo anche questa volta dalla sala perplessi, con la convinzione – probabilmente errata – di esserci trovati di fronte a un film privo di una reale urgenza poetica, ma anche privo di una convincente idea di scrittura. Biopic che cerca di intrecciare alcuni piani narrativi (la mente corre al più vivace e riuscito Le avventure del piccolo Nicolas), Marcel et Monsieur Pagnol sembra non voler rinunciare a niente (teatro, cinema, Storia, vicende personali ecc), risultando alla lunga piuttosto schematico, persino piatto. Ad oggi, forse, fatte le debite proporzioni, la delusione più cocente del festival. [e.a.]
10.40
Giorno dopo giorno, anno dopo anno, la sezione Cannes Classics ci permettere di recuperare nelle migliori condizioni possibili (con delle riserve sulla sala, problematica quando si è troppo laterali) alcuni titoli fondamentali. E se titoli come Barry Lyndon o La febbre dell’oro sono giganteschi e già ampiamente visti e soprattutto recuperabili senza problemi, il discorso cambia e diventa ancor più interessante per opere come Stelle (Sterne, 1959) di Konrad Wolf, Premio Speciale della Giuria della XII edizione del Festival di Cannes. Coproduzione bulgaro-tedesca, la pellicola si focalizza sull’impossibile storia d’amore tra un sottufficiale tedesco e una ragazza ebrea destinata alla deportazione. Il primo film tedesco ad affrontare l’Olocausto, la colpa incancellabile e il possibile riscatto, meriterebbe oggi maggiore visibilità, per contenuto e soprattutto forma. Ancora una volta, giova ricordarlo: (anche) a questo servono i festival. [e.a.]
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Sabato 17 maggio 2025
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23.31
Sarebbe bellissimo vedere il Festival di Cannes con gli stessi occhi, sorridenti e pieni di vita, di Yui Suzuki, la ragazzina protagonista di Renoir di Chie Hayakawa. Giustamente entusiasta di trovarsi, accolta da applausi, al Grand Théâtre Lumière per presenziare film in Concorso. Suzuki è una delizia così come il film in cui recita, un’opera sull’età in cui veramente si iniziano a stabilire connessioni importanti con la propria interiorità e con il mondo. Il secondo lungometraggio di Hayakawa, presente nel 2022 nella sezione Un Certain Regard con Plan 75, è un lavoro di nitore esemplare, un racconto sulla pre-adolescenza ricco di sfumature e tutte perfettamente espresse, raccontate con grande sensibilità. Renoir è davvero un bel film. E che gioia, che lievità, negli occhi della sua giovanissima protagonista. [e.b.]
23.17
Dispacci serali, parte seconda. Dopo Linklater è toccato a Raoul Peck, che tra le proiezioni speciali ha portato il suo George Orwell 2+2=5, che prende l’abbrivio dalla vita e dalle opere del grande letterato britannico, e in particolar modo dalla scrittura di 1984 per lanciarsi in una requisitoria contro il capitalismo, il fascismo e i totalitarismi. Magari sarebbe stato opportuno puntare l’accento anche sui disastri tutt’altro che libertari dell’universo “progressista” (c’è solo qualche allusione, e una stilettata contro Macron), ma nel complesso questo blob riesce a toccare le corde giuste, e a ragionare sul pensiero socialista e l’operaismo. I compatrioti saranno felici di sapere che nel pamphlet di Peck c’è spazio anche per l’Italia, che fa la sua porca figura – visto che si parte all’autore de La fattoria degli animali l’aggettivo pare calzante – grazie a un paio di interventi di Giorgia Meloni e all’elencazione dei beni posseduti in vita da Silvio Berlusconi, tra i quali spiccano anche il Milan e il Monza. [r.m.]
23.12
Dispacci serali, parte prima. In una giornata che non ha dato requie, inanellando una proiezione dopo l’altra, non si può non rimarcare come il concorso continui a dimostrarsi di alto livello, ben superiore ai saliscendi degli ultimi anni: la conferma viene anche dall’ottimo Nouvelle Vague, con cui Richard Linklater omaggia un intero movimento raccontando in maniera quasi cronachistica la lavorazione di Fino all’ultimo respiro. Erano anni che non si vedeva un cineasta statunitense affrontare un film completamente parlato in una lingua che non sia l’inglese – vengono in mente nell’ultimo ventennio il Clint Eastwood di Lettere da Iwo Jima e il Mel Gibson di Apocalypto, entrambi curiosamente del 2006 -, ma a colpire non è solo la dimostrazione d’amore cinefila, ma bensì la capacità di ragionare su un film capitale di quasi settant’anni fa per rimarcare l’urgenza politica di tornare a girare così, e a credere nell’immagine come forza rivoluzionaria. [r.m.]
