Gummo
di Harmony Korine
Gummo, l’esordio alla regia di una delle voci più irriducibili e controverse del cinema indipendente americano – ancora oggi vitale, fertile e inclassificabile – si spinge oltre lo sguardo in buona parte documentaristico di Kids, di Larry Clarke, per il quale Harmony Korine scrisse la sceneggiatura. E approda in territori decisamente più underground, in mezzo a facce e fisionomie mai cartografate prima o, quantomeno, mai con un tale grado di immersione, di complicità. Dal fondo di queste immagini grottesche e distopiche, trasuda – ma mai in maniera “emotiva” – un sentimento del tragico, quasi impercettibile eppure costante.
Cronache del dopo bomba
Gli amici adolescenti Tummler e Solomon vagano tra le rovine di una piccola città dell’Ohio devastata da un tornado, popolata da individui deformi, disturbati e pervertiti. Quando non sparano ai gatti randagi per qualche dollaro, i ragazzi passano il tempo a sballarsi con droghe fatte in casa. Oltre a loro, ci sono due sorelle, Dot ed Helen, e Bunny Boy, un ragazzo muto che se ne va in giro indossando due orecchie da coniglio ed è vittima di bullismo da parte di ragazzi che hanno la metà dei suoi anni. [sinossi]
In qualche modo, Gummo inizia dove finiva 17 anni prima quel capolavoro malatissimo di Snack bar blues (Out of the Blue, 1980), di Dennis Hopper (non a caso anche qui è presente Linda Manz). Quell’universo sfasciato e alienato, da dopo bomba, è il medesimo. Solo che qui, a Xenia, Ohio – ma potrebbe essere Xenia, Marte – a mietere vittime e devastazione fu un tornado di categoria F5, il 3 aprile 1974. Medesima è la mancanza di autocensura e di inibizioni riguardo a ciò che si è deciso di mostrare. Che nel caso di Korine sono facce e fisionomie mai cartografate prima, o quantomeno, mai con un tale grado di immersione, di complicità. Harmony Korine, poco più che ventenne, al suo esordio come regista, ha già le idee chiarissime. Da Kids (1995), che aveva scritto per Larry Clark due anni prima, si porta dietro l’attrice – allora esordiente – e sua cara amica Chloë Sevigny, divenuta nel frattempo la sua ragazza. A differenza di Clark, però, più portato per il documentarismo, il regista di Nashville ha bisogno di riscrivere ciò che osserva, di reinventarlo dal basso, di filtrare il mondo attraverso il proprio sguardo sbilenco e weird (vedere alla voce ragazzo con le orecchie da coniglio rosa), come se fosse andato a lezione da John Waters ascoltando musica punk in cuffia tutto il tempo. O piuttosto heavy metal, visto che nel film abbonda, con il controcanto di canzoni di Buddy Holly o Roy Orbison. Perché nell’America profonda, sembra sottintendere il giovane autore, nulla è mai veramente cambiato, nella sostanza, dagli anni ’50 (oppure è cambiato tutto, e allora è lo stesso). Altra sostanziale differenza, rispetto a Kids, è il maggior grado di disgregazione narrativa e formale, che fa di Gummo un film più underground che semplicemente indipendente. Disgregazione che Korine porterà avanti, con maggior esasperazione ma anche con minore efficacia, nel successivo Julien Donkey-Boy (1999), film aderente per ispirazione al movimento Dogma.
I protagonisti di Gummo, per la maggior parte bambini e preadolescenti, sono reietti che vivono nel più desolato dei piccoli centri urbani del Midwest, figure subumane che sembrano uscite da Beavis & Butt-head, o dalle strisce di qualche fumetto underground. Facce che Korine è andato a cercare nelle fabbriche, nei mattatoi, nei Burger King. Per sopravvivere al nulla che li circonda, sniffano colla, danno la caccia ai gatti randagi, sfasciano le sedie di casa. Oppure vanno con una prostituta, una sorta di Doris Day minorenne e perdipiù Down. Eppure Korine non ritrae questi freaks con spirito voyeuristico, anzi si confonde fra loro, ritagliandosi anche un piccolo ruolo: in una scena con macchina da presa fissa, seduto su un divano rosso, parla di madri e ostetriche lesbiche sorseggiando una birra, visibilmente ubriaco. Accanto a lui, un afroamericano nano e gay al quale fa delle disperate avances venendo però puntualmente respinto. A tutto questo si alternano frammenti di cinema-verità in bassa definizione, in cui ragazze e ragazzi raccontano con voce atona brandelli delle loro vite dissestate. Da sotto questa coltre di stordimento e atarassia, dal fondo di queste immagini grottesche e distopiche, trasuda – ma mai in maniera “emotiva” – un sentimento del tragico, quasi impercettibile eppure costante. Ed è per questo che Gummo non ha nulla di gratuito o sadico. C’è soltanto un’aderenza incondizionata e totale da parte di Korine, verso i suoi personaggi. Una strana specie di amore.
Chloë, in versione biondo platino, si occupa anche dei costumi. Linda Manz, oramai trentasettenne, è la madre squinternata del piccolo Solomon: impagabile la sequenza in cui, con un vestitino color tulipano, scende le scale della cantina disordinatissima (come il resto della casa) apostrofando il figlio con la voce stentorea, mentre lui si esibisce nel sollevamento pesi dinnanzi a uno specchio a parete, utilizzando due mazzi di posate fissate assieme con lo scotch. Linda, che poi si mette a ballare il tiptap – perché una famiglia disfunzionale non è detto che non possa essere anche allegra e felice, a modo suo. Tra i grandi fan di questo film, oltre a Gus Van Sant, c’è naturalmente anche Werner Herzog, che difatti prenderà parte, come attore, a due dei film successivi. Presentato alla Settimana internazionale della critica, all’interno della Mostra del Cinema di Venezia 1997, il film non ebbe mai una distribuzione nelle sale italiane. Strano…
Info
Gummo, un trailer.
- Genere: drammatico
- Titolo originale: Gummo
- Paese/Anno: USA | 1997
- Regia: Harmony Korine
- Sceneggiatura: Harmony Korine
- Fotografia: Jean-Yves Escoffier
- Montaggio: Christopher Tellefsen
- Interpreti: Chloë Sevigny, Jacob Reynolds, Jacob Sewell, Linda Manz, Max Perlich, Nick Sutton
- Produzione: Independent Pictures
- Durata: 89'






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