Il maestro

Il maestro

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Giunto al quarto lungometraggio in undici anni il cinquantatreenne romano Andrea Di Stefano firma con Il maestro la sua opera più convincente, grazie alla capacità di muoversi attraverso i generi (il film sportivo, il coming-of-age, il dramma, la commedia) con grazia e naturalezza. Ottima l’interpretazione di Pierfrancesco Favino, così come quella del giovanissimo Tiziano Menichelli, già visto in Denti da squalo. Fuori concorso a Venezia 2025.

Le regole per stare in campo

Estate, fine anni Ottanta. Dopo anni di allenamenti duri e regole ferree, Felice, tredici anni e sulle spalle tutte le aspettative paterne, arriva finalmente ad affrontare i tornei nazionali di tennis. Per prepararlo al meglio, il padre lo affida al sedicente ex campione Raul Gatti, che vanta addirittura un ottavo di finale negli Internazionali d’Italia al Foro Italico. Di partita in partita, i due iniziano un viaggio lungo la costa italiana che, tra sconfitte, bugie e incontri bizzarri, porterà Felice a scoprire il sapore della libertà e Raul a intravedere la possibilità di un nuovo inizio. Tra i due nasce un legame inatteso, profondo, irripetibile. Come certe estati, che arrivano una volta sola e non tornano più. [sinossi]

Camillo Cecchetti in gioventù si allenava come Raul Gatti sotto lo sguardo severo – e qualche ceffone – di Wilma, la maestra di tennis che i ragazzini ribattezzavano “maostra” per la sua apparente crudeltà; ora lui gestisce le giovani leve del Tennis Club Parioli, insegnando ai figli dei ricchi come salire a rete, utilizzare il rovescio, credere nel lungolinea. Non ha mai raggiunto livelli particolari nella sua vita professionistica Cecchetti, ma ha saputo piazzarsi, e ora fa correre avanti e indietro i suoi allievi con un sorriso indelebile a solcargli il viso. Diversamente da lui Raul quel sorriso deve costruirselo ogni mattina, davanti allo specchio, mentre singhiozzando ripete tra sé e sé frasi incitanti e consolatorie a un tempo: lui, che ai tempi furoreggiava sui rotocalchi rosa – anche per via della supposta relazione con una contessa – ed ebbe anche in sorte di arrampicarsi fino a un ottavo di finale degli Internazionali d’Italia a Roma, non ha poi granché di che sorridere come si scopre fin da subito, visto che la prima brillante sequenza de Il maestro lo vede flirtare al telefono con l’addetta alle inserzioni di un giornale, mentre le detta l’annuncio in cui si mette a disposizione di giovani virgulti che desiderano diventare “campioni”. Peccato che la telefonata Gatti la faccia dall’ospedale in cui è ancora in osservazione, sotto lo sguardo vigile del dottore che l’ha in cura. L’incipit del quarto lungometraggio di Andrea Di Stefano, il primo dall’exploit ottenuto con L’ultima notte di Amore, è davvero brillante, così come le grafiche che accompagnano i titoli di testa e che rimandano alle righe geometriche del campo di tennis, quelle all’interno delle quali un giocatore deve imparare a stare se vuole davvero provare a vincere. Righe che rappresentano regole, quelle che Gatti non ha mai saputo assecondare e che ora dovrebbe impartire al tredicenne Felice Milella, aspirante campione che si è allenato fino a quel momento con il padre Pietro, ingegnere che applica la matematica anche al gioco del figlio, che non provenendo da una famiglia ricca non può permettersi – a dire del babbo/coach – discese a rete, serve and volley e altre bizzarrie d’attacco ma deve invece rimanere ancorato alla linea di fondo, per ribattere colpo su colpo fino a spingere all’errore l’estroso avversario di turno.

Se Di Stefano aveva dimostrato una certa precisione nel rimettere mano al noir italiano degli anni Settanta ibridandolo con quello hongkonghese del decennio successivo, con Il maestro palesa le sue qualità registiche riuscendo a tenere insieme ipotesi cinematografiche non necessariamente sovrapponibili tra loro: dentro questo racconto agrodolce si rintracciano infatti i codici della commedia all’italiana, del film sportivo, del dramma, del coming-of-age, del road movie, legati insieme con una naturalezza sorprendente, grazie anche all’eccellente stato di forma di un Pierfrancesco Favino che gigioneggia ma lo fa nel modo più opportuno, conferendo al suo Gatti una postura elegante e ridicola a un tempo, istrionica e tragica nello stesso frangente, grazie anche solo a una smorfia del viso o a un’inarcatura del sopracciglio. Se da un punto di vista prettamente narrativo Il maestro si incardina su un binario abbastanza prevedibile – ma non per questo retrivo – ragionando sull’evoluzione e la crescita attraverso la scoperta della “sconfitta” e sull’accettazione dell’ineluttabile, il film riesce a tramutare una storia di per sé piccolo come l’estate trascorsa insieme da un ragazzino che aspira a diventare “grande” e un uomo che cerca di ritrovare se stesso e la propria serenità in un racconto d’ampio respiro, sanamente popolare e in grado con ogni probabilità di intercettare tipologie di pubblico completamente distanti tra loro. Tutto questo giostrando in modo opportuno la presenza in campo dello sport – il tennis che si vede ne Il maestro è assai più credibile e veritiero di quello che prendeva corpo in scena in Challengers di Luca Guadagnino, ad esempio – e credendo profondamente tanto ai suoi due personaggi principali quanto al rapporto che si dovrà giocoforza instaurare con il passare delle giornate, da un tennis club all’altro, in attesa di quella prima vittoria a livello nazionale per il piccolo Milella (bravo anche Tiziano Menichelli, che era stato un paio d’anni fa l’unica nota positiva di Denti da squalo di Davide Gentile) che potrebbe cambiare ogni cosa. O forse no. L’amarezza si fa strada ne Il maestro, anche sulle note di canzoni in voga negli anni Ottanta e con l’inevitabile nostalgia di un’epoca scomparsa, e non più tornata: e poco per volta ci si rende conto di come anche lo spettatore debba imparare, un po’ come Raul e Felice, a scendere a patti con il tempo, il suo erodere le cose, le memorie, i sorrisi, in attesa di una vittoria che potrebbe anche non arrivare mai.

Info
Il maestro sul sito della Biennale.

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