20.05
Qualche ghiblismo di troppo, tre (finti) cattivi respingenti come i tre marmittoni e portatori insani di un birignao fuori posto, qualche sequenza tirata via e un mecha design non molto convincente, ma anche dei fondali ben realizzati (interessante il confronto con linee e cromatismi del bosco de La mort n’existe pas) e una declinazione della fantascienza (con un po’ di fantasy) ad altezza preadolescente. Opera prima di Ugo Bienvenu, Arco è avventuroso, emotivamente coinvolgente, rispettoso dell’età dei suoi protagonisti (e dei suoi potenziali spettatori) e intreccia buone idee narrative e grafiche. Tra i produttori, Natalie Portman. [e.a.]
14.56
È la Cannes degli attori che si tramutano in registi, perché se ieri sera è si è visto l’esordio dietro la macchina da presa di Kristen Stewart stamattina in Un certain regard è toccato a Urchin, affascinante dramma diretto da Harris Dickinson – i più lo ricorderanno in Triangle of Sadness. Qui Dickinson si riserva un piccolissimo ruolo, lasciando la scena a un eccellente Frank Dillane, che incarna il ruolo di un giovane allo sbando, dapprima senzatetto e poi incapace in ogni caso di prendere in mano la propria esistenza, anche perché la società che lo circonda è ben poco interessata ad aiutarlo. A metà tra gli slum di Lino Brocka e il cinema civile di Ken Loach, ma con una punta di disillusione, Urchin è un lavoro di pregio, diretto per di più con sguardo appassionato e personale. [r.m.]
09.11
La giornata di ieri è terminata intorno all’una di notte, perché siamo stati tra i non molti fortunati (?) ad avere in sorte di accedere alla proiezione in Debussy di The Chronology of Water, opera d’esordio dietro la macchina da presa per Kristen Stewart. Traendo ispirazione dal libro autobiografico di Lidia Yuknavitch, Stewart si lancia in un biopic liquido, del tutto distante da qualsiasi attrazione narrativa consona, dove ogni elemento viene giustapposto per ipotesi lirica, e nulla più. Altissima l’ambizione, che gioca con alcuni degli stilemi di registi con cui l’attrice ha lavorato (in particolare Kelly Reichardt, Olivier Assayas e Pablo Larraín) ma guarda anche in direzione di Terrence Malick – la voce interiore, la scomposizione del montaggio -; il risultato, pur non privo di fascino, è però abbastanza freddo e asettico, nonostante l’accorata interpretazione di Imogem Potts. [r.m.]
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Venerdì 16 maggio 2025
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23.20
Felice opera prima presentata nella sezione Un Certain Regard, The Plague di Charlie Polinger si muove come un (art) horror tra le pieghe dell’adolescenza, tra pulsioni incontrollabili, corpi che mutano, piccole e grandi violenze, dolori e vergogne. Un teen movie tutto al maschile, con ragazzine-oggetto a fare da sfondo, elementi ancora alieni in questo microcosmo fatto di balbettanti ormoni e di bullismo pronto a esplodere o implodere. A tratti sottilmente inquietante, l’esordio di Polinger fotografa benissimo la solitudine e la brutalità di questa età acerba. [e.a.]
22.15
Dopo Transatlantique (2014), Ville Neuve (2018) e Archipel (2021), l’animatore canadese Félix Dufour-Laperrière approda alla Quinzaine con La mort n’existe pas, confermandosi autore singolare, sperimentale e dai densi contenuti. Percorso da continue metamorfosi, estetiche e narrative, il film riflette su ribellione e violenza, su vita e morte, sulle scelte personali e politiche. Animazione decisamente adulta, affascinante, destinata molto probabilmente a restare inedita nel Bel Paese – come, del resto, la precedente produzione di Dufour-Laperrière. [e.a.]
