Renoir
di Chie Hayakawa
A tre anni dall’esordio Plan 75 la cineasta giapponese Chie Hayakawa torna a Cannes, stavolta in concorso, con Renoir, delicato ma non privo di arditezze racconto di una bambina curiosa e intelligente nella Tokyo del 1987. Una riflessione sulla scoperta della morte ma ancor più della vita.
Le merendine di quand’ero bambino non torneranno più…
Tokyo, 1987. Fuki ha 11 anni ed è una ragazzina molto curiosa e intelligente. Il periodo per la sua famiglia non è però dei più sereni: suo padre è in ospedale con un cancro terminale e sua madre, molto impegnata col lavoro, cerca di andare avanti. Ciò nonostante, la vita di Fuki sta davvero prendendo forma, ponendo le premesse per il futuro… [sinossi]
Tra gli impressionisti più noti, Pierre-Auguste Renoir è probabilmente il più ammaliato dalla bellezza e dalla luce che da essa sembra promanare, nonché dalla grazia possibile insita nelle situazioni quotidiane, sia famigliari che conviviali. Fuki (una meravigliosa giovane attrice che risponde al nome di Yui Suzuki) resta incantata dal Ritratto di Irene Cahen d’Anversa che Renoir realizza tra il 1879 e il 1880: sebbene ami disegnare, la ragazzina non conosce la pittura né quel pittore (chiede anzi se sia ancora vivo), ma trova forse qualcosa di se stessa in quella fanciulla di circa un secolo prima. Il secondo lungometraggio della giapponese Chie Hayakawa è un luminoso, splendente, racconto sulla fine dell’infanzia, su quel periodo folgorante in cui veramente si iniziano a mettere assieme i pezzi, i frammenti delle percezioni del mondo e di noi stessi, quel momento prezioso in cui abbiamo necessità di rappresentare e autorappresentarci, di comprendere sia l’interno che l’esterno con l’ausilio dell’esperienza, dei concetti e dei segni che iniziano a essere elaborati a un livello differente dalla coscienza. Se il debutto della regista, Plan 75 ospitato in Un Certain Regard 2022, era un buon lavoro incentrato su un’idea forte (quella di una società in cui gli anziani sono incoraggiati all’eutanasia), Renoir, in Concorso a Cannes 78, potrebbe essere sulla carta una vicenda trita e “piccola” mentre al contrario è un’opera di maturità specchiata, che si apre come un fiore minuto dopo minuto. Partendo da un materiale narrativo non particolarmente originale, la regia di Hayakawa dimostra quindi di essere eccellente e puntuale, rendendo questo scorcio di vita, questa “stagione” irripetibile (il film si sviluppa nell’arco di qualche mese, tra la fine della primavera e l’estate) un dipinto in movimento, un quadro esplicitato con nitore.
C’è sicuramente un aspetto autobiografico in un film che parla di una undicenne del 1987 a Tokyo, visto che la regista è nata nel 1976 nella capitale giapponese: del resto la giovane Fuki è sveglia, intelligentissima e protesa a scrutare tutto ciò che la circonda. Osservatrice spesso silente ma sempre attentissima, Fuki è affascinata dai comportamenti umani, che guarda senza giudicare e che “immagazzina” dentro di sé per capirli un po’ alla volta. L’incipit di Renoir, prima dei titoli, è un angoscioso sogno di abuso e morte, primo sintomo della capacità della giovincella di percepire, astrarre, riassemblare i dati di realtà. E di saperli trasmettere visto che la bambina racconta – sorridente – il sogno in prima persona, in classe, perché ha scritto un tema sull’inquietante faccenda: al di là della traccia autobiografica relativa ad Hayakawa, di sicuro il film fotografa perfettamente la decomposizione/ricomposizione brulicante in cui l’infanzia cede il passo a una consapevolezza crescente, che va a strutturare le forme che ci accompagneranno per una lunga parte della vita, o forse per l’intera esistenza. Dal punto di vista storico, l’opera si svolge nel momento della grande floridità economica giapponese, prima della crisi degli anni Novanta, e le classi sociali – quella della famiglia di Fuki appartiene alla media borghesia – sono mostrate anche nei livelli apicali: Fuki è vigile anche rispetto a questi dettagli, a una calzatura elegante, a un paio di calzini vezzosi o a un cerchietto. Vede le differenze tra le persone: avrà poi tempo per capirle meglio. Mentre il Giappone ama “importare” pratiche americane e a tutti pare essenziale imparare l’inglese, dal punto di vista esistenziale la ragazzina sta invece affrontando un episodio traumatico della vita, quello della morte di suo padre (Lily Franky), malato terminale di cancro cui vengono dati pochi mesi di vita: inconsciamente o meno, l’esperienza della morte accelera la volontà di sapere. Dopo l’incipit perturbante del sogno, in cui Fuki vede il proprio funerale in seguito al proprio omicidio per mano di un pedofilo (guardando il film si può immaginare che l’incipit sia in realtà un flash-forward, se lo volessimo collocare nella linearità del tempo narrativo), la prima scena di Renoir mostra il padre della ragazzina accasciato, sanguinolento e pronto per essere portato nuovamente all’ospedale in ambulanza. Fuki è preoccupata, triste, ma desidera capire come si “aggregano” tra i loro i fenomeni, cosa significano e a quali sintomi occorre prestare ascolto. Per cogliere quello che è “dentro” alle persone e ciò che le persone non dicono assolutamente, Fuki si interessa anche a qualche pratica “magica”: quello che non si vede e non si dice le pare infatti importante almeno (o forse più) di ciò che è visibile e comunicabile. Ma la “magia” è solo una delle tante vie, e residuale, che si sperimentano perché la conoscenza prenda il largo. Accanto ci sono gli occhi, le parole, il disegno, la sperimentazione di tutto ciò che è praticabile. Senza negare l’esistenza della violenza e la capacità dell’uomo di compiere atrocità.
