Sob a Chama da Candeia

Sob a Chama da Candeia

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Nella sua ultima opera, Sob a Chama da Candeia, il regista portoghese André Gil Mata ritrae un mondo antico, una casa di campagna e due anziane donne che la abitano, mentre si manifestano i fantasmi del passato, delle loro vite nei decenni. Un affresco di un piccolo mondo periferico, antico, che racchiude il senso di una cultura arcaica e un elogio alla lentezza. In concorso alla 61ª Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro.

Ricordi della casa verde

Portogallo settentrionale. Due donne hanno condiviso per sessanta anni la vita quotidiana in una casa dagli azulejos verdi, con un giardino, una magnolia. Stanze piene di oggetti di vite passate. Tracce del tempo, gesti e affetti. Qui Alzira è nata, ha vissuto; qui è stata figlia, madre e nonna; qui ha giocato da bambina, ha imparato il pianoforte e si è dedicata a un marito austero. Ha vissuto tutti questi anni con Beatriz, la domestica, che ha dedicato tutta la sua vita alla famiglia di Alzira. Al volgere delle loro esistenze terrene, Alzira, ormai libera grazie alla morte del marito, prende una decisione che solo a lei spetta. [sinossi]

Singolare coincidenza l’uscita quasi contemporanea di due film, di latitudini, produzioni, intenti, tecnologie diversissimi, che però si fondano su uno stesso principio. Stiamo alludendo a Here, film hollywoodiano, straordinario, di Robert Zemeckis, che tutti conoscono, e Sob a Chama da Candeia (il titolo internazionale è The Flame of a Candle), del cineasta portoghese André Gil Mata, opera sicuramente più di nicchia che possono aver visto i frequentatori della 61ª Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro, dove era in concorso, o quelli del FIDMarseille, dove è stato presentato in anteprima. Entrambi i film ragionano su un’unità di luogo, una casa, e sui suoi interni come contenitori di scene e immagini delle vite, delle presenze umane che vi hanno soggiornato, e sul loro riemergere come fantasmi; ragionano sul rapporto tra spazio e tempo, nella fissità del primo e nel divenire del secondo. Su questa base i due autori poi hanno scelto strade diversissime. André Gil Mata sviluppa il soggetto di una donna di nome Alzira (interpretata dalla storica attrice serba Eva Ras che il regista aveva omaggiato nel suo precedente film How I Fell in Love with Eva Ras) che ha vissuto tutta la sua vita nella dimora di famiglia, in una casetta rivestita dalle tipiche piastrelle portoghesi, gli azulejos, all’esterno di colore verde. Ora vive da anziana vedova con la domestica zitella Beatriz, e rivive il suo passato, con il marito, da giovane e da vecchio, la sua proposta di matrimonio alla famiglia, i suoi corsi di pianoforte con un’insegnante, la sua passione per la pittura. È una dimora old style, vetusta, con il gusto di una volta. I mobili e gli arredi di legno, gli oggetti di devozione, le immagini della Madonna, i ceri, gli specchi un po’ offuscati di gusto retrò, la vecchia macchina da cucire a pedali della nonna, i gomitoli, e tantissimi quadretti in bianco e nero, immagini famigliari o da cartolina, il piccolo presepio.

André Gil Mata crea un senso da natura morta, realizza dei tableau vivant o delle moderne conversation piece, rende un senso di stasi, un elogio della lentezza. Anche i dialoghi sono rarefatti, il primo arriva dopo circa mezz’ora, mentre arriva comunque tardi la prima inquadratura che vede insieme le due anziane signore. Un ritrarre la senilità, l’autunno della vita, rivivendola retrospettivamente, che ci riporta alla stanza rococò di 2001: Odissea nello spazio. C’è quella stessa lentezza e fatica dei movimenti dell’astronauta che può per sbaglio far cadere un bicchiere alzandosi da tavola. E torna anche un’analoga ciclicità, una compresenza di vari stadi di età della vita. Evidente anche l’impronta del Maestro Bela Tarr, con il quale André Gil Mata ha studiato nella Film Factory di Sarajevo. E che omaggia in una scena dove i bambini in circolo leggono testi di astronomia, raffigurandosi la volta celeste come le sue meccaniche interpretate all’inizio di Le armonie di Werckmeister. Gli interni della casa, i suoi arredamenti retrò, rimangono alterati, resi con il chiaroscuro, esplorati con la mdp. Le epoche si distinguono da oggetti come l’aspirapolvere o il modello del televisore, oltre che all’età dei personaggi. Ai tempi dilatati corrisponde un alternarsi di fissità, di inquadrature con leggeri e poco percettibili movimenti di macchina, a piani sequenza complessi e improvvisi, che spesso abbracciano il tempo, lo attraversano fanno comparire i fantasmi. La mdp può girare attorno alla tavola inquadrando il marito prima da anziano che poi rientra in campo da giovane. Oppure aggirarsi tra le stanze che rappresentano epoche diverse. Oppure raccordare il dipinto che Alzira sta facendo e la cartolina in bianco e nero che usa come modello, raffigurante il paesaggio del Pan di Zucchero in Brasile, quella terra promessa che il padre di Alzira magnificava alla figlia piccola. E come intercalare, o come demarcazione, si ripete uno stesso movimento di macchina in giardino, nelle varie stagioni, che, partendo dal campanile sullo sfondo, esplora lo spazio esterno, i fiori, aggira un vecchio albero coperto di muschio, passa per il cagnolino nella cuccia per ritrarre poi l’esterno della casa, con gli azulejos verdi e una severa scalinata. Le stagioni si alternano, i cicli della vita si compiono, la vita passa come l’acqua del lavabo ripreso dall’alto, che defluisce, ripresa in real time. Sob a Chama da Candeia è un elogio alla lentezza e a una magniloquenza decadente che caratterizza un Portogallo, con il suo cinema classico, che ancora vive anacronisticamente nel passato, che pulsa nei vicoli stretti dei quartieri storici delle sue città al suono del fado, nei suoi muri rivestiti di azulejos, nel ricordo di Pessoa che si fermava ai tavolini del caffè A Brasileira.

Info
Sob a Chama da Candeia sul sito di Pesaro.

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