Eddington

Eddington

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Con Eddington il regista statunitense Ari Aster, qui al quarto lungometraggio, tenta la carta ambiziosa del racconto della crisi del proprio Paese, e del caos che ne deriva: i riferimenti letterari e cinematografici sono Thomas Pynchon e i fratelli Coen, ma il risultato appare fiacco, sconclusionato, inutilmente tirato per le lunghe e non in grado di gestire il registro grottesco. In concorso a Cannes 2025.

Malattia postmoderna

Maggio 2020, Eddington è una cittadina del New Mexico confinante con un Pueblo: lo sceriffo non pare proprio ligio alle regole messe in campo per la pandemia e il sindaco è d’altro canto molto impegnato nella campagna elettorale per la propria rielezione. Tra i due non scorre buon sangue anche a causa di certe vecchie ruggini che riguardano una donna, ora moglie dello sceriffo… [sinossi]

L’infinita rianimazione del post-post-post-post-post-moderno giunge nel New Mexico in piena pandemia e per la precisione nella cittadina di Eddington, dove Ari Aster guardando i fratelli Coen innesta continui depistamenti/spaesamenti su una struttura eternamente western e in ogni caso fondativa, come il regista tiene a farci notare, alla fine, mostrandoci rapidamente qualche fotogramma di Alba di gloria di John Ford. In originale, Young Mr. Lincoln, datato 1939 e racconto, come appunto dice il titolo, della giovinezza del Presidente che abolì la schiavitù e unì la Nazione. Il pensiero, qui, non può che andare – per comparazione e certo non a vantaggio di Aster – alla finta lettera di Lincoln che Samuel L. Jackson teneva con sé, come “lasciapassare” per ogni evenienza, nel disilluso The Hateful Eight di Quentin Tarantino. Perché Eddington, il quarto lungometraggio del sempre più ambizioso Aster (ben per lui, forse meno per noi) guarda anche, ovviamente, a Tarantino. E in questo caso non tanto per il perenne essere weirdo, per le situazioni impossibili o i pupazzi che troneggiano incongruamente sugli edifici con la scritta “Suprematismo bianco”: no, da questo punto di vista si girovaga appunto dalle parti dei Coen e di Pynchon. Tarantino è invece compreso nel prezzo dell’ultima parte, esagerata e “gargantuesca” (cit.) dell’estenuante film in concorso a Cannes, nel riferimento a Lincoln che gli abili risolutori sapranno individuare, nella trasmutazione del personaggio principale, novello giustiziere. Post-post-post-post-moderno, Eddington è un’occasione rovinosamente perduta da parte di un regista che, dopo Beau ha paura pare dirigersi convintamente verso un gigantismo espressivo/narrativo cui corrisponde però ben poco sul piano del senso. Di sicuro, e questo fin dall’esordio (Hereditary), Aster ha qualche problema con la figura materna. Ma procediamo con ordine…

