Una battaglia dopo l’altra

Una battaglia dopo l’altra

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Con Una battaglia dopo l’altra Paul Thomas Anderson pare tornare a Thomas Pynchon dopo Vizio di forma, ma si tratta solo di uno spunto: il regista statunitense si lancia invece in una riflessione tanto sul cinema quanto e ancor più sulla rivoluzione come utopia sconfitta ma mai doma, e impossibile da eradicare, e che può passare di generazione in generazione, con la speranza che prima o poi ottenga l’agognato trionfo.

¡Viva la revolución!

Sono trascorsi sedici anni dalle ardite azioni rivoluzionarie del gruppo politico French 65, e dopo l’arresto di molti membri della banda Bob Ferguson vive sotto falsa identità con la figlia adolescente Willa, che ha avuto con la compagna di lotta Perfidia Beverly Hills, ora svanita nel nulla. Quando l’acerrimo nemico dei French 75, il colonnello Steven J. Lockjaw, riappare e Willa scompare, l’ex militante radicale si lancia in una disperata ricerca. Padre e figlia dovranno affrontare insieme le conseguenze del suo passato. [sinossi]
You will not be able to stay home, brother
You will not be able to plug in, turn on and cop out
You will not be able to lose yourself on skag and
Skip out for beer during commercials
Because the revolution will not be televised
Gil Scott-Heron, The Revolution Will Not Be Televised

Si sa fin dai tempi di Small Talk at 125th and Lenox e Pieces of a Man, prime incursioni di Gil Scott-Heron nel campo della musica, che “la rivoluzione non sarà trasmessa in televisione”. L’unica possibilità, scartando anche il caotico mondo dei social network, è continuare a credere nel cinema, nella sua libertà, apparente o concreta che sia. Si attendeva come acqua nel deserto un film come One Battle After Another (tradotto letteralmente in Italia con Una battaglia dopo l’altra), decimo lungometraggio di finzione per Paul Thomas Anderson in poco meno di trent’anni di attività; non tanto e non solo per l’importanza che il suo autore riveste nel pantheon registico contemporaneo, ma per l’opportunità di credere ancora in Hollywood come portatore di un immaginario non predigerito, non necessariamente conforme alle regole vigenti. Con Quentin Tarantino che non si lancia nell’agone da sei anni – considerando le sue abituali tempistiche di produzione è plausibile che si attenderà il suo nuovo e “ultimo” film ancora per parecchio –, i fratelli Coen che si sono separati con esiti rivedibili per entrambi, David Fincher che si è fatto attrarre dalle lunghe ombre delle piattaforme, e i loro padri e “fratelli maggiori”, quella che a tutti gli effetti è l’ultima generazione che ha potuto produrre prima della fine del millennio non ha più molte occasioni per rivendicare la propria esistenza, e per dimostrare di saper resistere. Spostando con intelligenza l’ambientazione temporale di Vineland, romanzo di Thomas Pynchon che in una maniera labile è servito come “ispiratore” per la sceneggiatura, Anderson sovrappone in una qualche misura la sua figura a quella di Pat alias Bob Ferguson, il rivoluzionario che ha fallito, e che ora vive con una falsa identità in un posto sperduto al confine con il Messico dove, ogni giorno, migliaia di persone al limite della disperazione cercano di accedere al “sogno americano” tramutatosi anno dopo anno in un incubo, in un lager militare, in uno spazio che soffoca ogni tentativo di identità, di deviazione rispetto alla prassi borghese consolidata. Il cinema come atto di resistenza, dunque, come l’utilizzo della pellicola, il rimando a un universo immaginifico lontano, perduto nelle brume del tempo eppure ancora lì pronto a permeare nuove generazioni, convincendole della giustizia della lotta, anche quella più brutale. Perché la libertà, come insegnava Nina Simone e nel film sottolinea Benicio Del Toro nel ruolo di Sergio St. Carlos (o Sensei, come lo chiamano tutti in quanto gestore di un dojo), significa non avere paura.

Se non ha paura Anderson ancora meno ne hanno i membri di French 75, il gruppo di militanti rivoluzionari su cui si apre il film: negli anni Zero, presumibilmente a ridosso della crisi economica innescata dalla bancarotta di Lehman Brothers, i French 75 danno il via a una rivoluzione che parte dalla liberazione dei messicani detenuti nel bel mezzo del nulla con la sola colpa di aver attraversato un confine, e si allarga a rapine in banca, minacce telefoniche a politici, proclami antisistemici e anticapitalistici. Di questo gruppo fanno parte tra gli altri la pacata e organizzata Deandra, l’esperto di tecnologia e pianificatore di colpi e attività Howard Sommerville, un’entusiasta e giovane ragazza (la interpreta Alana Haim, lanciata da Paul Thomas Anderson nel precedente Licorice Pizza), l’esuberante Junglepussy – che è poi il nome d’arte di colei che la incarna, Shayna McHayle –, e la carismatica leader Perfidia Beverly Hills, che ha una relazione interrazziale con il succitato Pat, esperto in esplosioni e fuochi d’artificio e che svolge spesso la funzione di diversivo quando i colpi devono essere messi in pratica. Nonostante il gruppo sia affiatato e ben coordinato le cose iniziano a prendere una piega diversa quando Perfidia, nel guidare la liberazione di centinaia di immigrati dal campo in cui sono segregati, si diverte a titillare l’eccitazione erotica del colonnello Steven J. Lockjaw, militare di mezza età tutto d’un pezzo che ha come unica ambizione quella di entrare a far parte del Christmas Adventurers Club, un circolo segreto fascistoide dominato da bianchi ben posizionati nei settori chiave degli Stati Uniti che credono nella segregazione delle razze e nella soppressione del libero pensiero. Ovviamente un’eventuale relazione con una rivoluzionaria afrodiscendente non sarebbe vista come un requisito positivo per essere accolto nel club. La lotta tra militari e gruppuscolo di militanti ha un esito inevitabile, e così sedici anni più tardi Pat, ora Bob Ferguson, vive in una casupola malmessa in mezzo al bosco con Willa, la figlia sedicenne che ha avuto con Perfidia prima che questa facesse perdere le sue tracce. Ma Lockjaw è sempre in agguato… È interessante come di Vineland Anderson non trattenga che qualche suggestione, qualche riferimento sarcastico, e la tensione a ragionare sui rapporti famigliari come contrasto a quelli di potere: mentre all’epoca di Vizio di forma il regista aveva trasposto con una certa fedeltà in immagini l’omonimo romanzo di Pynchon, qui le strade divergono quasi subito, fin dall’ambientazione. Un cineasta che ha sovente amato confrontarsi con il passato (Boogie Nights è ambientato a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, Il petroliere a inizio Novecento, The Master e Il filo nascosto alla fine della seconda guerra mondiale, Vizio di forma nel 1970 e Licorice Pizza nel 1973) sposta l’ambientazione dalla California degli anni Sessanta/Ottanta agli States reclusi tra la crisi del 2008 e l’oggi trumpiano; una scelta netta, che rivendica di nuovo la necessità di essere rivoluzionari oggi, e non nel glorioso passato in cui un depresso e annebbiato Bob si crogiola, passando le giornate a guardare film come La battaglia di Algeri di Gillo Pontecorvo, quasi a volersi ricordare che altrove – ma anche su un altro medium – quella rivoluzione che i French 75 hanno solo abbozzato, fallendo l’atto conclusivo, abbia invece raggiunto il successo.