20.17
Sarebbe servito un grande affresco sulla pandemia, gli Stati Uniti che tornano nella braccia di Trump, il rigetto dal basso delle élite (con ragioni e torti). Sarebbe servito. Ma non è Eddington di Ari Aster, sesto film presentato in concorso a Cannes 78. Ed è anche brillante, sebbene non nuova, l’idea di unire l’imperituro e fondativo western con lo spaesamento e le deviazioni di un post moderno che slitta sempre altrove. Ma Aster non scrive come Pynchon e non arriva ai livelli di chi questa operazione l’ha già compiuta con successo, come i fratelli Coen di ormai lustri fa. Quel che vediamo è alla fine solo un affastellamento indigesto, forse indigeribile. Una grande ambizione che non sfonda né nel grottesco né nella precisione rappresentativa. Un disco che gira a vuoto. E, per giunta, troppo a lungo nelle sue due ore e mezza. [e.b.]
19.01
In concorso è stato presentato oggi La petite dernière, terzo lungometraggio da regista per l’attrice trentottenne Hafsia Herzi, nota ai più per le sue interpretazioni nei film di Abdellatif Kechiche (Cous cous, Mektoub, My Love: canto uno e Mektoub, My Love: Intermezzo). E proprio dalle parti del regista tunisimo guarda questo coming-of-age con protagonista Fatima, brillante studentessa al liceo che si accorge di essere attratta molto più dalle ragazze che dal sesso opposto: ci sono rimandi a La vie d’Adèle, con tanto di citazione plateale, anche se Herzi non sembra interessata ad allargare troppo lo sguardo, e si limita a una rappresentazione corretta e partecipe, anche se forse eccessivamente prevedibile, dei turbamenti della bella e brava protagonista, la giovane Nadia Melliti. [r.m.]
10.50
Fantascienza di dopodomani, sfacciatamente mescolata alla pandemia, per uno scenario che abbraccia un controllo asfissiante a trecentosessanta gradi. Al di là dei quotidiani controlli sanitari, dello spiegamento militare, dei droni e dei cani-robot, il centro gravitazionale di Dalloway di Yann Gozlan è l’intelligenza artificiale e il furto programmatico e soprattutto sistematico della nostra creatività (in questo caso, la creatività degli artisti: scrittori, musicisti, pittori…). Insomma, fantascienza che sta facendo i conti con la nostra quotidianità (Casa/Meta), aggiungendo un parallelo quanto intrecciato dramma personale, ma senza aggiungere nulla di realmente interessante. Più in generale, ci si può rammaricare di una fantascienza che non osa più, che non guarda oltre i nostri confini, la nostra dimensione, ma questa è un’altra storia. [e.a.]
00.41
La seconda giornata di concorso si chiude con la quarta visione “potente” consecutiva (ed erano anni che non accadeva): dopo Schilinski, Loznitsa e Moll tocca al quarantatreenne Óliver Laxe, che con Sirat tocca l’apice della sua giovane carriera. Racconto di un errare senza meta nel deserto marocchino alla ricerca di un rave – e della figlia del protagonista – Sirat è un viaggio misterico e politico, che racconta dell’inadeguatezza dell’occidente nel muoversi su un terreno minato, e a tratti sembra perfino rievocare il sommo Vite vendute di Henri-Georges Clouzot. Un film esplosivo e destabilizzante, che angoscia in profondità e sa come trascinare nel gorgo del rumore incessante lo spettatore. Davvero notevole. [r.m.]
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Giovedì 15 maggio 2025
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20.09
È grande cinema politico quello che Dominik Moll porta in Concorso sulla Croisette: ispirato a fatti reali, ma del tutto rielaborati e riscritti (come il film precedente del regista), Dossier 137 è un lavoro magistrale che compie un passo in avanti rispetto al pur bello La notte del 12. Lì si trattava di un caso di femminicidio e di un polar contemporaneo, qui di uno sguardo a 360° sulla società, sulle classi, sulla giustizia, partendo dal grave fermento di un giovane, durante una manifestazione dei Gilets Jaunes, da parte della Polizia. Fa male Dossier 137, che di speranze ne lascia poche e ci spiega bene perché tutti adoriamo i reel dei gattini (o altri animali) sui social: in questo mondo libero sono l’unica cosa che gestiamo, che possiamo “cambiare”, con un sorriso ebete sulla faccia. Nel discorso finale del film c’è in fondo la perfetta descrizione della nostra società. Un lavoro davvero notevole. [e.b.]