Girato magnificamente da Hayawaka e scritto dalla regista con maestria, Renoir non manca infatti di momenti arditi, anzi: oltre alla morte di un genitore, la curiosità fenomenologica della piccola protagonista la porterà ad avere a che fare con un universitario, che è un pedofilo, e solo per un soffio la nostra eroina non se la vedrà brutta. Scoperta l’esistenza di numeri telefonici (destinati agli adulti) per contattare sconosciuti e incontrarsi, la poco più che bimbetta è attratta da quei messaggi, quelle vite e dal racconto degli altri, dunque non si sottrae a questa bizzarra esperienza. Ed è evidente che, sebbene in maniera ancora vaga, Fuki sappia benissimo che ci sia qualcosa di seduttivo e poco adatto alla sua età in quell’incontro e in quelle telefonate. Ma l’intelligenza e la curiosità possono portare anche su sentieri poco consoni ed è molto interessante che questa sfumatura, delicata e profondamente vera (al giorno d’oggi normalmente censurabile a priori), sia portata in scena con così grande naturalezza. Fuki, del resto, vive con naturalezza ogni cosa e sente tutto. Dolcissima la sequenza dell’ultima giornata assieme al padre, fuori dall’ospedale, notevole la scena in cui la ragazzina fa la “ronda” in bicicletta attorno all’auto di un uomo che piace alla madre, Renoir è dichiaratamente un ritratto psichico in movimento nel tempo. Una fascinazione rivolta all’allusività di un’inquadratura, messa in moto e analizzata nelle sue implicazioni attraverso l’immaginazione: cinema, insomma. E “pittorico” perché analisi della simbolicità del dipinto, proteso a coglierne le verticalità e le direzioni invisibili. La presenza di Lily Franky (Father and Son, Ritratto di famiglia con tempesta e la Palma d’Oro Un affare di famiglia) collega direttamente la memoria cinefila di Renoir, infine, con l’opera di Hirokazu Kore’eda che, rimanendo nella contemporaneità, è senz’altro un mirabile “ritrattista”, ben capace di raccontare l’infanzia e l’adolescenza. Un grande regista umanista, quanto umanista è questo piccolo/grande film sulle fragilità e gli errori degli adulti e su una stagione feconda e perigliosa della vita. Che non tornerà mai più.
Info
La scheda di Renoir sul sito di Cannes.
- Genere: drammatico
- Titolo originale: Renoir
- Paese/Anno: Filippine, Francia, Giappone, Indonesia, Qatar, Singapore | 2025
- Regia: Chie Hayakawa
- Sceneggiatura: Chie Hayakawa
- Fotografia: Hideho Urata
- Montaggio: Anne Klotz
- Interpreti: Ayumu Nakajima, Hana Hope, Hikari Ishida, Lily Franky, Ryota Bando, Yui Suzuki, Yumi Kawai
- Colonna sonora: Rémi Boubal
- Produzione: Akanga Film Asia, Arte France Cinéma, Daluyong Studios, Dongyu Club, Happinet Phantom Studios, Ici et Là Productions, Kawankawan Media, Kinofaction, Loaded Films, Nathan Studios, Panoranime, Ten Carat
- Durata: 116'






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Plan 75