Downton Abbey – Il gran finale
di Simon Curtis
Dopo essere sbarcata nelle sale con lo zoppicante Downton Abbey – Il film (Downton Abbey, 2019, Michael Engler), la Carnival pare s’appresti a chiudere la trilogia sequel cinematografica della propria serie di culto, affidandosi nuovamente alla regia di Simon Curtis – già alla direzione dell’ancor più zoppicante Downton Abbey II – Una nuova era (Downton Abbey II: A New Era, 2022) – per il suo atto conclusivo. Il risultato è Downton Abbey – Il gran finale (Downton Abbey: The Grand Finale), che in questo 2025 s’appresta a rappresentare il congedo della celebre saga familiare britannica ai fan che la seguono e applaudono oramai dal 2010, col canonico orgoglio tutto inglese, il consueto buon vecchio cast – ma con qualche aggiunta e qualche ritorno – e, in definitiva, nella più coerente adesione a prassi ed esiti dei due precedenti film: nel bene e, purtroppo, soprattutto nel male.
La (non troppo) triste storia di emarginati d’élite
Alle porte degli anni ’30 – nel bel mezzo di smontamenti e riassestamenti tecnologici, politici, economici e sociali – , il sogno del Conte di Grantham Robert Crowley, di fare della propria casata l’ultimo baluardo di un’aristocrazia inglese che va dissolvendosi, pare destinato ad infrangersi contro gli ostacoli di un mondo che progredisce in usi, costumi e, su tutto, disponibilità finanziarie. Alla recente morte di sua madre Violet s’aggiunge infatti il divorzio della figlia Lady Mary dallo sportivo giramondo avventuriero Henry Talbot, cosa che la rende tanto in vista sui quotidiani quanto invisa ai conservatori rappresentanti della mondanità nobiliare. Come se non bastasse, la visita in Inghilterra dello statunitense Harold Levinson – fratello della Contessa di Grantham, la moglie di Robert, Cora – , accompagnato dallo sconosciuto amico ed esperto d’investimenti Gus Sambrook, aprirà gli occhi agli abitanti di Downton sulla precarietà del lustro d’un tempo. Ecco dunque che tra passaggi di consegna nei ranghi della servitù, organizzazione di fiere di contea e cene eleganti con ospiti quali Noël Coward in persona, l’operazione per tirare di nuovo a lucido la fama dei Lady Mary agli occhi degli eminenti vicini ha inizio, mentre questa si prepara a – e spera di – ricevere da suo padre la benedizione per prendere il comando della casata dei Grantham, guidandoli verso il futuro.
C’è senza dubbio un che di consolatorio, di comprensibilmente familiare per un fan della fortunata serie Carnival, nel rivedere per la terza volta – ad intervalli più o meno regolari di due o tre anni dalla conclusione televisiva di Downton Abbey (2010 – 2015) – tutti i volti conosciuti e amati, passati in rassegna in un accogliente sorriso che sa di «ben tornato!», nei rispettivi e gerarchici ruoli e luoghi di svago o lavoro, fino all’abituale panoramica che insegue un’auto sfrecciare su un vialetto tra gli alberi delle colline inglesi, finché un crescendo del celebre tema musicale rivela l’imponente e regale sagoma della tenuta di Downton Abbey, stagliata di fronte al sole che non smette mai di baciarne lo sfarzo. Ed è esattamente così – e come accadeva già per entrambi i precedenti due film di questa trilogia sequel – che questo nuovo e ultimo capitolo si apre. In una notturna e digitalmente ritocatissima Londra al neon, un travelling ci porta a teatro, dove si dà un’opera di Coward che vede protagonista Guy Dexter (Dominic West), già conosciuto nel film precedente quale attore preoccupato di un passaggio al sonoro che rischiava di metterne in crisi la carriera, mentre alle prese con la produzione di un film ambientato proprio nelle sale di Downton Abbey. Al suo fianco rivediamo anche Thomas Barrow (Robert James-Collier), ex valletto della magione, più o meno segretamente omosessuale e invaghitosi di Dexter proprio durante le succitate riprese, che è ora al