17.03
Tornando sul caso del ricordo della compianta giornalista Fatma Hassona, non si può non riportare (tradotta) la lettera aperta che hanno firmato Paul Laverty e Ken Loach: “Cari amici, il film Put Your Soul On Your Hand And Walk diretto da Sepideh Farsi, parte della sezione parallela ACID del Festival di Cannes 2025, sarà proiettato il 15 maggio. Congratulazioni a tutti coloro che hanno reso possibile tutto questo. Il film celebra la vita della fotogiornalista Fatma Hassona, 25 anni, uccisa a Gaza insieme alle sue due sorelle, tre fratelli e suo padre, il 16 aprile, un giorno dopo che il film era stato selezionato per Cannes. Si unisce a ciò che Reporters Without Borders chiama “il massacro” di giornalisti, ora vicino a 200, negli ultimi 18 mesi. Almeno tre organismi dell’ONU, più Amnesty International, Human Rights Watch, Medici Senza Frontiere e molti altri hanno descritto le azioni di Israele a Gaza come un genocidio. Forse le prove più conclusive raccolte sono state il rapporto di 800 pagine e la piattaforma digitale interattiva degli esperti di Forensic Architecture, in un lavoro rigoroso chiamato “La cartografia del genocidio.” Questo è uno degli studi più devastanti del nostro tempo. I modelli che abbiamo osservato riguardo alla condotta militare di Israele a Gaza indicano una campagna sistematica e organizzata per distruggere la vita, le condizioni necessarie per la vita e l’infrastruttura che la sostiene. Nessuno può ora affermare che non lo sappiamo. La Convenzione sul genocidio è entrata in vigore nel 1951. L’articolo afferma che tutti gli stati firmatari devono attivamente PREVENIRE e PUNIRE il genocidio. Si tratta di un obbligo internazionale e non solo di una questione interna. Si afferma che le persone possono essere punite sia come individui privati che come funzionari pubblici. La “complicità nel genocidio” è esplicitamente trattata nell’articolo III (e) che include “assistenza diretta” (armi o armamenti), “assistenza indiretta” (sostegno politico o diplomatico) e, in modo cruciale, “inazione”, cioè sapere di non aver agito per prevenire il genocidio, quando, in certi casi, si hanno i mezzi e la responsabilità di farlo. La Convenzione sul genocidio è ignorata dagli stati firmatari in tutto il mondo. È ignorata dalle istituzioni all’interno di questi stati. Quanto meno, perché i servizi giudiziari statali non perseguono i trafficanti d’armi e i loro investitori? Ora che la Corte internazionale di giustizia ha vergognosamente ritardato il caso del Sud Africa Vs Israele fino al gennaio 2026, possiamo vedere in pieno orrore il crollo del diritto umanitario davanti ai nostri occhi. Quante altre bombe da 2.000 libbre cadranno nelle tende prima dell’udienza del 2026? Quanti altri potrebbero morire di fame? Per pochi giorni l’attenzione del mondo è riposta su Cannes mentre i registi di molti paesi cercano al meglio di dare un senso a ciò che sta accadendo intorno a loro. Cannes ha una tradizione di impegno negli affari del giorno, e alcuni hanno ancora vividi ricordi degli eventi del 1968. La giovane Fatma aveva chiaramente previsto il suo omicidio, e ha detto: “Voglio una morte rumorosa”. Il 15 maggio, giorno della proiezione, possiamo onorare questa coraggiosa giovane donna e i suoi colleghi giornalisti palestinesi (nessun giornalista straniero è stato permesso di entrare a Gaza) che hanno dato la vita per testimoniare gli omicidi di massa. Possiamo tutti rendere la sua morte il più forte possibile, e insistere che gli Stati adempiano ai loro doveri secondo la Convenzione sul genocidio? Possiamo esigere che la comunità internazionale ponga fine ai crimini di guerra di Israele, consentiti dagli Stati Uniti, e degli altri governi corrotti e vigliacchi, compreso il nostro nel Regno Unito, che seguono nella loro scia? Se non fermiamo subito il genocidio, la versione israeliana/Trump della Riviera di Gaza sarà costruita sulle macerie e sui morti. La pulizia etnica continuerà attraverso la Cisgiordania e il popolo palestinese sarà finalmente cacciato dalla sua patria storica. Se i criminali di guerra sfuggono alla giustizia, quali orrori verranno dopo? Fatma Hassona e la sua famiglia, assassinati il 16 aprile ’25, riposate in pace”. [r.m.]
