Resurrection
di Bi Gan
Giunto al terzo lungometraggio Bi Gan con Resurrection (il titolo originale mandarino recita 狂野时代, Kuáng yě shídài, letteralmente “tempi selvaggi”) alza l’asticella dell’ambizione, mettendo in parallelo la storia della Cina e quella del cinema, e attraversando il Novecento come un movimento estetico. Non si tratta però di una questione meramente formale, e il film sa coniugare tutte le sue esigenze, nonostante una durata espansa e qualche passaggio criptico per chi non avesse dimestichezza né con la settima arte né con la storia cinese. In concorso a Cannes 2025.
Vampiri e pellicole
In un mondo in cui gli esseri umani non sanno più sognare, un essere come nessun altro perde l’equilibrio e non riesce più a distinguere l’illusione dalla realtà. Solo una donna riesce a vederlo, penetrando nei suoi sogni alla ricerca della verità… [sinossi]
L’esposizione di una pellicola alla luce del giorno è deleteria, e porta alla perdita di ciò che vi era impresso sopra, che si dissolve esattamente come fanno i vampiri al sole. Il cinema come atto predatorio? Sì, apparentamento facile ma non improprio, che Bi Gan fa su in uno dei sei segmenti di cui si compone Resurrection, suo terzo lungometraggio diretto a ben sette anni di distanza dal precedente Un lungo viaggio nella notte, che prese parte a Cannes al concorso di Un certain regard. L’approdo nel concorso principale per Bi è anche l’occasione per la kermesse transalpina di confermare la strada intrapresa nel corso di questo 2025 sulla Croisette, con uno spazio molto più ampio del solito nella disfida per il palmarès dedicato alle opere meno allineate, quelle formalmente meno ovvie, o per lo meno paludate: Resurrection in tal senso rappresenta la sfida più ostica, anche per la dimestichezza che richiede con la cultura cinese, ma non da meno sono stati Sirat e Sound of Falling. La resurrezione è d’altronde un’altra caratteristica dei vampiri, ma anche del cinema in senso stesso, araba fenice destinata a rinascere dalle proprie ceneri proprio quando pare non vi sia più alcuna speranza: in tal senso è interessante notare come Bi abbia iniziato a lavorare sull’idea del film, poi sviluppata in fase di sceneggiatura insieme a Zhai Xiaohui, durante la pandemia, quando il cinema come luogo collettivo rischiava di diventare un vago ricordo, e l’immaginario minacciava di rimpicciolirsi a uso e consumo di schermi meno capienti. A rinascere sono eternamente i due personaggi che vivono l’intera narrazione frammentaria e metaforica voluta da Bi: uno è un “mostro”, che in un’epoca in cui gli esseri umani hanno smesso di sognare ancora osa farlo, l’altra è l’unica persona che ancora riesce a “vedere” detto mostro – che sembra quasi un incrocio tra il Nosferatu di Murnau e i morlock di wellsiana memoria. Eppure in originale il titolo del film recita 狂野时代, cioè a dire Kuáng yě shídài, letteralmente “Tempi selvaggi”. Non è la prima volta che il trentacinquenne cinese modifica all’uopo i suoi titoli pensando a due mercati tra loro non necessariamente conciliabili: lo splendido Kaili Blues – considerato non a torto l’esordio nonostante Bi avesse già diretto a ventidue anni l’autoprodotto Tiger –, che dieci anni fa fece innamorare stampa e addetti ai lavori a Locarno, in mandarino si intitola 路边野餐 (Lù biān yěcān, “Un picnic lungo la strada”), mentre il succitato Un lungo viaggio nella notte per chi vive a Pechino e dintorni risponde al nome di 地球最后的夜晚 (Dìqiú zuìhòu de yèwǎn, “L’ultima notte sulla Terra”).
