Venezia 2025 – Bilancio

Venezia 2025 – Bilancio

Venezia 2025, ottantaduesima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, si è chiusa trascinando con sé qualche polemica, per lo più di natura politica e relativa a un palmarès che sembra aver scontentato quasi tutti. Sarebbe però forse necessario puntare lo sguardo non al dito bensì alla luna, per provare a riflettere sulla deriva cultura della nazione, di cui il più antico evento cinematografico del mondo non può che essere l’emblema.

Ci si tolga subito il dente, per poi concentrare l’attenzione altrove. No, The Voice of Hind Rajab non ha vinto il Leone d’Oro che pure buona parte di stampa e addetti ai lavori gli avevano attribuito d’ufficio al termine della mattinata di proiezioni anticipate, mercoledì 3 settembre; e no, di nuovo no, Father Mother Sister Brother di Jim Jarmusch, responsabile dello “scippo” del principale premio di Venezia 2025, non era apparso il miglior film del concorso alla stragrande maggioranza degli accreditati, soprattutto ai fini conoscitori della poetica del cineasta statunitense, che resta ancora oggi tra i guru più rispettabili della ventata indie che attraversò la produzione off-Hollywood a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta del secolo breve. In epoche così direzionate dal contesto mediatico purtroppo di dodici giorni di Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica rischia di restare in mente solo la colpa di Jarmusch di aver vinto un’edizione della kermesse lagunare al posto di un film urgente. Se si sceglie di utilizzare il corsivo per entrambi i termini è perché l’impressione è che Venezia 2025 non faccia che palesare una volta per tutte i problemi che oramai da anni fiaccano il più antico evento cinematografico del mondo, quello che una volta fungeva da faro costringendo le altre realtà europee e mondiali a seguirne forme, modi, idee: l’impressione, sempre quella, è che un migliaio e più di deumidificatori in funzione al Lido abbiano finito con il prosciugare, pezzo per pezzo, il Cinema, al punto da scatenare una gazzarra su un premio che nulla aggiungerà e nulla toglierà né alla storia della settima arte né – ed è questo forse il punto più rilevante – allo scempio che Israele sta compiendo nella striscia di Gaza e in Cisgiordania (e sulle alture del Golan, e in Libano – come ha ricordato il bel Tales of the Wounded Land di Abbas Fahdel, visto un mesetto fa a Locarno), che infatti continua indisturbato nell’immobilismo politico internazionale. Che il punto focale dell’intera edizione sarebbe stata la ricezione del film diretto dalla tunisina Kaouther Ben Hania lo si era compreso subito, fin dalle dichiarazioni del direttore Alberto Barbera il giorno della conferenza stampa di presentazione. The Voice of Hind Rajab ha emozionato e scosso chi ha partecipato alle proiezioni in sala Grande e Darsena, e fin dalla tarda mattinata è iniziato un tam tam sui social network che spingeva verso un unico verdetto possibile. Un verdetto politico, in un certo senso, perché la conquista di Venezia da parte dell’opera di Ben Hania avrebbe funto da eco degli oltre sessantamila innocenti trucidati dalla politica coloniale di Israele. Poco importava fosse un film migliore di altri o meno, suggeriva la vulgata. Una posizione legittima, e comprensibile, anche se in alcuni casi non ha tollerato distinguo verso chi invece sollevava dubbi legati al film in quanto tale, e alla sua retorica espressiva. Tra fare film politici e fare film politicamente continua ad allargarsi una crepa che si è nel corso dei decenni tramutata in faglia, o almeno così pare.

