Intervista a Shahad Ameen
Shahad Ameen è una sceneggiatrice e regista originaria di Gedda, in Arabia Saudita. Ha conseguito una laurea in Produzione Video e Studi Cinematografici presso l’University of West London e possiede anche una qualifica in sceneggiatura. I suoi cortometraggi includono Leila’s Window (2011) ed Eye & Mermaid (2013), presentato a Toronto e Stoccolma. Il suo lungometraggio d’esordio, Scales (2019), è stato programmato in anteprima alla Settimana della Critica di Venezia e ha rappresentato la candidatura ufficiale dell’Arabia Saudita agli Oscar 2020. Il suo secondo lungometraggio, Hijra, è stato visto ancora a Venezia nella sezione Spotlight della Mostra del Cinema 2025. Abbiamo incontrato Shahad Ameen in questa occasione.
All’inizio di Hijra c’è questo bellissimo momento: il bianco del nevischio sul finestrino di un pullman che viene pulito in modo che si comincino a vedere e mettere a fuoco le donne a bordo, protagoniste del film. Come hai concepito questa idea, questo momento per iniziare il film?
Shahad Ameen: Quando ho pensato a questo momento iniziale, ho realizzato di avere finalmente una sceneggiatura. Ho lavorato su due bozze inizialmente, per le quali il film si sarebbe aperto in modo diverso. Sono in casa, escono. In un’altra si apriva con una di loro in montagna. Ogni volta che ci pensavo, mi chiedevo: cosa voglio dire? Mi sono seduta a riflettere seriamente con me stessa. E ho pensato: sto raccontando la storia delle donne saudite. 20 anni fa in Arabia Saudita, il loro mondo era separato. In un autobus, per esempio, ci sono tende ovunque per le donne. Anche tra l’autista e le donne c’è una tenda. Ci sono sempre delle barriere. Non puoi entrare nel mondo delle donne. Non ti è permesso. Quindi mi sono chiesta: e se ci fosse permesso di sbirciare lentamente nel mondo delle donne? Come se stessimo schiudendo la storia, come se un uomo aprisse la storia per vedere quelle donne saudite. E poi, lentamente, lentamente, le vediamo. Normalmente non ci è permesso vederle. Ma alla fine si vede la donna, lei apre la tenda, e noi entriamo nella loro storia. Volevo però mettere il pubblico in uno stato d’animo in cui percepisse anche quanto sia difficile sbirciare nella vita delle donne saudite.
Ci sono alcune frasi nel film sulle donne. La prima viene detta dall’autista dopo la morte del cammello, parla degli arabi e dei cammelli, per arrivare a un parallelismo con le donne. Qual è il senso di questo proverbio?
Shahad Ameen: Questa è la cosa triste. Perché nessuno ha riso alla proiezione? Ero così arrabbiata. Abbiamo lavorato a questa battuta per così tanto tempo. Non ha funzionato. Eravamo solo io e gli attori a ridere. Anche per me c’è un legame molto stretto. Il simbolismo del cammello nel film si riferisce all’uomo arabo. Nella vita reale, a dire il vero, i cammelli, con la loro integrità e il modo duro in cui vivono, assomigliano agli arabi sotto molti aspetti. C’è una storia che si dice spesso in Arabia Saudita: un cammello non dimentica mai. E c’è una storia che si racconta in tutto il deserto, a bassa voce, di una volta in cui qualcuno picchiò il suo cammello. Altri cammelli lo scoprirono e uccisero l’uomo. E sono storie che hanno un fondo di verità, perché è vero che i cammelli serbano rancore. Se gli hai fatto del male, serbano rancore. Ricordo che un mio amico mi raccontò una storia su suo zio. Erano seduti in macchina e un cammello si avvicinò molto alla macchina. L’animale sbirciò dal finestrino e guardò ogni passeggero. E lo zio, che è beduino, capii che sta cercando qualcuno. E questa cosa mi è rimasta impressa, e ho pensato di usarla nel film. Ne avevo davvero bisogno. Volevo dare anche alle donne quella profondità, ma in un modo divertente. Perché questo è ciò che ho imparato dalle donne della generazione più anziana che conosco. Ovvero che noi donne possiamo essere molto testarde e molto fedeli, allo stesso tempo, proprio come gli arabi e proprio come i cammelli.
La seconda frase che ho annotato riguarda le donne testarde. Che significa?
Shahad Ameen: In fin dei conti la storia del film è quella di donne testarde. Sai, io ho 6 sorelle, in una famiglia con 10 figli. 6 ragazze. Siamo dure e testarde e a volte è molto difficile per noi comunicare. Insieme a mia madre e alle mie zie, sono tutte le donne che ho conosciuto nella mia vita. Detesto il fatto che ci sia la percezione che le donne arabe siano deboli e vittime. A volte non lo sono. Certo, devono affrontare molte difficoltà, come tutte le donne. Ma le donne arabe sanno mantenere la loro posizione. Vivono un diverso tipo di indipendenza, o un diverso tipo di libertà, rispetto a ciò che si crede in Occidente. Ciò non significa che siano più deboli. Volevo mettere in luce la testardaggine di questa famiglia. Ogni donna in quella famiglia ha il suo carattere e il suo modo di vivere la vita.