suo servizio e con cui ha una relazione di cui nessuno sa nulla – o nulla si vuol sapere – , tranne proprio il loro amico e collega Noël Coward (Arty Froushan). Seduti in teatro, commossi e catturati dall’arte del celebre teatrante, ci sono ovviamente Robert Crawley (Hugh Bonneville), la moglie Cora (Elizabeth McGovern) e compagnia, mentre, con un panoramica verticale a scovarli nei posti più in alto – ma per chi di casta è più in basso – ecco la più fidata servitù composta dal primo accompagno di Robert, John Bates (Brendan Coyle), e dalla moglie e guida di Lady Mary, Anna Smith (Joanne Froggatt). Subito dopo vediamo camerieri, cuochi e primo maggiordomo – il sempre più restio al nuovo che avanza Mr. Carson (Jim Carter), preoccupato per il suo pensionamento e per le sorti di Lady Mary – ; il ballo in casa di una ricca signora, in cui tra fotografi e giornalisti Lady Mary viene cacciata in quanto donna divorziata – e quindi impossibilitata a presenziare nella stessa stanza dei reali, che sarebbero arrivati più tardi – ; e quindi il rientro a Downton Abbey, con l’arrivo – anzi il ritorno, seppur dopo una sola sporadica apparizione in un episodio del 2013 – dinanzi a tutta la famiglia di Harlod Levinson (Paul Giamatti), che nel crac finanziario statunitense del ’28 ha perso buona parte degli averi affidatigli dalla sorella Cora, assieme alla new entry Gus Sambrook (Alessandro Nivola), investitore che puzza di truffatore da un miglio, ma che pare averlo aiutato a salvare il salvabile, e intenzionato a puntare sulla voglia di comando e riscatto di Lady Mary per convincere i Grantham a vendere le proprietà di Newport e Londra, ristabilendo le finanze e ricevendo qualcosa di ciò che avrebbe speso di tasca propria per salvare Harold. A far ragionare il Conte sulla necessità di vendere viene richiamato anche l’ex servitore e rivoluzionario irlandese Tom Branson (Allen Leech), ora accasato e facente parte di un più modesta elite, il quale sin da subito si dichiara – rispetto al furore del passato – non di certo un capitalista, ma ben più accorto e intelligente d’un tempo.
Fatte le dovute ri-presentazioni, sta in questo intricatissimo e più che manchevole riassunto di fatti e personaggi l’altrettanto intricato bandolo della matassa che – al netto del solito sfarzo ed eleganza in costumi e scenografie, una più o meno solida qualità tecnica, e il consueto e generale buonissimo livello delle interpretazioni – , esattamente come per i precedenti due film, e soprattutto per quanto riguarda il secondo, appesantisce una visione che pare volersi presentare come leggera e riflessiva su tematiche in bilico tra progresso e conservazione, d’un ampio respiro ahimé oppresso e soffocato da ritmi e quantità per cui – almeno in questo convenzionale e più vendibile standard delle due ore – un film forse non basta. Se già sotto Engler la percezione di una versione in sala di Downton Abbey pareva suggerire il mancato adattamento delle necessità narrative televisive ai ritmi di un singolo film, col passaggio a Curtis una tale sensazione pare essersi fatta certezza. Se nel precedente Downton Abbey II s’era tentato almeno di ridurre le infinite linee narrative che spezzettavano l’incedere del primo – pena, però, un più che evidente calo di mordente dell’intreccio – , in questo terzo capitolo si torna ad aggiungere (l’organizzazione della cena con ospite Coward, la questione della vendita delle proprietà, i preparativi del nuovo comitato per la festa della contea), costringendo il montaggio a un frenetico andirivieni da una situazione all’altra, con dialoghi che muoiono in bocca a personaggi che sembrano dover ancora finir d’esprimersi, castrando quindi tanto un ipoteticamente interessante intreccio di vicende e speranze, quanto la profondità potenziale di un panorama di riferimenti storico-culturali tutt’altro che povero di stimoli.
