Festival di Cannes 2025 – Presentazione
Ed eccoci di nuovo qui sulla Croisette, nel bel mezzo di questo rito collettivo di proiezioni, visioni, recensioni, parole al vento, interviste, conferenze stampa e tutto quel che segue. Senza contare il colossale mercato e tutti i suoi intrecci. Da qui, dal Festival di Cannes 2025, partirà un lungo giro di valzer fatto di festival (inevitabilmente minori), acquisti & diritti, di confronti interminabili con Venezia, di pagine scritte e forse presto dimenticate (utili?), di successi ma anche oblio. Mastodontica, disumana, Cannes è un pozzo senza fondo. È anche un uovo. E forse non ha senso. Eppure, eccoci qui.
Di tutti i film, tantissimi, decisamente troppi, forse quello che (non) rappresenta perfettamente il Festival di Cannes 2025 è Tenshi no Tamago (1985) di Mamoru Oshii, rimesso a nuovo e piazzato\relegato nella sezione sulla spiaggia. Eh, l’animazione, fanalino di coda che dall’edizione 2024 ha evidentemente trovato qualche santo in Paradiso: ed ecco che, dopo decenni di magra, anche Cannes 2025 ci porta in dono un buon numero di lungometraggi d’animazione: il suddetto Angel’s Egg\Tenshi no Tamago, che avrebbe meritato quantomeno un’altra proiezione nel Palais (non dimentichiamoci del gran vento che si era portato via la proiezione per il pubblico de Una barca in giardino di Jean-François Laguionie), e a seguire Marcel et Monsieur Pagnol di Sylvain Chomet, La mort n’existe pas di Félix Dufour-Laperrière, Arco di Ugo Bienvenu e Amélie et la Métaphysique des tubes di Maïlys Vallade e Liane-Cho Han. Vedremo, ma quantomeno possiamo già osservare una rasserenante varietà dal punto di vista grafico. Si diceva del Paradiso: il Palais, anche un po’ Inferno, è a suo modo un luogo di culto, la meta di un pellegrinaggio, il punto di arrivo e di partenza, di beatificazione e a volte di dannazione – ad esempio, è difficile dimenticare la bolla papale che aveva colpito ma non affondato Lars von Trier. La lista dei miracolati, quella sì, è parecchio lunga.
Cannes, la Croisette, il Palais. Ma anche il Cineum e due luoghi di culto minori: Quinzaine e Semaine. Senza dimenticare, last but non least, ACID e le sue scoperte spesso gustose. Qualcosa di nuovo salterà fuori. E qualcosa ci porteremo a casa anche dalla sezione Un Certain Regard: magari proprio i connazionali Zoppis e Rigo De Righi (Testa o croce?) o la lieta novella Sossai (Le città di pianura). Ma poi, certo, ci sono le opere prime di Scarlett Johansson (Eleanor The Great), Zuzana Kirchnerova (Karavan), Diego Céspedes (La misteriosa mirada del flamenco), Akinola Davies Jr. (My Father’s Shadows), Harry Dickinson (Urchin), Harry Lighton (Pillion), Morad Mostafa (Aisha Can’t Fly Away), Charlie Polinger (The Plague) e, altra esordiente di lusso, Kristen Stewart (The Chronology of Water). A scatola chiusa, tra le altre pellicole della sezione, puntiamo su A Pale View of Hills di Kei Hishikawa. Chissà…
Volgendo lo sguardo verso la volta celeste, ci limitiamo a riportare solo alcuni nomi\titoli, tanto la lista completa potete trovarla qui – più programmi ufficiali e aggiormati di Quinzaine, Semaine e ACID. Come sarà The Phoenician Scheme di Wes Anderson? E Eddington di Ari Aster? Ci riconcilieremo col loro cinema? Arriveranno ulteriori conferme da Linklater (Nouvelle Vague) e Loznitsa (Two Prosecutors)? E la nostra eroina indie Kelly Reichardt con The Mastermind? E poi gli immancabili Dardenne, Bi Gan, l’attesissima (al varco?) Julia Ducournau, il nostro Martone, Panhai, Roustaee, Saleh e via discorrendo.
Non solo concorsi e premi. Il cinema più ispirato arriverà probabilmente dal passato, da quella miniera d’oro inesauribile che è Cannes Classics. Tre titoli che già dicono tutto, ovviamente rimessi a nuovo in digitale: La febbre dell’oro di Chaplin (pre-apertura che oscurerà il resto della giornata), Barry Lyndon di Kubrick (che chiuderà la sezione) e Qualcuno volò sul nido del cuculo di Forman. Non dovessero bastare, ecco Cronaca degli anni di brace e Nuvole galleggianti, i due western di George Sherman (Red Canyon\Figlio del delitto e Comanche Territory\Pelle di bronzo) e documentari come My Mom Jayne di Mariska Hargitay e David Lynch, une énigme à Hollywood di Stéphane Ghez.
Se la dimensione metafisica oshiiana riesce a riflettere la follia più o meno lucida della cinefilia e la portata quasi religiosa del Palais (e del papato intramontabile di Thierry Frémaux), la grandeur del carrozzone cannense si rispecchia nell’impresa produttiva di Mission: Impossible – The Final Reckoning di Christopher McQuarrie, blockbuster di quasi tre ore che corre a tutta velocità verso l’eccesso, anche di budget, e che sembra voler chiudere un’epoca. Tra i titoli fuori concorso, speciali e affini, è quello che si potrebbe tranquillamente evitare (uscirà in ogni angolo del globo) ma che ovviamente vedremo. Corri Tom, corri. E poi Spike Lee (Highest 2 Lowest), le proiezioni di mezzanotte come Dalloway di Yann Gozlan e Honey Don’t! di Ethan Coen, Lav Diaz (Magellan), Kōji Fukada (Love on Trial), Raoul Peck (Orwell : 2 + 2 = 5). E ovviamente molto molto molto altro. Come se non ci fosse una fine. Nemmeno un senso. O forse sì, come l’uovo.



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