Enzo
di Robin Campillo
Con Enzo Robin Campillo, regista ma anche storico montatore di Laurent Cantet, realizza l’ultima sceneggiatura dell’autore di La classe, prematuramente scomparso un anno fa. Lavoro interessante ma privo di guizzi sull’irrequietezza dell’adolescenza, che guarda un po’ ad André Téchiné e un po’ al Guadagnino di Chiamami col tuo nome, Enzo è il film d’apertura della Quinzaine des cinéastes 2025.
L’età acerba
Enzo, 16 anni, è apprendista muratore a La Ciotat. In rotta con la famiglia alto-borghese, e pressato in particolar modo dal padre che vorrebbe per lui la prosecuzione degli gli studi, il ragazzo cerca di fuggire dall’ambiente confortevole ma soffocante della villa di famiglia. È nel cantiere, a contatto con il collega ucraino Vlad, che Enzo intravede un nuovo orizzonte. [sinossi]
Inutile nascondersi dietro un dito: Enzo, che apre ufficialmente la Quinzaine des Cinéastes 2025, cinquantasettesima edizione della sezione autonoma e parallela del Festival di Cannes, non è un film come gli altri. Non è neanche un’opera postuma, visto che Laurent Cantet, che aveva lavorato il soggetto per poi scrivere la sceneggiatura insieme a Gilles Marchand e al fedele sodale Robin Campillo, è morto prima della sua effettiva realizzazione. Eppure il suo nome compare per primo nei titoli: “un film di Laurent Cantet realizzato da Robin Campillo”. Ma può davvero esistere un film prima della sua realizzazione? Con grande onestà Campillo ammette di aver seguito i dettami di Cantet con scrupolo, dialogando incessantemente anche quando la malattia avanzava inesorabile, minando il corpo del regista francese, ma di non essersi potuto in nessun modo fare evanescente sul set. Lo sguardo in un’opera è tutto, o quasi, e lo sguardo che si posa sul giovane protagonista che dà il titolo al film è in tutto e per tutto di Campillo: per farsi un’idea delle nette differenze di approccio registico tra i due si torni con la mente a L’atelier di Cantet e Eastern Boys di Campillo e li si metta a paragone. In qualche modo il sedicenne Enzo potrebbe avere dei tratti in comune con Antoine, lo studente destrorso che metteva a dura prova la scrittrice Marina Foïs ne L’atelier, e non è forse casuale che entrambi i film siano ambientati a La Ciotat, la cittadina dell’arrondissement di Marsiglia resa celebre dai fratelli Lumière con L’arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat ma caduta in disgrazia a cavallo del Ventunesimo secolo a seguito della chiusura del cantiere navale che dava lavoro a una parte non indifferente degli abitanti. Si parla in qualche modo di crisi e di lavoro anche in Enzo, seppur da una prospettiva che può apparire spiazzante.
L’incipit del film è anche il momento più ispirato della narrazione, nonché quello portatore di maggiori speculazioni, destinate come si vedrà a rimanere in parte disattese. Il sedicenne Enzo è un apprendista muratore, e insieme a una squadra di colleghi più adulti e sotto l’egida di un capo-cantiere meticoloso sta lavorando alla costruzione di una villetta sulle colline che sovrastano La Ciotat. Non che la presenza del ragazzo sul luogo di lavoro sia così impeccabile: dapprima un suo collega che viene dall’Ucraina lo riprende perché è troppo lento nello spalare sabbia e cemento nella betoniera a bicchiere (per di più utilizzando la vanga senza guanti, con il risultato di ritrovarsi le mani piene di calli e vesciche), e quindi il suo datore di lavoro gli fa notare che il muretto che sta costruendo è completamente sbagliato. A queste parole Enzo decide di lasciare il cantiere, e viene accompagnato a casa dal suo capo che vorrebbe parlare con i suoi genitori per riflettere sull’opportunità che l’adolescente continui a tentare quella via lavorativa. È qui, dopo un primo impatto che può far tornare alla mente la lunga lista di film d’ambientazione operaia e proletaria, che il film propone la svolta più interessante: Enzo è figlio di una famiglia estremamente facoltosa, vive in una splendida villa su più piani, con terrazza panoramica, vigneto e piscina. Non ha alcun bisogno di lavorare, potrebbe seguire le orme del fratello maggiore che sta ripassando come un pazzo in attesa del test d’ingresso per il “prépas” all’esclusivo Lycée Henri-IV di Parigi (“Si dice che quest’anno prendano solo due non parigini”, lamenta preoccupato a un certo punto). Enzo non è un operaio per necessità, ma per scelta, per rifiuto di quella prassi borghese in cui è nato e cresciuto.
