Reflection in a Dead Diamond

Reflection in a Dead Diamond

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Hélène Cattet e Bruno Forzani tornano con Reflection in a Dead Diamond (già visto lo scorso febbraio alla Berlinale) a ragionare sulla superficie liscia dell’immagine, sulla trasparenza del genere, per mettere in scena la perdizione della memoria che è atto di desiderio e cinefilia al medesimo istante. Un’opera volutamente ipertrofica ma in realtà scabra, quasi marmorea nella sua sinapsi funeraria.

Serpentik!

Quando la misteriosa donna nella stanza accanto scompare, un’affascinante ex spia settantenne che vive in un lussuoso hotel sulla Costa Azzurra si confronta con i demoni e i beniamini di un passato torbido in cui cinema, ricordi e follia si scontrano. [sinossi]

L’anziano John D. interpretato da Fabio Testi è già nella sua forma pre-mortem, pensionato in un albergo di lusso della Costa Azzurra, quando un riflesso sulla spiaggia riattiva la sua voglia di pensare, meglio ancora di ricordare, riannodando i fili della memoria per tornare a cinquant’anni prima, quando il mar Mediterraneo nel sud della Francia accompagnava con lo sciabordio delle onde il ritmo dell’incessante attività di spie, tradimenti, forse persino amori, inseguimenti automobilistici. La memoria coccola, come sempre nel cinema di Hélène Cattet e Bruno Forzani, che con Reflet dans un diamant mort – per la distribuzione italiana si è preferito riproporre il titolo internazionale in inglese, Reflection in a Dead Diamond – firmano il loro quarto lungometraggio, il primo dai tempi di Laissez bronzer les cadavres, che fece la sua apparizione sulla Piazza Grande di Locarno nell’agosto del 2017. Se in quel caso la coppia di cineasti giocava con i codici del neo-noir, e del western contemporaneo, Reflection in a Dead Diamond è una ricognizione sfolgorante sotto il profilo visivo e visionario nelle direttrici della spy story e del crime degli anni Cinquanta e Sessanta: ci si balocca con James Bond, si cita apertamente Caccia al ladro di Alfred Hitchcock, e si guarda con consapevole insistenza dalle parti del Diabolik di Mario Bava e delle assurde e avvincenti scaramucce spionistiche di Antonio Margheriti (soprattutto Operazione Goldman), con un immaginario sempre edotto com’è ovvio dell’esistenza di Fantômas, Irma Vep e compagnia cantante. Venuti alla luce nel decennio che più di ogni altro in Europa si è interrogato sulle sorti del genere, sulla riappropriazione di immaginari oramai defunti sotto il profilo produttivo, Cattet e Forzani lavorano da vent’anni sulla superficie liscia delle cose, sull’immagine-specchio, sul riflesso – per l’appunto – più che sull’aspetto materico.

Il loro rapporto con il genere è prossimo alla speculazione filosofica, e anche per questo con ogni probabilità chi dal cinema pretende carne e sudore corre il rischio di trovare respingente un’operazione intellettuale come Reflection in a Dead Diamond: non c’è vita, almeno apparente, nelle pieghe di questo racconto che altro non è se non il delirio senile di un uomo che vorrebbe il tempo non si fosse mai fermato. L’anziano John D. è esso stesso Cattet/Forzani, che a loro volta a bordo piscina o sulle spiagge di fronte al mare sognano che il cinema sia ancora quello di cinquant’anni fa, quando l’immagine veicolava il senso, e non la narrazione. Si può legittimamente trovare facile l’approccio del duo di registi, e non v’è dubbio che la semplicità sia uno dei tratti distintivi di questo film come delle loro opere precedenti: secco, puntuto, il racconto non si eleva neanche all’ora e mezza di durata. Non ne ha bisogno. Non vincerà alcun premio per lo sviluppo della sceneggiatura Reflection in a Dead Diamond, ma sarebbe ingenuo pensare che Cattet e Forzani puntassero in quella direzione. La trama è superficiale, ma la verità è che potrebbe direttamente non esistere e la materia del contendere resterebbe la stessa. I vagheggi dell’attempato John D., la sua memoria dell’imprendibile Serpentik, dei corpi femminili che sono come diamanti, da ammirare e “rubare”, sono fin troppo per quel che serve a Cattet e Forzani. Nel mondo utopico e ideale in cui amano ambientare le loro creature l’immagine dovrebbe bastare a sé, senza nessun tipo di orpello ulteriore. Il genere come idealtipo visivo, non come agire del racconto.

Come si accennava dianzi si può entrare in dialettica con tale punto di vista, e lo si può fare anche contrapponendovi una direzione opposta o almeno divergente, ma è difficile non restare ammaliati di fronte alla lucida capacità di gestione dei cliché e dei codici del genere che i due registi testimoniano una volta di più di possedere. L’omaggio cinefilo contiene in sé la riflessione sull’oggetto-film in quanto tale, sulla sua riproducibilità che non ha più fini narrativi ma puramente scopici, e dunque anche sulla natura una e trina dell’opera stessa, che è già in scena rêverie sul passato, ne raddoppia il senso come nostalgia dell’immagine-che-fu, e in più ragiona anche sulla rappresentazione in quanto tale, con tanto di riferimenti ad altri medium – il fumetto. Quel che ne viene fuori è un lavoro non necessariamente godibile (può persino apparire faticoso, nonostante la breve durata, se non ci si fa rapire dalle immagini), quasi astratto, ma proprio per queste sue anomalie rispetto alla prassi da difendere con forza, come oggetto alieno – e dunque portatore sano di rivoluzione – in una canone fattosi via via sempre più usurato.

Info
Reflection in a Dead Diamond, un trailer.

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