Mektoub, My Love: Canto Due

Mektoub, My Love: Canto Due

di

Finalmente l’attesa è terminata. Dopo anni di tribolazioni e ingiurie in concorso a Locarno fa la sua apparizione Mektoub, My Love: Canto Due, ideale conclusione (?) dell’appassionata saga che Abdellatif Kechiche ha dedicato all’aspirante regista Amin, ai suoi amici e parenti di Sète nei primi anni Novanta, al cinema e al desiderio. Un lavoro magnifico, che puntella una volta di più la riflessione sullo sguardo del grande cineasta tunisino.

L’estate sta finendo

Sète, estate 1994. Amin, che è tornato a casa da Parigi dopo aver abbandonato gli studi di medicina per concentrare le forze sul sogno di diventare sceneggiatore e regista, si barcamena tra la sua famiglia, l’amica del cuore Ophélie che vuole abortire, qualche amore estivo e l’esuberanza del cugino Tony. Proprio quest’ultimo lo porta a conoscere due ricchi statunitensi in vacanza in una delle ville in collina che sovrastano la cittadina: si tratta del produttore cinematografico Jack e di sua moglie, la giovane attrice Jessica Patterson, nota soprattutto per una sdolcinata soap opera. [sinossi]

Che sorprendente illusione che è il tempo, soprattutto quando viene accarezzato dal velo d’eternità dell’immagine. Per un paio d’ore si può credere di essere nell’estate del 1994, ma ancor più è possibile fingere a se stessi che tra il 2017 e il 2025 non vi sia stato nulla, nessun giorno trascorso, nessun evento accaduto. Niente di niente. D’altronde Amin è ancora lì davanti agli occhi del pubblico, poco più che ventenne e intenzionato a tentare la via del cinema, del racconto di “finzione” mentre la vita “reale” con tutte le sue giravolte gli si para davanti ogni giorno. Imbattersi sugli schermi locarnesi in Mektoub, My Love: Canto Due provoca un tuffo al cuore che annichilisce per ben più di una valida ragione. L’ultima volta che il grande schermo si era illuminato per mostrare l’estate a Sète di Amin e dei suoi parenti, amici e amori era ben sei anni fa, quando in una memorabile edizione di Cannes venne presentato in concorso anche il fluviale Intermezzo, poco meno di due anni dopo la proiezione in concorso al Lido di Venezia del Canto Uno. Intermezzo alzò un polverone inaudito (e ingiustificabile) a Cannes, con accuse di sessismo, crudeltà sul set, e poco meno di un quarto d’ora di cunnilingus nel gabinetto di una discoteca che indispettirono i benpensanti. Mektoub, My Love: Canto Due approda dunque a Locarno con il nome di Abdellatif Kechiche ben inscritto nell’elenco dei paria del cinema europeo contemporaneo, quasi rimosso dalle cronache nonostante la meritata Palma d’oro ottenuta nel 2013 con La vita di Adèle. Anche per questo posare di nuovo gli occhi sui corpi post-adolescenti e desideranti di un gruppo di ragazzi e ragazze in attesa di una vita dopo l’estate che chissà cosa porterà con sé acquista un valore particolare, di nuovo dettando anche agli sguardi meno preparati il senso dittatoriale del tempo: queste immagini potenti e cariche di senso approdano alla vita a un decennio o poco meno da quando furono girate, nell’autunno del 2016. Una vita fa. All’epoca Shaïn Boumedine, che interpreta Amin, era appena ventenne, oggi è un adulto, come anche Ophélie Bau; Salim Kechiouche, il furbastro e traffichino Tony, cugino di Amin e seduttore quasi professionista, è oggi un uomo di mezza età. Lo stesso Kechiche, che a marzo è stato colpito da un ictus che pur lasciandolo lucido gli ha reso complicata la verbalizzazione orale (come ha riportato in un articolo dettagliato Libération), è un sessantacinquenne. Il tempo è trascorso inesorabile, tra una denuncia per cattiva condotta sul set e un affondo sullo sguardo maschile/maschilista, eppure tutto è rimasto immoto, cristallizzato, come se tra la proiezione veneziana del 2017 e quella locarnese non fosse trascorso che qualche minuto, giusto il tempo – sempre lui – di una pausa sigaretta.

