Yi Yi – e uno… e due…
di Edward Yang
Tragicamente ultimo film di Edward Yang, Yi Yi – e uno… e due… è una stratificata ed emozionante riflessione su Taiwan, raccontata attraverso tre generazioni. Un’opera magmatica e stratificata, densa di una nostalgia dalla quale non si può non venire sedotti. A venticinque anni dalla sua realizzazione torna a nuova vita digitale in Cannes Classics.
Sono vecchio anch’io
Storia della famiglia Jian, composta dal padre NJ, dalla madre Min-min, dalla figlia Ting-ting, e del figlio Yang-yang: con loro vive la madre di Min-min, ma ha un infarto e cade in stato comatoso… [sinossi]
Alla settantottesima edizione del Festival di Cannes, nella sua prima “vera” giornata di visioni – il giorno prima era stato come da tradizione appannaggio di preapertura e apertura (rispettivamente La febbre dell’oro di Charlie Chaplin e Partir un jour di Amélie Bonnin) –, il pubblico che ha affollato la salle Buñuel ha avuto in sorte di compiere un salto a ritroso di venticinque anni. Era il maggio 2000, all’ingresso del terzo millennio, e in un concorso quantomai florido di titoli asiatici destinati a lasciare un segno indelebile nella storia del cinema – Eureka di Shinji Aoyama, Chunhyang di Im Kwon-taek, Tabù – Gohatto di Nagisa Ōshima, Devils on the Doorstep di Jiang Wen, In the Mood for Love di Wong Kar-wai – fece la sua apparizione anche Yi Yi, settimo lungometraggio dell’allora cinquantaduenne Edward Yang, cineasta taiwanese nume tutelare della new wave della piccola isola a ridosso della Cina. Fin da subito, in un’edizione che vide il trionfo meritato dello straordinario Dancer in the Dark di Lars von Trier, si intuì che il movimento di rinnovamento del linguaggio in atto nell’estremo oriente già da un paio di decenni aveva oramai raggiunto la piena maturità artistica, e che registi come Wong, Jiang e per l’appunto Yang sarebbero stati tra i dominatori dei decenni a seguire. La storia in realtà si fece poi beffe di questa ben più che legittima previsione: nei venticinque anni successivi Wong ha diretto solo tre film, ed è oramai fermo da dodici anni (The Grandmaster, 2013), mentre Jiang ha toccato quota quattro, ma solo uno di questi, The Sun Also Rises (2007), ha trovato il giusto riconoscimento internazionale prendendo parte al concorso veneziano. Ed Edward Yang? Poco dopo aver fondato la sua personale casa di produzione un tumore se lo portò via, lasciando alle sue spalle una filmografia pressoché immacolata, con almeno cinque titoli imperdibili – Taipei Story, The Terrorizers, A Brighter Summer Day, A Confucian Confusion e Yi Yi.
L’impressione però è che la memoria cinefila abbia riposto Yang in un cantuccio, quasi che la sua memoria fosse troppo dolorosa, o peggio ancora “evitabile”: poche le riflessioni e le analisi sul suo cinema, scarso l’impatto che i suoi film hanno oggi sulle giovani generazioni. Ed è dunque fondamentale che da Cannes, in questa versione digitalizzata in 4K del suo film tragicamente terminale, riparta lo studio del cinema di Yang, che ha saputo sia leggere le distonie e le utopie dell’universo taiwanese, sia comprendere l’umanità che si agitava in uno spazio e in un tempo frastagliato, disomogeneo, privo di un’identità chiara schiacciato com’era (e in parte è) tra la suggestione dell’occidente capitalista e l’abbarbicamento a una cultura millenaria e in sé perfettamente coerente. In una certa qual misura Yi Yi parla proprio di questo spaesamento, sia nel ritrovarsi di NJ (il capostipite della famiglia Jian, interpretato da Wu Nien-jen, attore oltre che per Yang anche per Hou Hsiao-hsien, con il quale collaborò anche a varie sceneggiature: Dust in the Wind, Città dolente e The Puppetmaster) con l’amore di un tempo Sherry (Ko Su-yun), che non a caso si è sposata con un cittadino statunitense trasferendosi a vivere a Chicago, che nella dispersione cui va incontro l’intera famiglia a seguito del colpo apoplettico che fa cadere in coma la madre di Min-min, tutelare di un modo di intendere l’esistenza e di un retaggio culturale che a Taipei sta svanendo con grande rapidità. Scelte simboliche, dunque, ma che Yang sa intessere con la consueta maestria nella messa in scena, ingabbiando gli esseri umani in geometrie che non lasciano scampo, che schiacciano e soprattutto riducono la libertà; una libertà che nel cinema di Yang è sempre illusoria, perché dalla vita non esiste scampo.
Un cinema che non ricerca la verità attraverso l’immagine, perché essa è sempre scomponibile, frammentaria, come testimoniano il profluvio di riflessi, campi lunghi che non liberano lo sguardo, ma lo costringono sempre a un passo più in là, come una vita che non può essere vissuta nella sua limpidezza ma solo accettandone i rivoli laterali, i colpi di sfortuna (A-Di che cerca rifugio dalla ex-fidanzata Yun-yun), tutto quel che non è piano, né formalmente perfetto. Quella perfezione formale – e frontale – spetta al fotografo che deve immortalare il promemoria al matrimonio, o semmai alle geometrie di un campo da tennis visto dall’alto, e nulla più. Nel frattempo la vita si consuma in un letto d’ospedale, e appare sempre speculare, specchiata nella ripetizione “al contrario” di situazioni similari: c’è il matrimonio e la morte, i rapporti amorosi e quelli di fratellanza, c’è ciò che è lecito vedere – anche per lo spettatore – e ciò che resta nell’immateriale, e nell’invisibilità, e che magari il piccolo Yang-yang (vero cuore pulsante della narrazione, e sottotrama più felice in assoluto, con Edward Yang che tocca nel riprendere e mettere in scena il bambino alcune delle vette più alte della sua intera filmografia) cerca di congelare ricorrendo alla fotografia, nel tentativo di bloccare la memoria di una gioventù che non potrà far altro che divenire vecchiezza. “Sono vecchio anche io” è ciò che il piccolo vorrebbe poter dire alla nonna, ma che lei non potrà mai sapere ora che è morta. “Sono vecchio anche io” è il monito di un cinema che non ha timore a confrontarsi con la nostalgia, e il tempo che non è più. “Sono vecchio anche io”, sarebbe bello poter immaginare lo dicesse anche Edward Yang, che a sua volta non è più lì, ma ha lasciato immagini che lo raccontano, e raccontano un mondo disperato, dolcissimo, sconfitto eppure ancora lì, pronto a declamare una poesia per accarezzare il cuore di chi si è perduto.
Info
Yi Yi – e uno… e due…, un trailer.
- Genere: drammatico
- Titolo originale: Yī Yī
- Paese/Anno: Giappone, Taiwan | 2000
- Regia: Edward Yang
- Sceneggiatura: Edward Yang
- Fotografia: Yang Wei-han
- Montaggio: Chen Po-wen
- Interpreti: Chen Hsi-Sheng, Elaine Jin, Issei Ogata, Jonathan Chang, Kelly Lee, Ko Su-Yun, Pang Chang Yu, Wu Nien-Jen
- Colonna sonora: Peng Kai-li
- Produzione: Atom Films, Basara Pictures, Koi no Mon Seisaku linkai
- Durata: 173'





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