16.25
Cielo azzurro e sole caldo: per la fila che porta in sala Debussy per la proiezione delle 14 è consigliato un copricapo. Al suo interno viene presentato, in concorso nella sezione Un Certain Regard, La misteriosa miada del flamenco del trentenne cileno Diego Céspedes (che, salito sul palco, sembra poco più che un teenager). Trattasi di opera prima e dunque, oltre alla giuria dedicata alla sezione (capitanata dalla regista britannica Molly Manning Walker), è presente in sala anche quella che attribuirà la Camera d’Or, il premio per il miglior esordio. Si rilevano applausi scroscianti per la Presidente, Alice Rohrwacher, amatissima sulla Croisette (e non solo, chiaramente). Il film di Céspedes è ambientato in una landa desertica cilena nel 1982: qui, tra la sparuta popolazione del luogo composta da travestiti e minatori, si diffonde una malattia incurabile. Ma no, non è un horror, e la malattia (chiaramente l’HIV) è più che altro il pretesto per raccontare le vite di una comunità destinata, tutta, alla sparizione. Nell’ora e 45 minuti circa, spesso mancano mordente e spinta e ci si affida a molti cliché. Il finale, che torna sulla vera protagonista della vicenda (una ragazzina “adottata” da un travestito soprannominato “Flamingo”) non manca però di una certa intensità. [e.b.]
15.36
All’interno di Cannes Classics oltre ai film più conosciuti e studiati c’è sempre la possibilità di imbattersi in restauri (tutti purtroppo in digitale) di opere meno battute, magari provenienti da regioni del mondo non propriamente al centro del dibattito internazionale per quel che riguarda il cinema. È questo il caso di Saïd Effendi, classico del neorealismo iracheno diretto nel 1957 da Kameran Hosni e ancora oggi ben poco ricordato. Il film passerà in salle Buñuel alle 17.15 in proiezione unica – sorte che tocca a tutti i titoli della sezione -, con la speranza che poi al di là dei futuri festival (scontata la presenza a Bologna a fine giugno) ci sia la possibilità di recuperarlo nel formato domestico. [r.m.]
15.17
Breve momento polemico: tornando alla cerimonia d’apertura di due giorni fa è utile notare come nel momento in cui Juliette Binoche, presidente di giuria, ha citato la morte tragica della giornalista palestinese Fatma Hassona (che viene omaggiata da ACID, sezione autonoma e parallela del festival, visto che è in programma il documentario Put Your Soul on Your Arm and Walk di Sepideh Farsi che la vede protagonista), ha pensato bene di affermare che la giovane e coraggiosa donna sia stata uccisa “da un missile”. Nessun riferimento a chi quel missile criminale l’ha lanciato, vale a dire Israele (come fa notare Salvatore Marfella, funzionario del Ministero degli Esteri di stanza nella sede belga di Bruxelles). È sempre più evidente purtroppo come la comunità internazionale abbia paura di fare il nome di Israele, e in tal senso assai più impavidi sono apparsi alcuni dei premiati ai recenti David di Donatello. [r.m.]
11.55
Il montaggio che ripercorre la saga di Mission: Impossible, dal primo di De Palma (1996) alla lunga reggenza di McQuarrie (2015\2025), ci ricorda che la centralità di Tom Cruise nell’industria hollywoodiana parte persino un decennio prima e che, nonostante il tempo, la concorrenza, i gusti del pubblico e le rughe, l’eletto è lui. L’eroe, il campione, lo scalatore a mani nude di box office. Poi, certo, non manca l’afflato nostalgico e l’ammirazione per una macchina cinematografica che non ha mai smesso di correre, stupire, pensare in grande. Cinema fracassone fin dal DNA, ma con classe e mai sopita ironia. The Final Reckoning chiude un’epoca, mettendo sul piatto ovviamente di più, sempre di più, praticamente tutto. Impossibile ma, a ben guardare, anche dannatamente reale. [e.a.]
