Magalhães
di Lav Diaz
Magalhães è il film con cui Lav Diaz torna sulla Croisette (e a utilizzare il colore) a dodici anni di distanza da Norte, the End of History; montaggio “breve” di un’opera che nella versione definitiva dovrebbe innalzarsi fino alle nove ore, Magalhães è il risultato mirabile di una riflessione sulla colonizzazione portoghese delle Molucche, sulla cristianizzazione anti-islamica, sul linguaggio come primo veicolo di sottomissione. A Cannes Première.
L’inizio della Storia
Magellano è un capitano che si ribella al potere del Re, perché è un umanista e crede nella giustizia. Ma quando finalmente ottiene il comando della flotta delle spezie, con la quale effettuerà la prima circumnavigazione del globo, cosa scoprirà di sé stesso? [sinossi]
Sono trascorsi dieci anni da quando alla Berlinale fece la sua apparizione nella sezione Forum Balikbayan #1 – Memories of Ovedevelopment Redux III, straordinario lavoro con cui Kidlat Tahimik metteva la parola fine su un lavoro iniziato addirittura nel 1979: un discorso sulla colonizzazione, degli uomini e dello sguardo, che si traduceva in un atto di libertà assoluta. Ma anche un film che parlava di uno dei momenti topici della storia di quelle che diventeranno le Filippine, vale a dire l’uccisione da parte degli uomini di Lapu-Lapu, datu dell’isola di Mactan (nell’attuale provincia di Cebu) di Ferdinando Magellano, l’esploratore portoghese che al soldo del re di Spagna sognava l’indicibile, la circumnavigazione completa del globo. Una freccia avvelenata se lo portò via, e il corpo non venne neanche mai restituito alla corona spagnola – che con ogni probabilità non si adoperò in grandi sforzi per ottenerlo indietro. È assai rilevante annotare come oggi anche Lav Diaz, principale tra i cineasti filippini dell’ultimo trentennio, giunga a conclusioni non troppo dissimili da quelle di Tahimik, che nel suo film interpretava la parte di Enrique, lo schiavo personale malese di Magellano che fungeva da interprete nella Malacca, durante i dialoghi con i nativi in tagalog. Anche Diaz, come Tahimik, vede in Enrique la chiave di volta dell’intero ingranaggio storico-narrativo, il vero punto di non ritorno della questione indipendente filippina, il momento di rottura che impedì (meglio, contribuì a impedire) la sottomissione della popolazione capitanata da Lapu-Lapu e da Humabon, datu di Cebu. Nella vulgata comune fu proprio Enrique a tradire, spinto dalla possibilità di tornare uomo libero, e non schiavo di una potenza occidentale. In Magalhães, il film con cui Diaz torna sulla Croisette a dodici anni di distanza da Norte, the End of History – curiosamente anche l’ultimo film finora del regista a essere post-prodotto a colori –, Enrique è una figura nascosta nell’ombra, quell’ombra dominata da un capitano di vascello indomito, sospinto persino da ideali umanisti, eppur continuamente contraddittorio, costretto a confrontarsi con le pieghe del potere, i suoi anfratti più nascosti e colmi di insidie.
