La trama fenicia

La trama fenicia

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Dodicesimo lungometraggio per Wes Anderson, La trama fenicia segue in maniera pedissequa lo schema visivo dei precedenti lavori del regista statunitense. Se la messa in scena non desta alcuno stupore si avverte almeno, rispetto ai film immediatamente precedenti, un minimo gusto per la narrazione. In concorso al Festival di Cannes.

Chi vuole uccidere Zsa-zsa Korda?

Sopravvissuto a un incidente aereo per la sesta volta in tutta la sua vita, il magnate internazionale Zsa-zsa Korda tenta di ricucire i rapporti con sua figlia Liesl, nel frattempo diventata suora, che non vede da molti anni… [sinossi]

Wes Anderson torna per la quarta volta in concorso al Festival di Cannes con The Phoenician Scheme (tradotto in italiano come La trama fenicia), e la sua presenza sulla montée de marche è accompagnata dalla consueta eco di improperi preventivi ed esaltazioni altrettanto automatiche. Nel corso degli anni e dei decenni la platea dei film del cineasta texano si è equamente divisa tra appassionati seguaci e feroci oppositori, senza che il tempo riesca a modificare detta dicotomia, o almeno a smussare gli angoli della controversia critica. Il motivo d’altronde è facilmente rintracciabile fin dalle primissime inquadrature di questo dodicesimo lungometraggio – il conto si allunga a tredici se si considera come oggetto unico The Wonderful Story of Henry Sugar and Three More, film antologico pensato a uso e consumo dei fruitori di Netflix e di cui un lacerto (La meravigliosa storia di Henry Sugar, per l’appunto) si vide nel settembre 2023 alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia –, nelle quali il pubblico fa la conoscenza di Zsa-zsa Korda, magnate a livello internazionale che è in volo sul suo aereo privato. Qualcuno ha però sabotato il velivolo, che esplode in parte – uccidendo un sottoposto di Korda, senza che ovviamente quest’ultimo alzi nemmeno un sopracciglio – e inizia la discesa verso lo sfracello. Korda però sopravvive, e si scopre che è la sesta volta che ciò accade nel corso della sua vita: qualcuno ha intenzione di ucciderlo, probabilmente la burocrazia del governo statunitense – Korda è un orgoglioso evasore delle tasse, e non è l’unico crimine a cui si è dedicato nel corso della sua esistenza. Se il sottile umorismo dedito all’arte del paradosso permette già di accedere a un immaginario oramai perfettamente decrittabile senza neanche dover compiere il benché minimo sforzo, l’apparato scenografico è una madeleine ben più potente di quelle che Marcel Proust riceveva con il tè dalla zia Léonie.

Il punto della questione è in effetti tutto qui: il cinema di Wes Anderson è sempre immancabilmente uguale a sé, non modifica mai il piano strutturale, l’apparato visivo, la costruzione dei dialoghi, che i personaggi affrontano con un vocabolario a dir poco forbito, grondante letterarietà mai priva di una profonda dose d’ironia. Anderson, e in questo senso La trama fenicia funge da mera conferma, è un regista statico, e come un impressionista che dipinge sempre immancabilmente lo stesso albero, non si discosta in nessuna occasione dalle sue ossessioni. Ecco dunque che eccezion fatta per i neofiti, chi si avvicinerà al racconto di Korda, della riscoperta del rapporto famigliare con la figlia Liesl – in procinto di prendere i voti, e dunque abbigliata per quasi tutto il film come una delle suore protagoniste di Narciso nero di Powell e Pressburger –, del tentativo di “salvare” gli affari attraverso uno scorporamento delle quote azionarie (con accordi raggiunti in modi a dir poco fantasiosi, ivi compreso uno scontro due contro due a basket) e via discorrendo non potrà in nessun caso dirsi sorpreso, arrivando quasi ad anticipare le scelte di montaggio, la consecutio logico-visiva, gli intoppi cui andranno incontro i personaggi, che dovranno ingegnarsi per venire a capo delle soluzioni. Sabbie mobili, trasfusioni di sangue a bordo di cargo mercantili, fumosi locali jazz marsigliesi, deserti arabi degni di Lawrence d’Arabia, magioni veneziane: La trama fenicia è un campionario ben assortito dei corsi e ricorsi autoriali di Anderson, che sembra quasi provare un bisogno protettivo nel ricreare il già creato – discorso che vale anche per il cast, composto in modo pressoché esclusivo dai migliori amici del regista. In tal senso assumono un valore peculiare le varie situazioni oniriche che vive il protagonista, con il sogno di un’Aldilà in bianco e nero che sembra quasi dreyeriano, o bergmaniano, e che di quando in quando ridestano l’attenzione.

Per il resto è quantomeno apprezzabile che Anderson abbia per un momento riposto nel cassetto l’idea del racconto iper-segmentato, composto solo ed esclusivamente di bozzetti, di appunti, di piccoli racconti raramente essenziali. La trama fenicia ha una narrazione univoca, per quanto suddivisa in capitoli, e questo permette al film di mantenere una sua coerenza, e anche di appassionare con maggiore facilità lo spettatore, contrariamente a quanto accadeva in The French Dispatch, Asteroid City e nel succitato lavoro a episodi dedicato alle opere di Roal Dahl. Il ritorno a una storia che preveda uno sviluppo psico-emotivo dei personaggi, pur nella maniera survoltata e monodimensionale che tanto piace ad Anderson, è un dettaglio senza dubbio secondario, ma che spinge a credere un po’ di più in un approccio sistemico e sistematico che si era fatto sempre più astratto e disincarnato, senza acquistare in profondità teorica – come al contrario accadeva con il discorso sulla variazione che apriva e chiudeva Moonrise Kingdom. E forse è consigliabile accontentarsi.

Info
La scheda de La trama fenicia sul sito del Festival di Cannes.

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