Il nascondiglio
di Lionel Baier
Lionel Baier firma un film che intreccia leggerezza e trauma, intimità e Storia, trasformando il maggio ’68 in una parabola sulla memoria e sulla trasmissione. La famiglia Boltanski diventa un microcosmo ironico e commovente, in cui ogni personaggio custodisce un frammento del passato e ogni gesto quotidiano si carica di significato politico. L’ultima interpretazione di Michel Blanc, intensa e discreta, è il cuore segreto del film: un commiato che vibra di grazia e umanità. Il nascondiglio è al tempo stesso commedia domestica e riflessione universale sul potere dei ricordi, sul bisogno di raccontarli e sul rischio di perderli.
Il segreto delle stanze, la voce delle strade
Parigi, maggio ’68. Mentre le strade risuonano di slogan e rivolte, il piccolo Christophe trascorre le giornate con i nonni, la bisnonna venuta da Odessa e i suoi eccentrici zii, in un appartamento stipato di oggetti e memorie. I genitori sono alla Sorbona, impegnati nelle proteste, e il bambino osserva con occhi curiosi il caos domestico e le tensioni del Paese. Ma quando un illustre ospite chiede rifugio in casa, il presente rivoluzionario s’intreccia con il passato nascosto: riaffiorano segreti mai del tutto rimossi, ricordi di persecuzioni e di resistenza. Tra ironia e malinconia, Il nascondiglio racconta una famiglia come teatro della memoria, in cui la leggerezza convive con il trauma e la sopravvivenza diventa immaginazione.
Un titolo come Il nascondiglio porta già con sé un enigma: rimanda a ciò che si cela e resiste, a ciò che la memoria custodisce come un bene fragile e che il presente vorrebbe talvolta dimenticare. Lionel Baier costruisce attorno a questa parola un film che è insieme affresco familiare e riflessione storica, commedia lieve e meditazione sul trauma, consegnandoci anche l’ultima interpretazione di Michel Blanc, a cui l’opera è dedicata. Al centro c’è la famiglia Boltanski, che non festeggia mai le ricorrenze importanti né i propri compleanni: vive soltanto nel presente, come ci ricorda il narratore che accompagna questa fantasia domestica sulla vita ebraica del dopoguerra. È il maggio del 1968, fuori le strade di Parigi bruciano di rivolte, di slogan utopici, di richieste di cambiamento radicale, mentre dentro la casa i Boltanski si stringono l’uno all’altro, rannicchiati in una stanza, a mangiare spuntini sul letto guardando la rivoluzione in televisione. La memoria, tuttavia, è ovunque: nei soprammobili stipati in ogni angolo – dai candelabri ebraici ai manifesti di Josephine Baker – nelle stanze chiuse che sembrano conservare altre epoche, nella bisnonna che ascolta Prokofiev a tutto volume trasformando la sua camera in un angolo di Odessa 1913, come se la musica fosse l’unico nascondiglio possibile, la voce di un passato che continua a vibrare nel presente. È la commedia di Lionel Baier: un grande carosello di personaggi bizzarri e irresistibili, ma anche un discorso sul terrore che abita la sopravvivenza. Michel Blanc, nei panni del nonno, medico generico e uomo segnato dalla persecuzione, dà vita a un personaggio capace di tatto e ironia: lo vediamo visitare un’anziana che crede di avere apparecchi di spionaggio cinesi nel corpo, o nascondersi ancora sotto il tavolo al passaggio di un poliziotto, gesto ridicolo e commovente insieme, che rivela quanto la paura non si cancelli mai davvero. Dominique Reymond, la nonna, ex vittima della poliomielite, rifiuta di considerarsi disabile e continua a guidare l’amata Citroën Ami con l’incoscienza di una ragazzina, preparando il tè in una teiera sul cruscotto mentre stipava l’intera famiglia in macchina.
Accanto a loro c’è Christophe, il nipote di nove anni (Ethan Chimienti), che indossa orgoglioso una giacca trovata nell’armadio della bisnonna, senza sapere che quella grande stella dorata cucita sul petto è un segno di persecuzione. Nessuno lo ferma: e il suo correre per le strade con quella stella libera diventa l’immagine più perturbante del film, perché mostra come la memoria, se non custodita, rischi di essere ripetuta inconsapevolmente. Intorno a lui si muovono i figli adulti dei Boltanski: Luc (Adrien Barazzone), giovane sociologo destinato a diventare figura chiave del pensiero critico francese, immerso nelle lotte politiche del ’68; Christian (Aurélien Gabrielli), artista inquieto che sogna mostre già minacciate dallo sciopero generale; Jean-Élie (William Lebghil), appassionato di linguistica e di cinema, legato a Christian da una complicità profonda. E poi ci sono i genitori del bambino, lontani dalla casa e impegnati alla Sorbona a cambiare il mondo, una molotov alla volta. L’utopia del ’68, con i suoi slogan visionari – “La bellezza è nelle strade!”, “Il divieto è vietato!” – entra così nella casa come eco e promessa, mentre la generazione precedente resta ancorata alla memoria della guerra e delle persecuzioni. Baier intreccia con finezza la dimensione storica e quella domestica: il nonno si ritrova a confidare a un illustre politico in cerca di rifugio come, durante l’occupazione, si nascondeva in quella stessa casa e trovava coraggio ascoltando alla radio la voce di de Gaulle da Londra: “Quella era la voce del mio Paese”, dice, “e quella voce è ora nelle strade”. È qui che il cerchio si chiude: la memoria della Resistenza e l’utopia del ’68 si specchiano l’una nell’altra, in un dialogo tra generazioni che non cancella il dolore ma lo trasforma in possibilità di futuro.