07.50
Retour à la fiction pour Sergei Loznitsa. Dopo sette anni, l’autore ucraino passa per un momento dall’altra parte della barricata e ci regala Two Prosecutors, amara, sardonica, lapidaria riflessione sullo stalinismo, sulle grandi purghe, sul grande terrore. L’implacabilità, disumanità ma anche cialtroneria del Commissariato del popolo per gli affari interni (NKVD), ma anche l’illusione, l’innocenza e l’ingenuità dei grandi ideali, delle vittime designate. Una mattanza, dei lager. Film dall’afflato teatrale, rigoroso, claustrofobico. Doloroso, purtroppo vero. Loznitsa scoperchia ancora una volta lo stalinismo, con la solita precisione chirurgica. Non sarà il punto più alto della sua filmografia, ma che autore… [e.a.]
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Mercoledì 14 maggio 2025
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21.15
Nel tardo pomeriggio al padiglione italiano sito all’interno dell’hotel Majestic (per chi non fosse mai stato a Cannes, è un lussuoso e gigantesco albergo praticamente dirimpettaio del Palais) si è svolto un aperitivo dedicato alla stampa nazionale; occasione per due chiacchiere in tranquillità prima dell’inizio dei ritmi rutilanti del festival, ma a onor del vero anche per sentire un breve – ma non poco interessante – intervento dell’amministratrice delegata Manuela Cacciamani, che ha dieci mesi dalla presa in carico di Cinecittà ha voluto iniziare a spiegare intenzioni e strategie, che verranno poi esplicate numeri alla mano nel futuro prossimo. Intanto il cinema italiano approda a Cannes con tre film (tutti posizionati nella seconda settimana di festival)… [r.m.]
20.50
Evento nell’evento, l’ampio intervento di Quentin Tarantino (introduzione più una lunga carrellata sulla carriera di George Sherman) ha decisamente impreziosito la doppia proiezione di Figlio del delitto (Red Canyon, 1949) e Pelle di bronzo (Comanche Territory, 1950), due validi esempi della professionalità e del talento di Sherman, regista da riscoprire – una carriera iniziata alla fine degli anni Trenta alla Republic, poi Columbia, Universal, piccolo schermo e gran finale con John Wayne (Il grande Jack). Tempi ampiamente sforati, pellicole rimesse a nuovo, godibilissime e Tarantino vulcanico. Ecco, così si dovrebbero fare i festival, altro che tappeto rosso. [e.a.]
17.58
Apre la competizione di Cannes 78 Sound of Falling, opera seconda della tedesca Mascha Schilinski, debuttante per il Concorso cannense. Salutato preventivamente da lunghi applausi e con meno entusiasmo dopo le circa due ore e mezza di proiezione, il film è un ammaliante e per certi aspetti magistrale lavoro sulla morte, che come il poeta usava dire “si sconta vivendo”. Storie di donne in diverse epoche storiche, ma in un unico set rurale nel Nord della Germania, si intrecciano con una sintassi poetica, gotica, spettrale, sensoriale e toccante che rivela pienamente il talento di Schilinski. Lavoro di notevole interesse, mirabile, Sound of Falling fa però riflettere sulle durate, spesso eccessive, delle produzioni contemporanee: questa opera lirica e assolutamente non convenzionale avrebbe beneficiato di qualche “alleggerimento” per esplodere con ancora più vigore sullo schermo? Ai posteri l’ardua sentenza… [e.b.]
17.33
La Quinzaine des Cinéastes ha attribuito la Carrosse d’Or, massimo riconoscimento alla carriera della sezione autonoma e parallela, a Todd Haynes, e per l’occasione oltre a tributare un meritato plauso collettivo al regista statunitense, ha programmato I’m Not There, straordinaria riflessione sul mito-Dylan che nel 2007 illuminò il magniloquente concorso della Mostra di Venezia, all’epoca diretta da Marco Müller. Un viaggio caleidoscopico alla ricerca di una verità che non è possibile comprendere proprio perché non “una”, ma “plurima”. [r.m.]
16.15
Sceglie la semplificazione e la superficiale suggestione il documentario David Lynch, une énigme à Hollywood, diretto con religioso rispetto da Stéphane Ghez e presentato ovviamente nella sezione Cannes Classics. Se ci si aspettava di più dal Festival sul fronte Lynch (figura centrale dell’immaginario mondiale dagli anni Settanta\Ottanta in poi, ma anche oltre: ne riparleremo tra 25 anni), possiamo dire lo stesso di questo documentario, un po’ troppo classico nella struttura e fin troppo legato (giocando un po’ in difesa) al concetto di enigma, mistero. Poi, certo, testimonianze di lusso, sequenze d’archivio meravigliose e quel groppo in gola per tutta la proiezione. Un lunghissimo addio, ancora in corso. [e.a.]