Per chi desiderasse un breve riassunto dei fatti si è sempre nella placidità estiva di Sète, in Occitania, nel 1994: Amin – che ha lasciato Parigi e la facoltà di medicina per rincorrere il sogno di dedicarsi interamente alla fotografia e al cinema – ha una relazione con Charlotte, ma è anche l’oggetto del desiderio di un nugolo di giovani donzelle che vedono in lui un bravo ragazzo, l’antitesi dei vari marpioni che pullulano in città. Tra questi ultimi si può ovviamente annoverare Tony, il cugino di Amin che flirta con qualunque ragazza e ha messo incinta Ophélie, contadina che è la migliore amica di Amin ed è promessa sposa di Clément, al momento collocato in Iraq con la marina francese: i due si dovrebbero sposare a fine settembre, e così Ophélie chiede ad Amin di recarsi con lei a Parigi affinché possa abortire. In tutto questo bailamme Tony presenta al cugino Jack, un produttore hollywoodiano che con la moglie Jessica, attrice sulla rampa di lancio, passa le vacanze in una villa sulle colline e si rifornisce per il cibo nel ristorante di famiglia delle madri dei giovani: Amin può così far leggere a Jack la sua sceneggiatura, incentrata sull’amore tra un umano e una donna androide. Più l’intreccio dei tre film si infittisce più si fa evidente la riflessione di Kechiche sul rapporto tra vita e cinema, alla ricerca perpetua dell’altezza giusta dello sguardo. Se il Canto Uno si perdeva dietro le lunghe giornate in spiaggia, tra una chiacchiera e l’altra, prima di cercare il vero nel momento della nascita di una pecorella, e Intermezzo sfidava la convenzione della finzione concentrando l’intera azione in discoteca – eccezion fatta per incipit e finale – e permettendosi perfino il succitato cunnilingus, ecco che con Canto Due Kechiche spinge il film in una direzione altra, più affine al racconto, e dunque alla costruzione fittizia dell’immaginario. A chi lamentava preventivamente la durata “ridotta” di questo capitolo finale (sempre che il concetto di fine abbia senso all’interno di un progetto simile), con solo due ore e un quarto a fronte delle quasi tre del primo capitolo e delle tre e mezza dell’intermezzo, parrà evidente come anche nella scelta del metraggio si possa comprendere la certosina ricerca di senso di Kechiche.

