Marcel et Monsieur Pagnol

Marcel et Monsieur Pagnol

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Tornato al lungometraggio d’animazione dopo Attila Marcel e la sequenza animata realizzata per Joker: Folie à Deux, Sylvain Chomet ha presentato al Festival di Cannes 2025 il biopic Marcel et Monsieur Pagnol, programmato tra le Séances Spéciales. Titolo di maggior richiamo del plotoncino animato ospitato sulla Croisette, quantomeno nelle premesse, il film resta però impantanato nella voglia di raccontare tutto, troppo. Aneddotico, schematico, lontanissimo dalla verve narrativa di Appuntamento a Belleville e L’illusionista.

Mi ricordo montagne verdi

All’apice della sua fama, Marcel Pagnol ricevette l’incarico dal caporedattore di un’importante rivista femminile di scrivere un romanzo a puntate in cui avrebbe potuto raccontare la sua infanzia, la sua Provenza, i suoi primi amori e tutto quel che segue. Mentre scrive le prime pagine, il bambino che era stato, il piccolo Marcel, gli appare all’improvviso. Così, attraverso le parole, riaffiorano i suoi ricordi: l’avvento del cinema sonoro, il primo grande studio cinematografico, il suo attaccamento agli attori, l’esperienza della scrittura. Il più grande narratore di tutti i tempi diventa quindi l’eroe della sua stessa storia… [sinossi]

Tra i titoli più attesi sulla Croisette c’era anche Marcel et Monsieur Pagnol, ritorno alla regia di un lungometraggio d’animazione di Sylvain Chomet, già entrato nella storia del cinema grazie a Appuntamento a Belleville e L’illusionista. Archiviata a suo tempo e senza troppi entusiasmi la sequenza animata di Joker: Folie à Deux, usciamo anche questa volta dalla sala perplessi, con la convinzione – probabilmente errata – di esserci trovati di fronte a un film privo di una reale urgenza poetica, ma anche privo di una convincente idea di scrittura. Biopic che cerca di intrecciare alcuni piani narrativi (la mente corre al più vivace e riuscito Le avventure del piccolo Nicolas di Amandine Fredon e Benjamin Massoubre), Marcel et Monsieur Pagnol sembra non voler rinunciare a niente (teatro, cinema, Storia, vicende personali ecc), risultando alla lunga piuttosto schematico, persino piatto. Forse, fatte le debite proporzioni, la delusione più cocente di Cannes 2025.

Nel trovare pienamente la parola, assente o quasi nei precedenti Appuntamento a Belleville e L’illusionista, la scrittura di Chomet sembra appesantirsi, smarrendo soprattutto la capacità di sintesi, di scelta e – soprattutto – di focalizzazione tematica. In tal senso, è emblematico il confronto con L’illusionista, basato su una sceneggiatura inedita di Jacques Tati. Nel raccontare la storia dell’anziano illusionista francese Tatischeff, Chomet coglieva infatti il tramonto di un’epoca, l’afflato nostalgico ma anche lo spirito di Tati. Non era un biopic, certo, eppure era un omaggio che del regista, sceneggiatore, attore e mimo francese raccontava molto. Al contrario, la linearità e la prevedibilità della struttura di Marcel et Monsieur Pagnol, così classica nel voler ripercorrere vita e opere tappa dopo tappa, non restituisce la magia del teatro e del cinema di Marcel Pagnol, nemmeno nel momento fondamentale del passaggio tra muto e sonoro, tra teatro e cinema.

Quadro dopo quadro, vita privata e professionale si intrecciano e cannibalizzano, lasciando ben poche briciole al contesto storico – si veda la questione dell’occupazione nazista. Anche l’idea del giovane Pagnol, del legame con l’infanzia provenzale, con questo dialogo impossibile tra l’anziano e il se stesso ragazzino, procede lungo direttrici piuttosto meccaniche (torniamo all’esempio positivo e decisamente più fertile de Le avventure del piccolo Nicolas).
Alcuni personaggi, evocati dalla fiumana narrativa, si perdono per strada o sono ridotti a fugaci comparsate – ad esempio, l’impareggiabile Fernandel, qui tirato via. In estrema sintesi, il materiale narrativo che prese forma grazie allo stesso Pagnol (nel 1957 la direttrice di Elle Hélène Lazareff chiese a Pagnol di scrivere un romanzo a puntate che darà vita a una fortunata serie: La gloria di mio padre, Il castello di mia madre, Il tempo dei segreti…) si rivela troppo ampio, soverchiante.

Sul piano stilistico è ovviamente un piacere riassaporare il classicismo di Chomet, così legato alle linee e alle sintesi grafiche di certa animazione anni Cinquanta\Sessanta. Piombiamo poi in una sorta di cortocircuito cinefilo e nostalgico quando lo schermo animato si apre alle vere sequenze dei film di Pagnol, come il fondamentale La moglie del fornaio (La Femme du boulanger, 1938): animazione e live action convivono per alcuni istanti, rafforzando l’impressione che quei volti caricaturali siano davvero Pagnol, Raimu, Fernandel e via discorrendo. Minuzioso, a tratti abbacinante, il lavoro sui fondali, soprattutto nelle sequenze cittadine e negli interni. Si spera, adesso, di non dover attendere altri quindici anni…

Info
La scheda di Marcel et Monsieur Pagnol sul sito di Cannes.

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