La struttura portante di Eddington, schiacciata infine dall’ininterrotto susseguirsi di accidenti inessenziali, è la “mitologia” della guerra civile, la guerra di Secessione, e cinematograficamente parlando il western. Protagonista è non casualmente un sceriffo, Joe Cross (Joaquin Phoenix), in lotta con “il politico” ovvero il sindaco Ted Garcia (Pedro Pascal), in combutta con “poteri forti” che vogliono investire a Eddington per affari poco chiari. I tempi non sono dei migliori e anzi una nuova età al di là delle leggi ma in compagnia delle pistole si sta preparando: è il 2020, nel mondo è esplosa una pandemia, e per di più è maggio dove negli Stati Uniti esplodono anche le proteste per il brutale omicidio di George Floyd. Lo sceriffo Joe, che non ama per niente il sindaco (anche e soprattutto a causa di una vecchia storia con la moglie di Joe, Lou – interpretata da Emma Stone), è riottoso ad accettare le regole per evitare il diffondersi del coronavirus: non ama le mascherine (ha l’asma) ma soprattutto, come sottolinea varie volte, nella sua Contea non ci sono casi di Covid. Perché, dunque, essere tanto paranoici? Ugualmente, quando i giovani iniziano a protestare contro il suprematismo bianco dopo la morte di Floyd, Joe nuovamente non capisce: la faccenda forse riguarda la quieta Eddington? Perché quei ragazzi creano disordine pubblico nella placida cittadina? Incarnando l’uomo comune, il “simple man” che magari aiuta un signore senza mascherina a fare la spesa ma non capisce la portata degli eventi né le conseguenze delle sue stesse parole (deciderà di annunciare la propria candidatura a sindaco, in contrasto con Garcia), Joe incarna anche la scarsa simpatia delle persone comuni per le élite, per le decisioni prese dall’alto e imposte, e il desiderio che il popolo torni ad avere più voce in capitolo. Ma se nel film non c’è interesse per la cosa pubblica da una parte (quella di Ted Garcia, per intenderci), alla fine non ci sarà neanche dall’altra, quella di Joe Cross. E la seconda metà dell’opera, almeno, darà una sterzata rivelatrice sulla natura ineluttabile dello sceriffo. I temi in ballo in Eddington sono tantissimi e poiché, sorprendentemente, nessuno ha veramente affrontato di petto la pandemia al cinema (con le innumerevoli implicazioni che comporta), Aster aveva lande di speculazioni, riflessioni, sentieri da percorrere. Il problema è che per raccontare una società impazzita, Aster realizza un film “svitato”, senza i bulloni indispensabili per tenere in piedi la struttura, e per raccontare il caos di una società anarchica, Aster fa un film caotico che solo ogni tanto ribadisce davvero convintamente la propria matrice western, cioè la vera scaturigine della società americana. Nella sceneggiatura, il regista pare aver voluto fare l’elenco di tutto: l’impatto dei social, il complottismo, i video-predicatori contemporanei, i nativi americani del Pueblo confinante ossia le prime vittime della conquista, l’America di Trump (quindi gli Usa che tornano al proprio ceppo originario), il suprematismo bianco, l’adorazione per le armi, le proteste dei giovani, il disagio delle vittime di abusi che si sfogano sui social. Tanto che, vedendolo, si ha l’impressione che nella scrittura ci si sia chiesti “E questo lo abbiamo messo?” per essere sicuri di spuntare ogni fenomeno. Quel che ne esce non è però un affascinante spaesamento avvicinabile al “pynchonismo” di Paul Thomas Anderson (si veda Vizio di forma), ma un continuo rincarare la dose istericamente, un riempire e sviare che però non porta da nessuna parte. Lasciando la sensazione di aver mangiato troppo, come se Eddington fosse il corrispettivo di un all you can eat e di un ristorante piuttosto scadente.

Per chi è a Cannes, fa poi un certo effetto accostare (inevitabilmente, visti alcuni momenti “esplosivi”) il rigore potentissimo di un lavoro come Sirat di Laxe a questo film. Due riflessioni apocalittiche su un mondo che corre su un binario morto. I dispositivi utilizzati sono opposti e, da una parte, Laxe giunge con estrema forza espressiva a mostrare, rendere percepibile, il senso di una fine epocale, mentre Aster in fondo non fa altro che infarcire il suo lavoro di “temi” pervenendo a un esito flebile (per non parlare del finale debolissimo e compiaciuto). Il giovane regista americano, classe 1986, ha velleità smisurate e questo non è un male di per sé. Eppure nei suoi ultimi due lavori la voglia di essere sistemico non è a servizio di una struttura di pensiero, di una capacità di lettura in grado di essere ficcante e convincente. Se Emma Stone sembra un personaggio, poco casualmente, uscito da un episodio di Kinds of Kindness, Aster non è in grado di giocare col grottesco se non a totale detrimento dei proprio personaggi, ridotti a poco più di macchiette risibili. E l’uso degli attori (non solo Stone, ma anche Austin Butler e Pascal) è paragonabile a quello di un burattinaio. “Grottesco” non significa non dare spessore ai caratteri, vale la pena tenerlo a mente. Tutto questo non può poi reggere la durata di circa 150 minuti senza diventare sfinente e indigesto. È chiaro che Aster guardi, da americano, a una certa produzione europea che “sfonda” negli Usa e ai Festival (Lanthimos in particolare), ma senza fornire quella struttura capace di puntualità e precisione. Mentre d’altro canto innerva l’intero film con una tonalità “neo-western” che, ugualmente, si disperde troppo tra le pieghe di questo pasticcio. Si può dire che dopo i primi due lavori (Hereditary e Midsommar), il regista sia passato dal racconto della paura e del panico alla nevrastenia incontrollata. L’impressione è che non ne stia beneficiando molto il suo cinema.

Info
Eddington sul sito del Festival di Cannes.

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