Il film è un road movie che tocca un po’ tutto il territorio dell’Arabia Saudita. E la mia domanda riguarda l’itinerario che hai scelto. Ha qualche significato nella vostra cultura?
Shahad Ameen: Certo. Per me era molto importante girare il film in esterni. Alcuni produttori, non quello con cui lavoro, ma altre persone con cui ho parlato, mi chiedevano: «Perché non giriamo tutto in una sola zona di montagna, per risparmiare? Fingendo di esserci spostati». Io e il mio produttore abbiamo detto che volevamo fare il film così com’è. Il film parla anche del viaggio che intraprendiamo. Abbiamo fatto questo viaggio sei volte. Ci vogliono 30 ore di macchina per compiere il percorso che si fa dall’inizio alla fine del film. Tutti i membri del cast della mia crew erano a bordo. Avevano capito che questo era ciò che serviva per raccontare la storia. Il film si intitola Hijra, che in arabo significa migrazione. Ha anche un doppio significato: è il calendario islamico. Il calendario islamico è l’Hijri, che inizia con l’Egira (Hijra), l’immigrazione del Profeta Maometto dalla Mecca a Medina. Il film menziona anche il Profeta Abramo, che pure è emigrato. Nella tradizione islamica, emigra dall’Iraq alla Mecca. E lì lascia la sua famiglia. E costruisce la prima casa in cui vanno i musulmani oggi, la Kaaba. Quindi questo tema si ripeteva nel film. Ed era molto importante per me. Per il film abbiamo seguito il percorso del Profeta, che ho facilmente individuato su google. Abbiamo seguito quella strada. Qualcuno ci diceva: «Ma non c’è nulla». Quindi abbiamo seguito quella strada. Dove ci ha portato? In quella cava scura. Era lì che camminava il Profeta. La strada che ha percorso in Arabia Saudita si chiama la strada dell’Egira. Abbiamo riso molto perché abbiamo trovato quel ristorante chr si chiama proprio Hijra, la strada dell’Egira. Poi abbiamo seguito il percorso dell’antica ferrovia dell’Hegiaz che un tempo collegava Damasco a Medina. Questa ferrovia per centinaia di anni ha trasportato i pellegrini russi, turchi, curdi, tutti i pellegrini musulmani. Seguivano questa rotta e anche noi l’abbiamo seguita. Lungo il percorso si vedono molte ferrovie. È così che in passato la gente arrivava alla Mecca.
Si tratta così anche di un viaggio spirituale?
Shahad Ameen: È spirituale. Janna e Sitti alla fine non vanno in pellegrinaggio, ma vanno in pellegrinaggio. Seguono un percorso che milioni di persone prima di loro, persino i profeti, hanno percorso, in questa terra che milioni di persone su questo pianeta considerano santa. È la terra più sacra per loro. E noi volevamo che questa terra rispondesse a quella sacralità. Volevo trasmettere questo rispetto per questa terra che tante persone sognano di visitare. Molte persone povere in tutto il mondo sognano di vedere questa terra. Ho voluto rendere loro questo omaggio, perché possano vederla.
Perché era importante per te mettere in relazione donne di diverse età?
Shahad Ameen: Volevo che la ragazzina Jenna fosse qualcuno che tutti riconoscessimo, nelle nostre sorelle, nelle nostre figlie, nelle nostre nipoti. Riconosciamo questa ragazzina molto attaccata alla nonna, attaccata alla sorella, ma persa tra di loro. La storia è davvero raccontata dal suo punto di vista. Il fulcro del film riguarda questa giovane ragazza che impara da tutte queste donne della sua famiglia come trovare la propria voce. Deve andare a trovare sua zia. All’inizio deve parlare con la zia, quella rigida. Ma nel suo viaggio incontra diverse donne. E attraverso questo, alla fine ritrova se stessa. Trova la sua voce. Capisce cosa può essere. Noi non sappiamo cosa può diventare, ma è una sua scelta.
Con questa parabola della ragazzina, volevi parlare anche del cambiamento della società?
Shahad Ameen: Certo. Ad esempio, questa è la storia di Sarah, la sorella. Non vuole vivere come sua nonna. È una ribelle nell’anima, e ne ha il diritto. Ha il diritto di essere libera come vuole. Nessuno ha il diritto di costringere qualcuno a vivere una vita che non vuole vivere. E questo vale per tutte le protagoniste. Volevo davvero apprezzare le nostre differenze. Perché a volte vediamo le cose da una sola prospettiva. Succede anche a me, continuamente. Lo facciamo tutti, come esseri umani. Vediamo le cose nel modo in cui pensiamo siano giuste, e tutti gli altri hanno torto. Per molto tempo ho avuto questo atteggiamento. E ancora oggi ce l’ho. Questo film è anche una lezione per me: perché giudicare le altre donne? A volte giudichiamo le altre donne. Giudichiamo le loro scelte. Ma non abbiamo il diritto di giudicare le altre donne. E volevo che questo film fosse libero da giudizi per ciascuna di loro.

Hijra
Venezia 2025 – Presentazione
Scales