Roqia

Il quarantottenne algerino Yanis Koussim esordisce al lungometraggio con Roqia, horror che utilizza il tema abusato della possessione per ragionare sulle distonie della nazione maghrebina, sul fondamentalismo religioso, e sulla cecità che ottunde il mondo. In concorso alla SIC 2025.

L’uomo bendato

1993. A seguito di un incidente d’auto che gli ha causato un’amnesia, Ahmed torna al suo villaggio natale, dove nulla gli appare familiare, né la moglie né i figli. Il più piccolo, spaventato dal volto bendato di Ahmed, lo teme profondamente. Ogni notte, strani visitatori tormentano Ahmed, sussurrando litanie in una lingua sconosciuta. Chi sono? Perché il vicino di casa, un cosiddetto amico, lo inquieta? Ai giorni nostri, Raqi, un ormai anziano esorcista musulmano, lotta contro l’Alzheimer. La perdita di memoria e i comportamenti erratici preoccupano il discepolo che comincia a temere il peggio, mentre la violenza di diffonde in città e le persone possedute parlano in lingue misteriose. Nel passato, Ahmed ha paura di riacquistare la memoria, mentre il discepolo teme che il declino del suo maestro possa scatenare un male atavico. [sinossi]

La malattia di Alzheimer rientra nella tipologia delle demenze, e trascina il paziente in un progressivo declino delle funzioni della mente, una lenta ma inesorabile discesa che prevede tra le altre cose la perdita della memoria e l’incapacità di mantenere il proprio grado di giudizio. Anche l’amnesia dunque rientra tra le possibili derive cui conduce l’Alzheimer, ed è interessante che in Roqia il regista Yanis Koussim – qui al suo esordio sulla lunga distanza – prenda in esame entrambe le urgenze mediche. Il film infatti si svolge in due tempi diversi, e in tre segmenti ideali: si va dal 1993, all’inizio del “decennio nero” che segna la guerra civile algerina – ai giorni nostri, partendo da un incidente che conduce un personaggio alla più completa perdita della memoria per giungere a un esorcista che deve combattere i demoni della mente, ma forse non solo quelli. All’interno dei lavori della quarantesima edizione della Settimana Internazionale della Critica di Venezia Roqia rifulge come una delle opere più intrinsecamente politiche della selezione, sia per quel su cui vuole ragionare in maniera dichiarata e plateale (i traumi e i demoni di una nazione che non sa trovare la propria pace e la propria forma), sia per il cascame inevitabilmente teorico di un’opera che utilizza l’immagine come fosse qualcosa di impalpabile, transitorio, senza memoria e senza vista – l’uomo con il volto bendato fa paura anche perché non ne si può scorgere lo sguardo, e dunque l’intenzione manifesta. È interessante anche annotare come nel corso degli ultimi anni la SIC abbia avuto l’opportunità e il coraggio di ospitare ben più di un’opera proveniente dal Maghreb e in generale dal nord-Africa intenzionata a riutilizzare i canoni dell’orrore e del “genere” per raccontare la propria cultura, storia, visione del mondo: si pensi a Dachra del tunisino Abdelhamid Bouchnak, o al marocchino Queens di Yasmine Benkiran, o ancora a Perfumed with Mint dell’egiziano Muhammed Hamdy. Un modo intelligente e del tutto distante dalla prassi di affrontare la produzione cinematografica di una zona del mondo vicinissima eppure ancora ignota, temuta e tenuta a distanza con ogni mezzo possibile e immaginabile, fino alle estreme e terribili conseguenze di chi tenta disperatamente di attraversare il Mediterraneo – e in tal senso viene in mente un altro lavoro visto alla SIC nel corso dell’ultimo decennio, The Last of Us di Ala Eddine Slim.

In questo scenario si inserisce alla perfezione l’esordio di Koussim, che guarda al sottogenere esorcistico ma lo fa ovviamente da una prospettiva musulmana. In tal senso, nonostante ciò che probabilmente i più potrebbero pensare, Roqia non si presenta come novità assoluta: esorcismi non assecondanti i precetti e le regole del cristianesimo si vedono in numerosi film, tra i quali Djinn di Tobe Hooper, l’indiano e programmatico Islamic Exorcist di Faisal Saif, e anche il dittico indonesiano di Joko Anwar composto da Satan’s Slaves e Satan’s Slaves 2: Communion, visti entrambi al Far East di Udine nel corso degli anni. Koussim sceglie comunque di mantenere il concetto di “possessione” al centro del discorso, ma allo stesso tempo di lavorare soprattutto sull’atmosfera, plumbea e ottundente, e su un tempo che sembra non trascorrere mai, come se l’Algeria fosse a conti fatti una nazione congelata, invasata e oramai morente, incapace di distinguere reale e soprannaturale, e di mettere in pratica la benché minima resistenza culturale e morale. Che si tratti dell’amnesia di cui è vittima Ahmed a seguito di un incidente o della degradazione della memoria per l’anziano Raqi – che di mestiere fa proprio l’esorcista –, Koussim cerca di indagare e mettere in scena una dialettica costante (e non necessariamente accomodante) tra le diverse anime della nazione algerina e della visione e lettura coranica. Il vero incidente scatenante, pare sostenere il quarantottenne regista, lo si deve rintracciare nella matrice fondamentalista della religione, in grado di asservire e di possedere ben più di un jinn di passaggio. La perdita della memoria è dunque non solo quella di Raqi, ma di un intero popolo che ha dimenticato i precetti laici e socialisti alla base del جبهة التحرير الوطني‎ (traslitterabile come Jabhat al-Taḥrīr al-Waṭani, vale a dire Fronte di Liberazione Nazionale) per sposare la sottomissione alla paura. Paura dello sguardo, paura della storia, paura della ricostruzione della memoria. Roqia è un film che sa trovare la sua giusta dimensione incubale, ma allo stesso tempo atterrisce per ciò che racconta dell’oggi, e delle sue distonie sempre più fuori controllo.

Info
Roqia sul sito della SIC.

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