Sono tempi selvaggi in effetti quelli che Bi racconta nelle due ore e mezza nelle quali dipana non una storia, ma mille rivoli che vanno a comporre da un lato la storia del cinema, e dall’altro quella della Cina moderna e contemporanea. Una storia di rivoluzioni, in entrambi i sensi, che si parli dell’ingresso di un treno in stazione, di un viaggio sulla Luna o di una artefatta costruzione espressionista. Ama la forma, Bi, sa come maneggiarla e non ha alcun timore reverenziale nel farlo. Ecco dunque che Resurrection trabocca di intuizioni visive, quasi potesse porsi come un compendio degli sviluppi estetici di un’arte che sempre come i vampiri è eternamente giovane, checché se ne dica in giro. Così c’è il segmento muto – i primi venti minuti di film, su per giù –, con tanto di didascalie per racchiudere i passaggi salienti della sceneggiatura, c’è quello dominato dalle avanguardie storiche, c’è il noir, c’è il film che mette a confronto il pensiero moderno con la memoria buddista – ambientato in un tempio dismesso, perfetta location per un’opera soprannaturale d’antan –, c’è il dramma anni Ottanta, e infine c’è il mélo post-Wong Kar-wai, ambientato nel 1999 e dominato da una delle tecniche predilette di Bi, vale a dire il piano sequenza che in questo caso segue una coppia di disperati nell’ultima notte del millennio in attesa che sorga l’alba e si possa “rubare” un cargo per lanciarsi sul fiume in direzione del sole. Come capita sovente in queste occasioni il rischio è che le impressionanti capacità tecniche e di messa in scena di Bi – ogni segmento lascia letteralmente a bocca aperta lo spettatore, perfino il più smaliziato, tale e tanta è la classe, la raffinatezza e la conoscenza del mezzo espressivo mostrata dal trentacinquenne nativo di Kaili, nel Guizhou (terra d’origine del popolo miao, noto anche come hmong) – oscurino il resto del lavoro, arrivando a sfiorare l’accusa di formalismo che durante il maoismo lo avrebbe bloccato in fase di censura. Se così non è il merito va attribuito alla capacità di fondere lo sviluppo del cinema nel Novecento mettendolo a paragone con quello della nazione natia. En passant nel corso di Resurrection si può cogliere la rivoluzione Xinhai, gli anni tumultuosi della guerra intestina tra Partito Comunista Cinese e Kuomintang, le due velocità dell’economia per tenere assieme socialismo e capitalismo, e infine il momento di passaggio epocale, quando con l’arrivo del Ventunesimo secolo la Cina si lancia a divenire la prima potenza mondiale. Sarebbe dunque un errore imperdonabile perdersi nelle immagini sontuose lavorate da Bi – e quasi interamente frutto di un immenso sforzo artigianale, con gli effetti speciali visivi post-prodotti ridotti a una minoranza schiacciante – come se si stesse assistendo a un sogno, e senza cercare di decrittarlo. Si diverrebbe inesorabilmente “mostri”, pronti a essere relegati all’oblio. Ovviamente buona parte della critica occidentale, che non ha alcun interesse a studiare ciò che esce dal proprio campo d’esperienza, e si ritiene storicamente e moralmente “superiore” (Vecchioni docet, purtroppo), non farà neanche lo sforzo per comprendere un’operazione forse sfrontata ma non per questo vuota come quella di Bi Gan, e scriverà di gioco tra realtà e finzione, quando Resurrection parla d’altro e ha intenzione di muoversi in tutt’altra direzione. Ma si sa, mala tempora currunt.
Info
Resurrection sul sito del Festival di Cannes.
- Genere: drammatico, fantasy, horror, noir, thriller
- Titolo originale: Kuang ye shi dai
- Paese/Anno: Cina, Francia | 2025
- Regia: Bi Gan
- Sceneggiatura: Bi Gan, Zhai Xiaohui
- Fotografia: Dong Jinsong
- Montaggio: Bai Xue, Bi Gan
- Interpreti: Chao Mark, Chen Yongzhong, Chloe Maayan, Guo Mucheng, Huang Jue, Jackson Yee, Li Gengxi, Shu Qi, Yan Nan, Zhang Zhijian
- Colonna sonora: M83
- Produzione: CG Cinéma, Dangmai Films, Shanghai Huace Film
- Distribuzione: I Wonder Pictures
- Durata: 160'
- Data di uscita: 23/04/2026


Cannes 2025 – Minuto per minuto
Cannes 2025
Festival di Cannes 2025 – Presentazione
Un lungo viaggio nella notte
Kaili Blues