After the Hunt – Dopo la caccia

After the Hunt – Dopo la caccia

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Costruito come un thriller filosofico, After the Hunt – Dopo la caccia di Luca Guadagnino rifuggendo ogni certezza, propone un’intelligente, ma fin troppo prolungata, riflessione sull’etica della virtù contemporanea. Con Julia Roberts e Andrew Garfield. Fuori concorso a Venezia 82.

Alma mater

After the Hunt è un avvincente thriller psicologico su una professoressa universitaria che si ritrova a un bivio personale e professionale quando una studentessa modello muove un’accusa contro uno dei suoi colleghi, e rischia di mettere a nudo un oscuro segreto del suo passato. [sinossi]

A un anno esatto da Queer, Luca Guadagnino torna a Venezia, stavolta fuori concorso, con After the Hunt – Dopo la caccia thriller-melodramma di ambientazione accademica incentrato sui dilemmi etici che travolgono una docente di filosofia, Alma Olsson (incarnata da Julia Roberts), quando la sua brillante allieva Maggie (Ayo Edebiri) la confessa di essere stata aggredita dal collega – e contendente alla cattedra di Yale -, Hank (Andrew Garfield). Inizialmente fredda di fronte al racconto della ragazza e afflitta da sempre più lancinanti dolori al ventre, Alma, sospinta dal desiderio di conquistare il seggio accademico per cui ha tanto lavorato, si ritrova ad affrontare una serie di spinose questioni, filosofiche e umane, che coinvolgono anche un oscuro evento del suo passato. Alma mater, ovvero madre nutrice, è di certo a questa espressione latina con cui si appella abitualmente l’Università che Guadagnino fa riferimento scegliendo l’onomastica della sua protagonista. L’Alma incarnata da Julia Roberts è una latrice di conoscenza, certo, e possiede quel carisma seduttivo tipico dei grandi maestri ma, come lei stessa si ritrova a scoprire, di materno ha solo la capacità di suscitare il complesso di Elettra junghiano, mancandole quasi del tutto emotività e capacità di accudimento. Creatura squisitamente intellettuale, Alma non riesce a empatizzare con nessuno, d’altronde le parole più affettuose che sa rivolgere al premuroso marito sono: “non ti merito”. Con ciò Guadagnino non intende certo giudicare la sua protagonista, tutt’altro. Si può ben dire infatti che tutti i personaggi di After the Hunt – Dopo la caccia posseggano pregi e difetti, dicano cose ora giuste ora sbagliate, ma sempre stimolanti, un po’ come l’intero film.

L’obiettivo manifesto di After the Hunt – Dopo la caccia è proprio quello di aprire una discussione sulle derive più rigide dell’etica contemporanea, una nuova “etica della virtù” che solo in parte è stata generata dal me too. Il film comincia infatti sottoponendoci l’idea che l’uomo in qualsiasi forma di società tenda per sua natura a giudicare (i social odierni sono difatti solo uno strumento e non una causa), si prosegue poi con la scomoda affermazione per cui un candidato a qualsiasi carica che sia maschio, caucasico eterosessuale e cisgender in questo momento storico parta sfavorito. Poi ecco il centrale discorso alla base dell’Homo sacer di Agamben circa la distinzione tra vita biologica e vita politica, e a un certo punto l’ambiguo personaggio incarnato da  Andrew Garfield ricorda che oltre alla molestia anche il plagio è un crimine e lo è anche rubare il ricettario di un medico. Ogni tanto poi fanno capolino dissertazioni su Locke, Schopenhauer, Nietzsche e, naturalmente, Kierkegaard. Il tutto viene continuamente presentato e poi rimesso in discussione in uno script dal forte impianto verbale e dialettico, che da un punto di vista filosofico rifugge ogni dogma o sistema prevedendo solo tesi e antitesi, niente sintesi. E in questo risiede il pregio teorico ma anche il difetto sostanziale di un film che intende scuoterci proponendoci una serie di riflessioni, ma che nonostante l’impianto “giallistico” non prevede, anzi rinnega, soluzioni. Tutti hanno un po’ ragione e un po’ torto in questa forse fin troppo prolungata (oltre due ore la durata) seppur intelligente dissertazione sul tema dell’etica, dove ci si può deliziare con l’elegante messinscena, le interpretazioni attoriali, la splendida fotografia di Malik Hassan Sayeed (collaboratore di Spike Lee negli anni ‘90 e con vasta esperienza nel videoclip), con i suoi chiaroscuri a dividere quasi in due i volti dei personaggi, e le musiche di Trent Reznor e Atticus Ross, sospese tra cristalline dissonanze pianistiche e percussioni dirompenti à la Egisto Macchi.

Abile seduttore del proprio spettatore, Luca Guadagnino ci ricorda infine che prima di essere un regista vuole essere un intellettuale, forse anche un esteta, di certo un amante delle cose belle per le quali cerca riconoscimento e condivisione. Pertanto, come spesso accade nei suoi film, dissemina After the Hunt – Dopo la caccia di riferimenti volti a generare un piacere aggiuntivo nello spettatore in grado di coglierli. Si pensi infatti alla presenza di un brano di Piero Ciampi, alla locandina di un vecchio film di Almodòvar, alle canzoni di Morrisey con gli Smiths che fanno capolino per ricordarci che l’arte magari va discussa, ma non è discutibile il suo valore e si può non essere d’accordo o condividere le scelte di vita e i pensieri di chi l’ha creata, ma non per questo bisogna rinnegarla e privarsene. Questi riferimenti colti, di natura più o meno popolare, compongono inoltre una sorta di partitura, che vede il crescente manifestarsi del regista stesso nel film, e ci ricordano quanto Guadagnino debba il suo successo anche a questo, ovvero al suo rivelarsi, quasi con delle easter eggs all’interno dei suoi film, come un intellettuale con una certa ingenuità e tenerezza pop.

Info
After the Hunt – Dopo la caccia, un trailer.

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