13.41
Una sala Buñuel gremita ha abbracciato alle 10 il ritorno a Cannes di Yi Yi, classico di Edward Yang restaurato, dopo 25 anni dalla sua prima presentazione sulla Croisette dove il cineasta taiwanese venne ospitato in Concorso (anno domini 2000) e vinse il premio come miglior regista. Le centinaia di persone (molti i giovani) accorse sono segno che Yang, morto prematuramente a 60 anni nel 2007, è fortunatamente ancora ben presente nella memoria cinefila e, con lui, la sua opera probabilmente più nota. Una vasta cronaca famigliare malinconica e piena di dolcezza, con uno dei bambini più deliziosi della storia del cinema, in una Taipei di inizio Millennio, teatro di dinamiche storiche epocali. Un classico fondamentale del XXI secolo. [e.b.]
12.13
La Quinzaine des Cinéastes si è ufficialmente aperta questa mattina di buonora con la proiezione di Enzo, il film che avrebbe dovuto dirigere il compianto Laurent Cantet se solo un tumore non se lo fosse portato via troppo presto: al suo posto, d’accordo con il defunto, è subentrato Robin Campillo, che di Cantet è stato collaboratore per oltre venti anni sia alla sceneggiatura che al montaggio. Qui, purtroppo e giustamente, Campillo decide di non ricalcare il cinema dell’amico e sodale ma di affidarsi al proprio sguardo. Ne viene fuori un prodotto più di prammatica di quanto sarebbe probabilmente stato, nonostante alcune intuizioni non disprezzabili. [r.m.]
11.59
Mentre l’apertura ufficiale del festival ha potuto contare su pezzi da novanta quali Robert De Niro e Leonardo Di Caprio, nei primi giorni si può godere con maggiore serenità delle grandezze del cinema del passato: in questo momento ad esempio si sta svolgendo la proiezione di Yi Yi, tra i capolavori del mai troppo compianto Edward Yang, straordinario cantore del cinema taiwanese. Momenti imperdibili. [r.m.]
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Martedì 13 maggio 2025
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22.55
Ed eccoci al film d’apertura, con l’inedita combo di un esordio al femminile. Incastrati da un regolamento un po’ troppo rigido, sulla Croisette però si opta oramai in automatico per le pellicole di casa, rischiando quindi aperture non esattamente esaltanti o poco memorabili. In fin dei conti, pur gradevole e orecchiabile, non ci è sembrato memorabile nemmeno Partir un jour, opera prima di Amélie Bonnin che riprende, adatta e ovviamente allunga un suo cortometraggio del 2021 dal medesimo titolo. Un po’ commedia, un po’ dramma, un po’ musical. Siamo lontani da Parigi, in provincia, ma siamo anche a distanza siderale da Jacques Demy. Ma era prevedibile. Troppo esile per reggere il peso della Croisette, il film di Bonnin probabilmente si toglierà qualche soddisfazione nelle sale. Funziona così… [e.a.]
18.36
Inutile parlare della magnificenza de La febbre dell’oro, ovviamente, eppure il piacere di godere della grandezza assoluto del cinema merita comunque e sempre due righe sul minuto per minuto. Sala gremita, restauro (della versione muta del 1925, non quella sonorizzata per ferrea volontà di Chaplin nel 1942) che lascia qualche dubbio ma inutile stare qui a discuterne. [r.m.]
12.19
Gente che prende il sole in spiaggia, o mangia un gelato spaparanzata a uno dei baracchini che puntellano la Croisette, o vagano ciabattando senza meta inforcando occhiali da sole che poi in fin dei conti non rilasciano così tanto “carisma e sintomatico mistero”. Cannes accoglie la pattuglia di disperati/accreditati come ogni anno, ma con un caldo estivo che davvero smonta ogni voglia di rifugiarsi in sala. Per fortuna c’è una meraviglia come La febbre dell’oro, alle 15 in preapertura, a ricordare a tutti il senso dell’esperienza festivaliera. [r.m.]

Cannes 2025
Festival di Cannes 2025 – Presentazione