Questa idea, indubbiamente brillante, potrebbe essere rafforzata dalla dialettica tra il giovane e Vlad, il succitato ucraino che insieme a un suo connazionale ha lasciato la madrepatria per cercare lavoro altrove. Se Enzo vorrebbe abbandonare la propria vita quotidiana, Vlad sa di non poter tornare alla sua, con Kiev sotto il fuoco russo, in piena guerra. Paradossalmente è proprio quando l’ideale campo-controcampo di classe, di opportunità, e di orizzonti futuri deflagra in un incontro-scontro che per Enzo si trasformerà in una forma ancora acerba d’amore (non corrisposto, almeno fisicamente), che il film inizia a perdere forza espressiva, e forse anche senso del racconto. Tutto, dallo spaesamento del ragazzo alle incomprensioni con i genitori – in particolare con il padre, interpretato da Pierfrancesco Favino –, dalle notti passate a casa dell’amico/collega al riallaccio di una relazione con una ex compagna di scuola, si muove in piano, già ampiamente visto e studiato da altre opere, cui Campillo guarda in maniera abbastanza evidente. Ci si muove nel campo di André Téchiné, o del Guadagnino di Chiamami col tuo nome (e alcune scansioni narrative sono ricalcate palesemente sugli accadimenti raccontati nel film del 2017), senza però possedere la capacità di stratificare il discorso, o di tentare un’analisi che vada oltre i dolori della giovane borghesia, che restano vividi nella memoria ma magari possono essere scalzati da una trasferta newyorchese – chissà. Ed è qui che torna preponderante il discorso sullo sguardo su cui si apriva questa breve disamina: Campillo, che pure ha lavorato per decenni a fianco di Cantet co-sceneggiando quattro film e montandone sei, possiede uno sguardo asfittico, per lo più semplicistico (lo testimonia anche il fin troppo esaltato 120 battiti al minuto), che ama rimanere in superficie ma non sa scalfire le pareti della struttura narrativa. Così, tra un frinire di grilli, le vertiginose falesie della route des Crêtes e una gita estiva a Ercolano, la vita di questo sedicenne resta quasi interamente sulla carta, rilasciando solo uno spettro d’immagine.
Info
Enzo sul sito della Quinzaine des cinéastes.
- Genere: drammatico
- Titolo originale: Enzo
- Paese/Anno: Belgio, Francia, Italia | 2025
- Regia: Robin Campillo
- Sceneggiatura: Gilles Marchand, Laurent Cantet, Robin Campillo
- Fotografia: Jeanne Lapoirie
- Montaggio: Robin Campillo
- Interpreti: Élodie Bouchez, Eloy Pohu, Maksym Slivinskyi, Malou Khebizi, Nathan Japy, Philippe Petit, Pierfrancesco Favino, Vladyslav Holyk
- Produzione: Ami Alexandre Mattiussi, France 3 Cinéma, Les films de Pierre, Les Films du Fleuve, Lucky Red, Page 114
- Distribuzione: Bim Distribuzione, Lucky Red
- Durata: 102'
- Data di uscita: 28/08/2025


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