Him
di Justin Tipping
A quasi dieci anni dall’incoraggiante esordio con Kicks Justin Tipping stacca dalla serialità televisiva e torna al cinema con Him, horror psicologico dalle visionarie ambizioni estetiche ambientato nel mondo del football americano. Ciò che arriva in sala è forse la prima vera e propria indelebile macchia nella breve ma tutto sommato stimolante carriera del Jordan Peele produttore – BlacKKKlansman di Spike Lee, Wendell & Wild di Henry Selick, e anche l’ondivaga ma interessante operazione sequel con Candyman di Nia DaCosta –, di cui Him richiama in scena una intravisibile spinta alla sperimentazione, così come il piglio critico verso le varie tossicità e rapporti di potere alla base della società a stelle e strisce, con il suo establishment, i suoi miti e la sua violenza intrinseca. Finisce così che Tipping però s’annulla, sotto un immaginario che di Pelee mantiene solo una vaga impronta, quasi una patina, svilendo la forza di un contenuto di portata intergenerazionale per diluirlo in simbolismo sospeso, metafore incerte, e quella che pare un’indecisione sullo statuto di dinamiche e corpi esposti: materie concettualmente problematizzate quanto esaltate, critiche ma irresistibili sotto luci e dentro quadri ora da spot ora da videoclip.
«Cosa vorrebbe tuo padre?»
Cameron “Cam” Cade è il più talentuoso e promettente giovane quarterback della storia e, reduce da un trauma cranico dovuto ad un’aggressione subita dopo un allenamento notturno in solitaria, nasconde le ansie per le parole del suo dottore, il quale gli ha fortemente sconsigliato di proseguire a certi livelli quella che è sempre stata la sua unica ragione di vita. A breve però ci sarà il draft, e i Saviors – che Cameron segue fin da bambino – stanno per perdere il loro fenomenale quarterback Isaiah White, in odore di ritiro, e ad immagine e somiglianza del quale il defunto padre di Cam l’ha forgiato fin da bambino, per far di lui il nuovo “GOAT” (Greatest Of All Time). Nonostante le difficoltà, però, tutto cambia quando il grande campione invita personalmente il promettente ragazzo nella sua immensa, dispersa e lussuosa casa, dove tra sfinenti allenamenti e atteggiamenti eccentrici – oltre a quello che sembra essere a tutti gli effetti l’acuirsi dei sintomi del trauma cranico –, Cam si ritroverà a guardare negli occhi l’abisso di crudeltà che l’ha cresciuto, assieme ai lati più spaventosi dello sport che suo padre gli ha insegnato ad amare. [sinossi]
Prima di lanciarsi in una disamina non priva di forti accenti critici di Him appare necessario restituire anche un quadro dei meriti del film. Non sono infatti del tutto assenti le componenti più o meno distintive della poetica di Justin Tipping che – seppur non abbia avuto modo di esporle con una certa costanza nell’arco di questi nove anni – dal buon Kicks si porta dietro la tendenza al racconto di formazione, assieme alla ricorrenza di un idolo che valga all’eroe il suo viaggio (qui la sostituzione del “GOAT” e i ricorrenti anelli della lega del quarteback Isaiah White, mentre in Kicks erano delle sneakers simil-Nike Air Jordan, ispirate al celebre asso del basketball) e la presenza di “mascotte” che distanzino più o meno il racconto dal realismo, quali simboli incarnati di raggiungimenti, storia e istituzioni fondanti degli Stati Uniti d’America per come li si conoscono (l’astronauta in Kicks, le inquietanti ed effettive mascotte della lega maggiore in Him). La prassi non è del tutto estranea nemmeno a Jordan Peele, qui produttore, che sui topos e ambienti simbolici della cultura e delle ossessioni “americane” ha basato struttura testuale e metatestuale del suo ultimo Nope, ed è dunque possibile identificare un terreno più o meno comune in cui i due potrebbero essersi felicemente incontrati. Non è un caso che Him funzioni fintanto che le caratteristiche sinora riscontrate