Occorre da subito operare una distinzione, che permetta di comprendere meglio ciò di cui si andrà pur brevemente a discettare. La versione di Magalhães proiettata all’interno del palinsesto del Festival di Cannes – nel fuori concorso di Cannes Première – non è che un breve lacerto dell’insieme ideato e lavorato da Lav Diaz. Il progetto, che ha occupato il cineasta nel corso degli ultimi anni anche tra un film e un altro, prevede infatti un montaggio definitivo che dovrebbe attestarsi attorno alle nove ore, e che è probabile ipotizzare vedrà la luce del grande schermo a Rotterdam il prossimo gennaio: un minutaggio troppo difficile da maneggiare per il Festival di Cannes, motivo per cui il comparto produttivo ha pensato bene di approntare una versione più breve, che potesse in ogni caso rispettare il senso dell’operazione. Ecco dunque questo Magalhães di poco più di due ore e mezza, una durata non abituale per Diaz soprattutto per quel che concerne le narrazioni così epiche. Non si può certo negare che durante la visione ci si renda conto di come alcuni passaggi siano inevitabilmente tagliati con l’accetta, così come ci si imbatte in determinate inquadrature che di solito nella prammatica di Diaz si estendono per una durata assai maggiore. Se si avverte la sensazione di quando in quando di non entrare completamente nell’inquadratura, come se il tempo venisse spezzato in modo troppo brusco, non si può certo negare la potenza espressiva di un lavoro sopraffino, sublime nella sua capacità di affrontare un personaggio complesso quale Magellano mostrando attraverso l’immagine la discordanza di un incrocio tra culture che diventa mattanza, e di un vagare per l’immensità degli oceani che è portatore di morte e di lutto eterno – lo struggente passaggio in cui il capitano, tornato in Portogallo, incontra sulla spiaggia le madri e le mogli dei marinai e dei soldati che non faranno mai più ritorno a casa.
Attratto dal potere misterico della natura, e dell’evento naturale – la pioggia che inizia a cadere incessante sull’acqua, mentre la camera-boat avanza in una direzione che non ha orizzonte – Diaz esplica attraverso la figura di Magellano, qui interpretato da un eccellente Gael García Bernal, al primo lavoro con un regista asiatico, la sua visione politica e delle umani vicende. C’è ovviamente la messa alla berlina della colonizzazione (che è sempre questione di corpi sopraffattori e sopraffatti, come mostrato in maniera paradigmatica nel lungo incipit), ma anche il progressivo perdere di senso dell’amministrazione del potere, con la vita e la morte che diventano orpelli, dettagli inessenziali e quasi indistinguibili, come quella religione che da giustificazione dell’atto predatorio si declina in ostacolo da abbandonare su un’isola. Lo sguardo non può avere una visione d’insieme, è celato dietro architravi che lo limitano, oblò che gli consentono un accesso solo parziale al tutto. Come il cinema, che vive in un fuori campo così vasto da non poter essere catalogato e calcolato nella sua esattezza. Cinema che come ogni immagine-idolo (le stesse che vengono bruciate dagli spagnoli per sostituirle con croci cristiane) è un fantasma. E se Magellano ha perso, ha fallito, non è riuscito nella sua impresa, è proprio perché ha creduto ai fantasmi invece di attenersi alla realtà fattuale: il fantasma di Lapu-Lapu (“ma è un mito?”, chiede durante uno degli ultimi dialoghi), sulla cui veridicità storica ci si imbatte in posizioni discordanti, ma anche e soprattutto il fantasma della moglie, quell’apparizione conciliante e dunque falsa che lo conduce verso l’irrealizzabilità del sogno di attraversare il globo da parte a parte. In un film caratterizzato da file di cadaveri di nativi e predatori che occupano gli angoli delle inquadrature (e dal crollo dell’idea di eradicare dal mondo l’islamismo, base portante di uno dei monologhi più incredibili del film: anche qui si legge il nitore politico del progetto) Diaz concede al suo eroe/demone un campo lunghissimo da attraversare prima di morire, quasi a suggerire una circumnavigazione dell’inquadratura. L’unica, forse, ancora realizzabile.
Info
Magalhães, la scheda sul sito del Festival di Cannes.
- Genere: drammatico, storico
- Titolo originale: Magalhães
- Paese/Anno: Filippine, Francia, Portogallo, Spagna, Taiwan | 2025
- Regia: Lav Diaz
- Sceneggiatura: Lav Diaz
- Fotografia: Artur Tort, Lav Diaz
- Montaggio: Artur Tort, Lav Diaz
- Interpreti: Amado Arjay Babon, Ângela Azevedo Ramos, Brontis Jodorowsky, Gael García Bernal, Ronnie Lazaro, Tomás Alves
- Produzione: Andergraun Films, Black Cap Pictures, El Viaje Films, Lib Films, Rosa Filmes, Volos Films
- Durata: 156'





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