Shayda

Shayda

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Basandosi su ricordi d’infanzia e dolorosamente lavorandoli, la regista iraniana ma stanziata in Australia Noora Niasari costruisce con Shayda un dramma sentito anche se piuttosto convenzionale nello sviluppo drammaturgico, interamente poggiato sulle spalle della sua interprete principale, efficace come monito contro la violenza e la discriminazione di genere ma da lì poco capace di spostarsi.

Madre coraggio e sua figlia

1995. Shayda vive in Australia con la figlia di sei anni, Mona. La donna si è rifugiata in un centro di accoglienza per donne scampate alla violenza domestica dopo essere fuggite dal marito abusante. Durante il Nowruz, il Capodanno persiano, Shayda cerca di ricostruire una vita normale e riappropriarsi della propria libertà, ma la concessione delle visite paterne senza supervisione da parte di un giudice riapre ferite e tensioni, mettendo a rischio la sicurezza emotiva e fisica di madre e figlia. [sinossi]

Il film d’esordio della sceneggiatrice e regista Noora Niasari, particolarmente apprezzato al Sundance 2023 dove si è aggiudicato il premio del pubblico, è una meta-fiction personale basata sull’infanzia dell’autrice, segnata da una dinamica genitoriale tesa, conflittuale, da un senso di precarietà geografica ed esistenziale acuito dalla cesura con le proprie radici seppure controbilanciato da un legame madre-figlia intenso e incorruttibile. Siamo a Melbourne, a metà anni ’90 (ma l’unico riferimento culturale esplicito al periodo storico è Il re leone proiettato nel cinema di un centro commerciale), dove Shayda (interpretata da Zar Amir Ebrahimi, che si era fatta notare in Holy Spider di Ali Abbasi, per il quale aveva vinto il premio come miglior attrice a Cannes) intraprende i suoi studi di infermieristica e accudisce la piccola Mona. Accolta in un rifugio per donne vittime di maltrattamenti gestito dalla compassionevole e protettiva Joyce, la protagonista lotta quotidianamente per trovare stabilità e sicurezza, nel timore che il marito Hossein possa ristabilire un contatto con loro, cosa che puntualmente avverrà per una decisione di tipo legale-affidatario. Le circostanze del suo nascondimento sono disagevoli. La paura della violenza fisica propugnata da Hossein si accompagna a un’analoga violenza mentale: una sensazione di opprimente paranoia, alcuni coinquilini razzisti e la minaccia di essere smascherata dai membri più conservatori della comunità iraniana di Melbourne tengono la donna in uno stato di perenne allerta.

Shayda è un percorso di ricerca di liberazione attraverso un doppio movimento di fuga: quella
concreta da una figura coercitiva di marito-padrone e quella esistenziale da una vergogna interiorizzata generata dai valori tradizionali. Il contrasto tra Shayda e Hossein è efficacemente esemplificato nel film dal loro rapporto con la cultura e la pedagogia. La donna ama le poesie di Hafez e di Forough Farrokhzad, tramite cui comunica anche con la bimba e con le altre ospiti della casa famiglia mentre l’uomo, nel tentativo di far studiare Mona, sembra interessato solo al lato più aridamente nozionistico, inculcandole una forma d’apprendimento che non comporti alcun investimento creativo e personale. Per la costruzione del suo apologo Niasari adotta uno stile che porta con sé tracce dell’improvvisazione tipica di un documentarista, innervandolo con una costruzione della tensione simile a quella di un thriller. Grazie ai movimenti di macchina fluidi e immersivi del direttore della fotografia Sherwin Akbarzadeh, l’apertura del film è un perfetto esempio di questa intensità in stile “cinéma verité”, con Shayda e Joyce che cercano di familiarizzare Mona con i diversi punti di contatto per la sicurezza in un aeroporto, nel caso in cui Hossein cerchi di rapirla. Più in generale il film tenta di riscattare una drammaturgia schematica, priva di colpi d’ala, lavorando sulla temporalità delle singole sequenze, molte delle quali vengono dilatate al punto di indagare ogni sussulto emotivo dei personaggi, ogni piccola sfumatura psicologica. La sceneggiatura dosa con accortezza un’alternanza tra scene che esplorano il legame esclusivo tra madre e figlia ad altre che mettono in relazione le due protagoniste con il contesto che le circonda; ma il tentativo di inserire un personaggio maschile (quello di Farhad) che dovrebbe suggerire la possibilità per Shayda di liberarsi, aprendosi a un nuovo interesse sentimentale, appare posticcio e forzato, sbilanciando oltremodo il terzo atto del film, così come sono elementari, dal punto di vista iconografico e simbolico, le immagini che dovrebbero infondere pregnanza al cambiamento interiore della donna, a cominciare da quella, abusatissima, del taglio dei capelli.

Più intrigante appare invece il rapporto della regista, e di riflesso del personaggio principale, con la sua cultura d’origine. Centrale, in particolare, è il ruolo del Nowruz, il capodanno persiano, la cui attesa è il perno drammaturgico della seconda parte del film e la sua celebrazione il climax emozionale del racconto. Per Shayda e la sua comunità, la ricorrenza assume una dimensione politica. Celebrata come festa nazionale in Afghanistan e in Asia centrale, così come in Iran, il Nowruz affonda le sue origini nella religione zoroastriana, prima che i persiani si convertissero all’Islam. Ed è forte, in questo preciso punto del film, il senso di omaggio a una cultura iraniana cosmopolita, esistita centinaia di anni prima dell’attuale teocrazia del paese. Al netto dei suoi comunque pur presenti motivi d’interesse, si ha però la sensazione che Shayda resti un nobile film da dibattito e un tipico charachter study imperniato su un’ottima interpretazione principale: un film utile a gettare luce sul dramma di una femminilità costretta, vessata dai più antichi e perduranti retaggi patriarcali ma poco capace di trasformare la propria requisitoria in un affondo politico più articolato e di sostanziarne il discorso con un elaborazione estetica all’altezza.

Info
Shayda, un trailer.

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