Anderson, forse conscio che il materiale di Pynchon fosse troppo complicato da sbrogliare per una produzione cinematografica (non solo oggi, ma soprattutto oggi), fa di Una battaglia dopo l’altra un action drammatico ma colmo d’ironia, giocando a tratti con il registro del grottesco e con i suoi stessi personaggi – Lockjaw può essere letto come “mascella bloccata”, ma è anche il nome colloquiale e non scientifico che gli anglofoni danno al trismo, forte contrattura alla mascella che rende impossibile aprire la bocca: per un militare solleticato dal totalitarismo si adatta alla perfezione – e arrivando a comporre un mosaico bizzarro ma colmo di umanità. Ovvio che la dialettica sia soprattutto tra l’ottenebrato Bob, che deve rimettersi finalmente in gioco in prima persona visto che la bella e intelligente Willa (che ha dettagliatamente preparato, in ogni caso, nel corso degli anni, sia insegnandole la riservatezza – le è impedito possedere un cellulare, per esempio – sia iscrivendola al corso di judo tenuto da Sensei) è scomparsa dopo il ballo del liceo, e Lockjaw, che ha ben più di un motivo per voler liquidare una volta per tutte la situazione. Seguendo una linearità narrativa perfino semplice per un regista che ha spesso fatto della complessità una delle sue principali cifre espressive, Una battaglia dopo l’altra lavora in realtà sottopelle, spingendo lo spettatore a un viaggio – meglio, a un inseguimento – epico e al contempo trattenuto, come se la totalità dell’ambiente e dell’azione collettiva non possa che passare anche attraverso l’intimità di un nucleo famigliare, degli affetti più prossimi. Se i migliori crimini sono quelli domestici, come suggeriva sardonico sir Alfred Hitchcock, le migliori rivoluzioni nascono dal tinello, magari tramutandosi in un percorso di formazione per le giovani generazioni. Per quanto all’apparenza possa assumere le sembianze di un’opera rivolta al passato – come si è già scritto basterebbe l’utilizzo della pellicola per trasportarlo indietro nel tempo – Una battaglia dopo l’altra è un film intriso di contemporaneità, e sembra possedere tutte le carte in regola per ammaliare non solo la generazione del regista, ma anche e soprattutto quelle più giovani, perfino gli adolescenti che potrebbero elevarlo al ruolo di culto. Dal canto suo Anderson sciorina la propria sapienza registica muovendosi su un terreno ibrido, dove la secchezza dell’action si mescola alla categoria del buffo (in un certo qual modo rivedendo in una forma personale la dinamica picaresca de Il grande Lebowski dei Coen, che dopotutto guardava in modo incessante alle pagine di Pynchon, pur senza mai prenderlo davvero di petto) senza però ridicolizzare mai davvero il dramma, la violenza e le sue dirette e indirette conseguenze. Lo testimonia tra tutte la bellissima sequenza d’inseguimento tra le colline di Borrego Springs, un saliscendi che rende impossibile la visuale di tutte le macchine impegnate nell’inseguimento. Quel “¡Viva la revolución!” che Bob urla più volte nel corso del film muta da inno alla lotta a coperta ideale nella quale trovare ancora protezione, ora che l’uomo è solo e scoperto ai fianchi da ogni possibile attacco. Come la spinta rivoluzionaria della New Hollywood e poi della produzione anni Novanta post-indie (sempre troppo sottostimata) ha lasciato soli i pochi cineasti che ancora oggi a Hollywood e dintorni perseguono un’ipotesi di cinema/vita distante dalla merceologia, con Anderson che rivendica la sua stessa posizione. Lo fa credendo ancora nell’immagine come rivoluzione, e riconoscendone i padri fondatori: in questo senso il sottile e dolcissimo omaggio che fa a Jonathan Demme e al suo capolavoro Il silenzio degli innocenti nell’utilizzo di American Girl è ben più di un segnale, e indica la strada da perseguire, con ostinazione e fiducia, anche qualora non si ricordassero più le parole in codice.

Info
Una battaglia dopo l’altra, il trailer.

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