Marina
di Paoli De Luca
Con Marina, prodotto in seno al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, prosegue la riflessione sull’identità di Paoli De Luca che si intravvedeva già nel precedente Star: un coming-of-age privo di forzature, quasi fosse edificato sui riflessi del sole in piscina e sul fruscio dell’acqua smossa dai corpi. Nel concorso SIC@SIC della Settimana Internazionale della Critica di Venezia.
A bordo piscina
Marina, un anno dopo aver iniziato la sua transizione di genere, passa un weekend estivo a casa dell’amica Camilla. Tutti dicono a Marina quanto sia diventata bella, ma lei non si vede così, anzi, sente un confronto costante con il corpo di Camilla, che osserva e che ritrae sul suo taccuino. L’arrivo in casa di un’impetuosa presenza maschile, quella di Lorenzo e dei suoi amici, metterà a dura prova Marina, Camilla e la loro amicizia. Una sirena tra sogni ed ombre. [sinossi]
Riviere,
bastano pochi stocchi d’erbaspada
penduli da un ciglione
sul delirio del mare;
o due camelie pallide
nei giardini deserti,
e un eucalipto biondo che si tuffi
tra sfrusci e pazzi voli
nella luce;
ed ecco che in un attimo
invisibili fili a me si asserpano,
farfalla in una ragna
di fremiti d’olivi, di sguardi di girasoli.
Eugenio Montale, Riviere
“Guardami”, e poi “Guarda lì”. Inizia con uno sguardo vacante, ma anche con un leggero diktat impositivo Marina, il cortometraggio prodotto nel secondo anno del Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma e diretto da Paoli De Luca che prende parte al concorso SIC@SIC (pensato per i lavori sulla breve distanza) della Settimana Internazionale della Critica di Venezia. Quei due impliciti inviti a guardare li lancia Camilla all’amica Marina, che da un anno ha iniziato la transizione di genere: le due si stanno scattando delle fotografie col cellulare, mentre si trovano a bordo piscina prima di tuffarsi in acqua. Proprio il dettaglio dei riflessi sull’acqua ha inaugurato il corto, anticipata l’immagine dal suono inconfondibile dello sciabordio, quel lento gorgoglio che accompagna il muoversi nell’elemento liquido. Anche Marina si sta agitando in quell’elemento, per trovare la sua forma “definitiva” – sempre che essa possa esistere – e aprirsi al mondo, dopo un anno trascorso a mo’ di crisalide, confrontandosi con un’identità a cui abbarbicarsi, considerandola completamente propria. Il tema dell’identità sembra appartenere in modo naturale a De Luca, e si faceva largo tra le pieghe del racconto già nel precedente Star, a sua volta condotto in porto all’interno dei lavori scolastici del CSC: lì l’aspirante attrice Chiara doveva tentare di scoprire quale verità attribuire alle battute imparate per un provino, fingendo una storia d’amore. Di nuovo, ancora, guardami. Lo pretendeva il regista alla sua provinata in Star e lo chiede Camilla a Marina, come se nell’atto di guardare vi fosse già il germe del conoscimento, della possibilità di compenetrare l’altro-da-sé e forse finanche di comprenderlo visceralmente. A sua volta, coerentemente, l’occhio/camera di De Luca non si discosta per un istante dai volti e dai corpi delle sue due protagoniste (ottima l’alchimia tra Silvia Ella Fois ed Eco Andriolo, rispettivamente Marina e Camilla), si incolla ai visi, lavora di dettaglio, le insegue perfino negli angoli di specchio.
Non teme i corpi, la regia di De Luca. Al contrario, trova in essi e nelle loro (im)perfezioni il grimaldello per scardinare l’ovvietà della ripresa, il codice di riferimento di un genere – il coming-of-age, in ogni caso storicamente poco battuto dalla produzione nazionale – che è per sua stessa conformazione il racconto di una contraddizione, dell’impeto a una crescita che rappresenta anche il confronto spietato con sé e la propria ima identità. La dialettica sul femminile che è insita nella rappresentazione duale di Marina – femminile in divenire – e Camilla – femminile di natura, sotto il profilo meramente biologico – si squaderna in una forma molteplice con l’avvenire in scena di una componente maschile che trascina con sé il caos, l’accelerazione degli eventi, e (forse) il trauma. La naturalezza con cui De Luca riesce a tratteggiare il disegno di una serata di festa – mesta – dimostra la cifra autoriale del progetto, e di una filmografia giovane e a sua volta in continua evoluzione; si avverte l’eco di un certo cinema francese contemporaneo, da Céline Sciamma ai suoi epigoni più o meno convincenti, ma anche la voglia di lavorare sull’elemento puro per elevarlo al grado di exemplum. Se è errato affermare che De Luca tratti i suoi corpi in scena come oggetti, non è altrettanto disdicevole ragionare sulle modalità con cui a divenir personaggi sono anche i luoghi, e le sostanze di cui sono fatti (i sogni, chioserebbe Prospero): l’acqua, il sole magari morente, ma anche oggetti come il quadernino su cui incessantemente Marina disegna la sua amica, rilasciando al foglio di carta il desiderio di essere già stato altro, al di là di ciò che porterà con sé il futuro. In questo senso il risveglio del giorno successivo, quando l’orda barbarica e testosteronica ha di nuovo lasciato da sole le due ragazze, rappresenta l’apice di Marina, e pare anche contenere nei suoi pochi minuti il senso ultimo e profondo del lavoro diretto da De Luca. L’eccitazione è scemata, lasciando qualche bottiglia di birra abbandonata al suo triste destino, ma c’è ancora l’acqua, c’è la piscina, c’è quell’elemento di nascita, rinascita e trasformazione che connota senza forma, e nel quale ci si può immergere per rigenerarsi. E allora non ha più neanche senso il montaggio, ma solo un allontanarsi progressivo della camera per donare finalmente totalità a Camilla e Marina, in un luogo che dominano pur essendo dominate dallo sguardo di chi dirige. “Guardami”, sembra dichiarare l’immagine allo spettatore. Emergendo dalla visione di Marina si avverte forte l’impressione di essersi imbattuti in uno sguardo che segnerà con pervicacia l’immaginario giovane italiano dei prossimi anni.
Info
La scheda di Marina sul sito della SIC.
- Genere: drammatico
- Titolo originale: Marina
- Paese/Anno: Italia | 2025
- Regia: Paoli De Luca
- Sceneggiatura: Federico Amenta, Giulio Pacini, Paoli De Luca
- Fotografia: Francesca Avanzini
- Montaggio: Marco Balzano
- Interpreti: Christian Carere, Dario Naglieri, Eco Andriolo, Giovanni De Maria, Silvia Ella Fois
- Colonna sonora: Alessio Damiani, Giuliano Cau
- Produzione: Centro Sperimentale di Cinematografia
- Durata: 20'



