Straight Circle
di Oscar Hudson
A trentacinque anni il britannico Oscar Hudson esordisce al lungometraggio con Straight Circle, surreale satira antibellica che non ha paura dell’eccesso, del grottesco, del superamento di ogni limite. Alla Settimana Internazionale della Critica di Venezia.
Il nemico è il mio bastone
Due soldati nemici di stanza sul remoto confine di un un deserto vasto e senza nome sono profondamente disorientati quando improvvisamente dimenticano quale sia la propria fazione. Mentre cercano di districare questioni legate alla propria identità e lealtà, nonché all’assurdità della situazione, l’isolamento lentamente lascia spazio a un incubo misterioso che confonderà la linea di demarcazione fra amici e nemici. [sinossi]
Tra i compiti di una sezione come la Settimana Internazionale della Critica, focalizzata com’è solo ed esclusivamente sulle opere prima, c’è anche quello di scovare ciò che di disallineato e dunque di “futuribile” sia stato prodotto in giro per il mondo nel corso dell’anno. Una missione che la realtà autonoma e parallela alla Biennale cerca di portare avanti da un quarantennio ma che nel corso dell’ultimo decennio, con i due piani quinquennali di Giona A. Nazzaro e Beatrice Fiorentino, pare aver trovato anche un’unità di intenti che rendono chiaro anche ai neofiti quale sia l’idea di cinema che si vuol proporre: un cinema che sappia guardare al presente ma non dimentichi le vertigini della storia, e che non si accontenti (quasi) mai dei codici più stringenti e ovvi. In questo senso l’edizione 2025 della SIC ha permesso di allargare la visuale nelle direzioni più disparate, fino a giungere a compimento – almeno per quel che concerne i verdetti ufficiali – su una linea dell’orizzonte che prevede divisori solo nella mente degli uomini, e nelle strutture politiche di potere. A trionfare tra i lungometraggi è stato infatti Straight Circle, primo lungometraggio per il trentacinquenne britannico Oscar Hudson, che finora si era distinto per la qualità distonica dei suoi videoclip – tra questi Lift e The Numbers per i Radiohead, No Reason per i Bonobo e Holy Ghost per Young Fathers – e cortometraggi (Lord & Lidl e Joy in People), e che si lancia senza apparenti reti di protezione in un pastiche di generi che si muove sempre nell’instabile territorio del grottesco, del surreale, del fantomatico. Il tutto, per di più, osando una riflessione affatto banale sul conflitto, che diventa giocoforza finestra aperta sulle guerre in atto che insanguinano buona parte del mondo.
Il ghigno sardonico della rilettura del reale attraverso il sarcasmo lo si può leggere in un termine che passa da parte a parte Straight Circle, e che determina fin da subito i confini di ciò cui si sta assistendo: cessate il fuoco. In uno scenario bellico che non ha nulla di concreto rispetto alle realtà in atto, quasi una rilettura astratta del deserto buzzatiano – anche qui a ben vedere i protagonisti sono in eterna attesa di qualcosa che non ha a prescindere senso che accada – Hudson si balocca con la vuota essenza di una tregua che è sempre e solo apparente. La storia narrata vede due nazioni confinanti in guerra da chissà quanto tempo che decidono come gesto puramente simbolico di rappacificazione di costruire un palazzo esattamente sulla linea di confine – desertica – in modo da condividerlo lasciando a pattugliamento solo due soldati, uno per parte. Una scelta di per sé basica ma esplicativa del prosciugamento narrativo che serve a Hudson per elaborare la recrudescenza della guerra nel ricorso alla messa in scena. Dall’utilizzo dello split screen al ricorso a sottogeneri dinamitardi quali lo slapstick e la gag muta si evidenzia la disillusione del giovane cineasta verso una reale pacificazione, che potrà passare forse nella grancassa del Potere ma viene poi smentita dalla prassi, e ovviamente dal linguaggio cinematografico, dalla messa in scena. Ciò detto Straight Circle è opera inventiva, profondamente ironica, in grado di divertire anche nella reiterazione geometrica di un non-luogo che dovrebbe al contrario risultare privo di confini definibili. Nello status della commedia Hudson inserisce elementi difformi, dall’horror all’allucinazione, dal lisergico al dramma; altri dettagli distonici che spiazzano, costringendo lo spettatore a sua volta a riposizionarsi di continuo, a cercare nuove formule, o semplicemente ad accettare anch’esso il conflitto in essere. E se non tutto funziona a dovere non si può non rimarcare la volontà di Hudson di non trattenersi, di esibire le potenzialità dell’immagine, di non giocare – come troppi giovani registi fanno – di sottrazione, pensando di trovare nel “minus” la giusta distanza per raccontare il mondo. In questa dialettica muta, in questa finta accettazione dell’altro, si lavora invece di accumulo, di stratificazione del linguaggio, come se l’esasperazione grottesca fosse l’unico modo concreto per ragionare sull’oggi, sulle divisioni, e sull’ipocrisia di chi siede nella stanza dei bottoni.
Info
La scheda di Straight Circle sul sito della SIC.
- Genere: grottesco, guerra, surreale
- Titolo originale: Straight Circle
- Paese/Anno: GB | 2025
- Regia: Oscar Hudson
- Sceneggiatura: Oscar Hudson
- Fotografia: Christopher Ripley
- Montaggio: Fouad Gaber
- Interpreti: Elliot Tittensor, Luke Tittensor, Neil Maskell
- Colonna sonora: Maxwell Sterling
- Produzione: 2AM, Magna Studios, Such
- Durata: 109'


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