Mektoub, My Love: Canto Due è un’opera dalla doppia facciata, che è poi la duplicità insita nello stesso Amin, ragazzo gentile, educato e premuroso a cui però non difetta il desiderio del controllo, della gestione delle situazioni, come ogni cineasta che si rispetti. È proprio l’attrice Jessica a rendersene conto, durante un pranzo insieme a bordo piscina: Amin è un damerino, ma è già anche un regista, un metteur en scène. Vuole osservare la vita, ma anche esperirla in una condizione di dominio, e non di vessazione; contrariamente a Tony, che può senza problemi fermarsi a urinare contro un alberello anche quando un uomo lo sta cercando per tirargli contro un colpo di rivoltella (per risanare lo sgarbo principe nelle azioni di Tony, vale a dire l’adulterio), Amin orchestra attraverso lo sguardo, a volte ovviamente filtrato dall’obiettivo fotografico. Ma quello sguardo, che da principio nella saga poteva apparire come testimone “morale” di un neo-parigino che ritorna a casa – Canto Uno principiava con lui che osservava non visto l’amplesso tra il sempiterno Tony e Ophélie –, si evidenzia definitivamente come primo tassello del costrutto di una narrazione, elemento primigenio per l’affabulazione. Amin non è lì per un muto giudizio sulle vicende dei suoi parenti e amici, ma per lavare i panni in Arno e rigenerare la propria scrittura, innervandola di quell’elemento di verità che è essenziale per sondare le ime profondità dell’umano. Ecco dunque che il suo quieto osservare gli altri in Canto Uno e Intermezzo era propedeutico a trasformarsi da osservatore a narratore, da archivista documentale a creatore. E nella creazione, che è parte integrante dell’incontro con Jack e Jessica, il “vero” diventa inevitabilmente artefatto, c’è bisogno della paura, dell’adrenalina, forse persino della morte, sicuramente dell’eroe che agisce per il bene di tutti mettendo a rischio anche se stesso e la propria incolumità. C’è uno scarto imprevisto e improvviso in Mektoub, My Love: Canto Due, che potrebbe lasciare di sasso ben più di uno spettatore, ma che rappresenta il senso ultimo del percorso compiuto da Kechiche e dai suoi personaggi, che a loro volta amano recitare, costruendosi in scena – Tony e Jessica che rifanno battuta per battuta il celeberrimo litigio tra Robert De Niro e Joe Pesci in Toro scatenato. In questo scarto vita e cinema si confrontano una volta ancora, come si trattasse di un agone infinito, di uno scisma insanabile. Vorticosa e appassionante visione, Mektoub, My Love: Canto Due è il racconto di un desiderio inappagato e forse inappagabile, quello di vivere e narrare a un battito solo, e di superare le angherie del tempo e le usure che con sé trascina. Illudendosi e illudendoci di essere ancora sulla battigia a Sète, nel profondo sud della Francia, nel 1994. Giovani e – forse – salvi.

Info
La scheda di Mektoub, My Love: Canto Due sul sito di Locarno.

  • mektoub-my-love-canto-due-2025-abdellatif-kechiche-04.webp
  • mektoub-my-love-canto-due-2025-abdellatif-kechiche-03.webp
  • mektoub-my-love-canto-due-2025-abdellatif-kechiche-02.webp
  • mektoub-my-love-canto-due-2025-abdellatif-kechiche-01.webp

Articoli correlati

Array
  • Festival

    Locarno 2025 – Presentazione

    Giona A. Nazzaro ha presentato questa mattina il programma di Locarno 2025, 78esima edizione della kermesse ticinese: una selezione monstre, che mette insieme alcuni dei titoli più attesi dell'anno, a partire da Mektoub, My Love: Canto Due di Abdellatif Kechiche.
  • Cannes 2019

    Mektoub, My Love: Intermezzo Abdellatif KechicheMektoub, My Love: Intermezzo

    di In concorso a Cannes 2019, Intermezzo è un passo ulteriore verso un grandioso affresco, un diario intimo e amoroso (e teorico) di un cineasta, dei suoi personaggi, di una generazione, di un luogo sospeso nel tempo e nello spazio. Mektoub è vita, cinema, è un flusso inarrestabile. Potrebbe anche non finire mai.
  • Venezia 2017

    Mektoub, My Love: Canto Uno RecensioneMektoub, My Love: Canto Uno

    di Presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 2017, Mektoub, My Love: Canto Uno è un flusso che si aggiunge a La vita di Adele, Cous cous, La schivata... tutti a comporre un affresco collettivo, vitale. A suo modo, rohmeriano.
  • Archivio

    La vita di Adele RecensioneLa vita di Adele

    di A quindici anni, Adèle non ha dubbi: una ragazza deve uscire con dei ragazzi. La sua vita prende una strada inaspettata il giorno in cui incontra Emma, una giovane donna con i capelli blu, che le fa scoprire il desiderio...
  • Venezia 2010

    Venere nera RecensioneVenere nera

    di Lo sguardo divino della Venere nera è insostenibile per chiunque, come se fosse uno specchio in cui nessuno ha realmente il coraggio di guardarsi. Come un vetro di cristallo...
  • Archivio

    Cous cous

    di Slimane viene ingiustamente licenziato. Le difficoltà economiche non fanno che esacerbare i rapporti con la sua numerosa. Incapace però di restare con le mani in mano, decide di realizzare un sogno...