Come Closer

Come Closer

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Con Come Closer Tom Nesher firma un esordio intimo e coraggioso, capace di raccontare il lutto non come vuoto ma come spazio in cui l’amore cambia forma. Attraverso il legame fragile e necessario tra Eden e Maya, il film trasforma una perdita privata in esperienza universale, con uno sguardo sobrio, delicato e profondamente umano.

La fragile eredità degli affetti

Eden perde improvvisamente il fratello Nati in un incidente. Nel dolore scopre l’esistenza di Maya, la fidanzata segreta di lui. Tra le due ragazze nasce un rapporto inatteso, fatto di attrazione, rivalità e riconoscimento reciproco: ciascuna porta in sé una parte di Nati, ed è in quella condivisione che trovano la forza di affrontare l’assenza. “Come Closer” racconta con delicatezza questo incontro, trasformando il lutto in un fragile cammino verso una nuova intimità. [sinossi]

Il dolore, si dice, non è altro che amore che non trova più un destinatario: energia viva che continua a pulsare anche quando la persona amata non c’è più. Come Closer, esordio di Tom Nesher, prende avvio da questa intuizione semplice e struggente, trasformandola in un racconto cinematografico che non vuole spiegare né consolare, ma abitare la confusione di chi resta. La regista, ispirandosi a una perdita personale, sceglie di non nascondere le contraddizioni del lutto e di mostrarne invece le forme cangianti: la rabbia, la fuga, il desiderio improvviso di contatto, l’amore che muta volto ma non si spegne. La protagonista è Eden (Lia Elalouf, sorprendente al debutto), ragazza ribelle e luminosa che perde all’improvviso l’unico vero alleato della sua vita, il fratello Nati (Ido Tako). La morte accidentale di lui — proprio nel giorno del compleanno, dopo una festa che aveva riunito amici e complicità — lascia un vuoto che nessuno, né i genitori assorbiti dal divorzio, né gli adulti che la circondano, è in grado di colmare. Ma un indizio inatteso, una lettera d’amore trovata tra le sue cose, la conduce a Maya (Darya Rosenn), la fidanzata segreta di Nati. L’incontro tra le due ragazze, così diverse tra loro, segna l’inizio di un percorso di riconoscimento reciproco: Eden è irruente, fisica, imprevedibile; Maya è cauta, insicura, quasi spaesata dal mondo. Eppure, entrambe portano dentro di sé una parte di Nati, ed è in questa condivisione che nasce una nuova intimità, fragile e necessaria. Nesher costruisce il film come una geografia del dolore: ogni gesto diventa significativo, ogni spazio domestico — corridoi, stanze, spiagge — si carica di un silenzio eloquente. Eden cerca sollievo nell’alcol, nella fuga, persino in una relazione tossica con il suo capo sposato, ma solo l’incontro con Maya le restituisce una prospettiva di vicinanza autentica. Le due giovani intraprendono un cammino insieme, oscillando tra la consolazione reciproca e il rischio di aggrapparsi a ciò che resta di Nati come se fosse un surrogato. La domanda che accompagna il film — si amano davvero, o amano solo la parte di lui che rivedono l’una nell’altra? — diventa specchio del dubbio universale di chi affronta la perdita: cosa trattenere, cosa lasciare andare, come distinguere ciò che guarisce da ciò che imprigiona.

La regia evita ogni enfasi melodrammatica, preferendo una messa in scena intima, fatta di dettagli e sospensioni. La macchina da presa si avvicina ai corpi senza invaderli, osserva i respiri, i gesti esitanti, i silenzi che spesso dicono più delle parole. È un cinema che si muove per frammenti, che procede per accumulo di emozioni minime, lasciando che lo spettatore condivida l’esperienza anziché assistervi da lontano. Il lavoro delle attrici sostiene questa delicatezza: Lia Elalouf, al primo ruolo, rende Eden un personaggio insieme aggressivo e vulnerabile, capace di passare dalla durezza all’abbandono emotivo in un istante; Darya Rosenn incarna Maya con misura, facendone una figura che si apre lentamente, portatrice di una fragilità che diventa forza. Attorno a loro, la presenza breve ma incisiva di Ido Tako nei panni di Nati lascia un segno profondo, perché è attraverso lo sguardo e i ricordi delle due protagoniste che la sua figura continua a vivere. Come Closer non è un manuale sul lutto, né cerca risposte rassicuranti. È piuttosto un film che si concede il coraggio dell’incertezza, che racconta come la perdita scompagini la logica e costringa a reinventare la propria identità. Nella sua semplicità formale e nella sincerità emotiva che lo attraversa, l’esordio di Tom Nesher trova una voce autentica: quella di un cinema che sa trasformare il dolore privato in esperienza universale, capace di restituire allo spettatore non una verità definitiva, ma la possibilità di condividere, anche solo per la durata di un film, la fragile materia dell’amore che sopravvive alla perdita.

Info
Il trailer di Come Closer.

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