Senza entrare di nuovo in un dibattito in tutta franchezza un po’ stantio – la posizione di Quinlan sul film e sulla necessità che il cinema agisca in modo netto e incontrovertibile a favore di Gaza e del popolo palestinese sono abbastanza evidenti, e in nessun modo in contrasto tra loro – la Mostra ha perso l’occasione per aprirsi fino in fondo alla discussione politica, di cui pure si constatava una richiesta non minoritaria da parte degli accreditati, molti dei quali hanno preso parte alle iniziative di Venice4Palestine, realtà che con troppa facilità è stata ridotta alla richiesta di non dare risalto sul tappeto rosso a Gal Gadot e Gerard Butler, poi entrambi non presenti nella città della Serenissima e che ha trovato ospitalità a Isola Edipo. Venezia 2025 è sembrata rinchiudersi in una ideale turris eburnea, come se il cinema fosse materia a sé stante, fuori dal contesto mondiale, ma ancor più è parsa non in grado di agire politicamente, di mostrare uno sguardo concreto sul sistema produttivo internazionale. La vittoria di Jarmusch, con un titolo senz’altro minore all’interno della sua filmografia, sembra raddoppiare quella di Pedro Almodóvar solo dodici mesi fa con La stanza accanto, assumendo l’agrodolce retrogusto di un riconoscimento alla carriera: apertamente snobbato da Cannes, Father Mother Sister Brother ha trovato in laguna la corona che in quasi quarant’anni la Croisette non gli aveva mai concesso (il palmarès transalpino si “riduce” a una Caméra d’Or per Stranger Than Paradise, un premio per il contributo artistico a Mystery Train, e un Gran Prix Speciale della Giuria per Broken Flowers). Si può anche comprendere la scelta, ma l’immagine di un cimitero degli elefanti si fa in ogni caso strada nella mente, anche perché il 2025 è l’anno che ha visto Cannes compiere un triplo balzo in avanti, guardando in modo netto ed evidente in direzione del futuro, o di quella che parrebbe essere la sua immagine più convincente. Contrariamente al Lido, dove ci si trova quasi costretti a dibattere dei temi dei film, Cannes ha rimesso al centro il valore politico dell’immagine, il suo senso, e la sua continua palingenesi, lanciando o confermando sul proscenio internazionale voci che è molto facile profetizzare rappresenteranno il centro nevralgico del dibattito sulla settima arte negli anni a venire (Óliver Laxe, Bi Gan, Chie Hayakawa, Carla Simón, Mascha Schilinski, solo per riportare alcuni esempi). Eccola la vera “sconfitta” di Venezia 2025, non la mancata vittoria di Ben Hania, ed ecco la luna da guardare al posto del dito.

D’altronde la formula ideata oramai quattordici edizioni fa da Barbera si è fatta con il tempo sempre più logora, e ha portato come risultato un ripiegamento sempre più forte in direzione del mainstream, e delle produzioni nazionali, statunitensi o al più francesi. Un discorso che viene ripetuto ogni anno, ma forse mai come nel 2025 ha mostrato il suo volto meno illuminato: otto Leoni d’Oro assegnati negli ultimi nove anni a produzioni o co-produzioni statunitensi rappresentano un dato incontrovertibile, ma anche di ardua comprensibilità. L’automatismo nel rapporto con Netflix, per fare un esempio, così come la scarsa apertura a zone del mondo che non siano quelle maggiormente battute sono elementi che in un’edizione che ha dovuto patire la presenza di una Cannes in versione “asso pigliatutto” sono balzati in modo evidente davanti agli occhi dei più, ma si tratta di un problema che la Mostra si trascina da anni, senza che si sia fatto molto per invertire la rotta. Certo, si trovano ancora sacche di resistenza tanto nella selezione ufficiale – ma lo snobismo con cui si è accompagnato lo straordinario Un film fatto per Bene di Franco Maresco fa capire quanto anche critica e addetti ai lavori patiscano uno sguardo in parte atrofizzato – quanto e ancor più alla Settimana Internazionale della Critica e alle Giornate degli Autori (luoghi in cui, e non è certo casuale, la dialettica è ancora una virtù presa in seria considerazione), ma il rischio di un ulteriore depauperamento di Venezia è grande, anche perché i nomi che ballano di testata in testata per un eventuale cambio della guardia con Barbera post-2026 appaiono del tutto inadatti alla sfida da intraprendere. È necessario tornare a mettere al centro del discorso la ricerca, rifuggendo per un momento dai lustrini, dalle luci del tappeto rosso e dalle star vere e presunte: seguendo una linea di rinnovamento che riprenda i germi che lanciò Carlo Lizzani, primo vero rifondatore della Mostra, si avverte la necessità di tornare a sperimentare, a giocare con il cinema invece di rimanere seduti in strutture già predisposte, ad esempio credendo in modo forte nei cineasti più giovani e tornando a guardare in ogni zona del mondo. Una sfida che prevede una buona dose di coraggio, e la sfrontatezza di saper mandare anche tutto all’aria, per ripartire da zero: doti che devono ovviamente essere accompagnate dalla ferrea volontà della Biennale e del Ministero della Cultura, che danno però l’impressione di essere soddisfatti così, e di non chiedere nulla di più di ciò che è già in corso d’opera. E allora la vera discussione dovrebbe riguardare politicamente la deriva culturale della nazione, il suo stato di salute (che è ben diverso dalla singola qualità di questa o quell’altra opera) e la capacità di mettere in pratica la dialettica a livello istituzionale. Allargando lo sguardo in quella direzione si corre il forte rischio di perdere quasi ogni speranza. La verità è che Venezia 2025 testimonia con la sua stessa esistenza, con le polemiche, i dibattiti e il chiacchiericcio che ha alimentato come ci sia bisogno di una profonda rifondazione dell’intero tessuto culturale italiano, che però in pochi – per miopia o per convenienza – riescono a vedere.

Info
Venezia 2025, il sito della Biennale.

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