L’escamotage del divorzio pare finalmente aver dato al Barone Julian Fellowes di West Strafford la via d’uscita dai pochi minuti contati concessi al personaggio di Henry Talbot lungo i precedenti due capitoli – il cui interprete, Matthew Goode, aveva dichiarato di non aver potuto presenziare maggiormente per un’iniziale sovrapposizione di impegni, poi per un infortunio, fino a rivelare di non sentire più il suo personaggio come centrale nelle vicende della famiglia dello Yorkshire –, tanto che qui è del tutto assente. Ciò che invece non manca, del recente piglio della penna dell’aristocratico, è la non troppo velata convinzione – spacciata per il celebre e divertito sarcasmo locale – di un’innata superiorità del british behaviour, qui a scapito dei due statunitensi Harold e Gus: rispettivamente un credulone incapace, che fatica con Dickens e sa leggere solo libri da «stanza dei bambini», e un cascamorto truffatore di lunga data, che nonostante la ricca carriera di frodi viene ammutolito dal breve eloquio della giovanissima Lady Edith Pelham (Laura Carmichael). Insomma, il cambiamento in vista per la nobiltà d’Inghilterra, paventato oramai da tre film a questa parte, è in fondo molto più un afflato poetico che non una realtà in scena. Per quanto un’improvvisa mescolanza di classi e costumi avrebbe fatto forse rientrare il terzo Downton Abbey nella categoria del fantasy, i problemi che affliggono la casata Grantham sembrano più che mai affrontabili con la serenità e la composta eleganza tipica del contesto in cui tali problemi emergono, tanto che il truffatore si ritira senza fiatare e Lady Mary torna una donna rispettabile nel tempo di una cena. Non manca dunque la coerenza con una tradizione narrativa che boicotta apertamente rivoluzioni e inversioni di paradigma, e che tutt’oggi dipinge un’elite illuminata perché favorevole nella concessione di libertà che sono inezie, la maggiore delle quali pare l’abbraccio di Lady Cora alla cuoca di una vita, la Signora Patmore (Lesley Nicol), come Mr. Carson prossima alla pensione e spaventata dalla possibilità del primo rapporto sessuale col marito, trattato con meno riconoscenza e amore di quello riservato ai signori che mai gli accordarono di uscire dal piano interrato delle cucine.
A conclusione di una trilogia uscita al cinema in anni che vedevano rinforzati scandali e pressioni sulla corona britannica, Downton Abbey – Il gran finale conclude forse coerentemente e funzionalmente un processo di rinsaldamento culturale, di rinnovamento a cavallo di una fascinazione per l’aristocrazia e gli affari di palazzo che pare – d’altro canto – non esaurirsi mai del tutto. Sul piano artistico e produttivo si parla però poco più di un’operazione indirizzata quasi esclusivamente alla fan base, abituata a quei ritmi, a quei comportamenti, a quelle sintassi e a quei simboli. Ne sono esempi il perenne ritorno del nome di Lady Sybil, mai davvero raccontata a chi non dovesse aver visto la serie; l’apparizione mnemonica di Matthew Crawley (Dan Stevens), uscito dalla serie nel 2012 e mai accennato nell’arco di questa trilogia; o la terrificante, morta, rugosa e cristallizzata smorfia senza vita forse in digitale di una compianta Maggie Smith, che la produzione ha voluto omaggiare – oltre al ritratto che per tutto il film aleggia all’ingresso della tenuta – con questa raggelante dedica. L’aura di rinnovamento messa in bocca ai pur bravi interpreti della vicenda, in fondo, non cambia niente. I fan del serial tv avranno avuto probabilmente ciò che volevano, mentre chi mai è riuscito ad apprezzarlo non troverà qui materiale per ricredersi. Per tutti gli altri o l’esclusione o la fatica di recuperare tutto – ma proprio tutto – con una full immersion in cui, secondo chi sta scrivendo, non vale la pena imbarcarsi.
Info
Downton Abbey – Il gran finale, un trailer.
- Genere: drammatico, sentimentale, storico
- Titolo originale: Downtown Abbey: The Grand Finale
- Paese/Anno: GB | 2025
- Regia: Simon Curtis
- Sceneggiatura: Julian Fellowes
- Fotografia: Ben Smithard
- Montaggio: Adam Recht
- Interpreti: Alessandro Nivola, Allen Leech, Arty Froushan, Brendan Coyle, Dominic West, Douglas Reith, Elizabeth McGovern, Harry Hadden-Paton, Hugh Bonneville, Jim Carter, Joanne Froggatt, Joely Richardson, Kevin Doyle, Laura Carmichael, Lesley Nicol, Michael Colin Fox, Michelle Dockery, Paul Copley, Paul Giamatti, Penelope Wilton, Phyllis Logan, Raquel Cassidy, Robert James-Collier, Simon Russell Beale, Sophie McShera
- Produzione: Carnival Films
- Distribuzione: Universal Pictures
- Durata: 124'
- Data di uscita: 11/09/2025




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