Baier lavora, come già in altre sue opere, sul confine tra leggerezza e trauma. La sua regia osserva con pudore i corpi, li segue nei gesti minimi, nei dialoghi sospesi, nelle improvvise impennate d’ironia, ma lascia emergere progressivamente ciò che è nascosto: la memoria della persecuzione, la necessità di un rifugio, l’impossibilità di separare la storia di una famiglia da quella più ampia di un continente. Il nascondiglio diventa così metafora del nostro rapporto con la memoria: non un archivio ordinato, ma un luogo fragile, in cui convivono la necessità di proteggere e il desiderio di dimenticare, la paura di rivelare e il bisogno di raccontare. Michel Blanc, con la sua presenza intensa e misurata, è il cuore segreto del film: il suo personaggio porta con sé il peso di una vita segnata dall’occultamento e insieme la grazia di una leggerezza che si affaccia nei gesti quotidiani. È un’interpretazione di rara delicatezza, resa ancora più preziosa dal fatto di essere la sua ultima. Baier gli costruisce attorno un contesto che non è mai mausoleo ma spazio vivo, percorso da ironie, da improvvise accensioni di tenerezza, da quella dimensione domestica che rende universale ogni vicenda familiare. Il film vive di contrasti: la luminosità della campagna contro le ombre della memoria, le schermaglie leggere tra i personaggi contro il peso dei segreti custoditi, la dimensione quasi da commedia che all’improvviso s’incrina e lascia emergere il dramma. È in questa oscillazione che Il nascondiglio trova il suo tono: un’opera che non indulge né nel patetico né nell’enfasi, ma che lascia spazio allo spettatore, invitandolo a colmare i vuoti, a leggere nei silenzi, a percepire l’eco di ciò che non viene detto.
Baier si affida a una tessitura sonora fatta di voci, slogan, radiocronache, rumori domestici e improvvise esplosioni musicali: non c’è colonna sonora enfatica, ma una partitura di frammenti che rende palpabile la continuità fra la memoria della guerra e l’utopia del ’68, intrecciando il trauma al presente con una leggerezza che non dissolve, ma condivide. Anche la scenografia dichiara il suo artificio, trasformando la casa in un luogo insieme realistico e poetico: gli interni ricostruiti in studio restituiscono l’accumulo di memorie come in un museo vivente, ma restano sempre aperti al gioco dell’immaginazione. Alla fine resta la sensazione di aver assistito a un film che non vuole chiudere le ferite, ma riconoscerle, abitarle, restituire loro dignità. Il nascondiglio è una riflessione sul potere dell’immaginazione come forma di sopravvivenza, sulla famiglia come teatro fragile in cui la vita continua a scorrere, tra caos e memoria. È anche un atto d’amore verso Michel Blanc, che lascia il cinema con un’interpretazione capace di unire leggerezza e gravità, ironia e malinconia. Baier gli dedica il film, e così facendo ci consegna un’opera che è insieme elegia e rinascita, memoria e invenzione, intimità e Storia. Un piccolo gioiello che, dietro la semplicità apparente, custodisce l’essenziale: il cinema come spazio in cui i segreti si trasformano in storie, e le storie restano l’unico modo per non smarrire la memoria.
Info
Il nascondiglio, un trailer.
- Genere: commedia
- Titolo originale: La cache
- Paese/Anno: Francia, Lussemburgo, Svizzera | 2025
- Regia: Lionel Baier
- Sceneggiatura: Catherine Charrier, Lionel Baier
- Fotografia: Patrick Lindenmaier
- Montaggio: Pauline Gaillard
- Interpreti: Adrien Barazzone, Aurélien Gabrielli, Dominique Reymond, Ethan Chimienti, Larisa Faber, Liliane Rovère, Michel Blanc, William Lebghil
- Colonna sonora: Diego Baldenweg, Lionel Baldenweg, Nora Baldenweg
- Produzione: Bande a Part Films, Les Films du Poisson, Red Lion, RTS Radio Télévision Suisse, SRG SSR
- Distribuzione: Filmclub Distribuzione
- Durata: 90'
- Data di uscita: 04/09/2025


La Vanité