nell’uno o nell’altro comunicano a un livello più o meno paritario di dialogo. Per quanto sin dai primi minuti emerga una nota ben più che gore – nel primo piano dell’arto spezzato del quarterback in tv, in cui l’osso appuntito spunta dritto a fronte di una gamba che penzola insanguinata e inerme dal ginocchio in giù –, Tipping approccia il racconto con una breve intrusione nell’infanzia di Cameron, il suo protagonista: la forza degli eroici enunciati degli speaker durante le partite, gli auto incitamenti suggeriti e urlati dal padre che gli ricorda «You are HIM» – a cui il piccolo Cam risponde cercando convinzione nel suo «I am HIM», il GOAT (Marlon Wayans) –, sino ai duri allenamenti e l’ambizione del genitore, a cui fa da controcampo l’amore totale della madre. Passiamo poi all’età adulta, quando il ragazzo (Tyriq Withers) ha finito gli anni in aeronautica e al college; è fedele a una ragazza che ha conosciuto al liceo nonostante le continue e naturali avance ricevute da chi è così bello e già così famoso; ama la sua famiglia che lo ha spinto a sfavore di un fratello a cui viene chiaramente detto di non essere mai stato ugualmente talentuoso, e che ora coltiva qualche sotterranea acredine; e ama tornare a casa schivando le folle, tanto che s’allena da solo e a tarda notte nel campo della scuola dove ha imparato, dove assistiamo al prodigio dei suoi colpi, e al potenziale che rischia di essere nullificato dall’aggressione che arriva subito dopo a opera di un oscuro essere inguainato in uno strano costume.
Insomma, i primi stralci del film non sono certo esaltanti, bensì semplici e quasi canonici, ma nondimeno ordinati, e funzionali nell’alternare la pressione mediatica al progressivo tracollo delle fortune di Cam e al principio delle sue destabilizzanti visioni, suggerendo anche – in brevi e sparuti momenti – quello che sembrerebbe una sorta di filo rosso col campione Isaiah White, rendendo chiara la bilateralità di una circostanza dura per entrambi: per chi potrebbe uscire e, ugualmente, per chi potrebbe subentrare. Le sorti dell’ultima opera di Tipping – come quelle del povero protagonista – sono però destinate a cambiare con l’invito del campione, e il conseguente arrivo del prodigioso futuro quarterback in casa White. Se da un lato tale svolta promette di rappresentare l’avvio degli eventi centrali e caratterizzanti del film, dall’altro costituisce il momento della prepotente scesa in campo delle dinamiche scenico-semantiche dell’ultimo Peele, spianando un terreno sulla carta vincente, ma su cui Tipping pare muoversi con la più evidente incertezza. Se si escludono infatti le prime presentazioni, quel jump-scare che scema poi elegantemente nell’inquietudine verso la folla di esaltati zombi del fan club di White che notte e giorno circondano la casa, l’inospitalità di un luogo che a fronte del lusso restituisce una stasi in cui tutto è un trofeo – compresa la moglie di Isaiah, Elsie (Julia Fox) –, la cui bellezza dell’aspetto è resa vana dall’atto violento di relegarne l’utilizzo in un passato che è oblio, ci si rende presto conto che, anche a livello scenico e narrativo, tutto ciò che si vede è ben più vuoto, morto e inutilmente ludico di quanto lo si spacci per supposti simbolismi, intriganti per quei pochi minuti che passano prima che lo spettatore capisca un gioco a cui, suo malgrado, rimane costretto a giocare fino alla fine.
Nel tentativo di radicalizzare la spietatezza e il rischio che sostanziano il football statunitense all’intera genealogia violenta della storia di una paese intero, Tipping si muove alla Peele facendo rimbalzare i correlati di senso dal micro al macro e viceversa, sovrapponendo e spostando, affastellando suggestioni e rimandi che, se in Nope lasciavano uno spazio di riflessione, spronando lo spettatore ora a unire puntini tangibili e ora a crearne di nuovi per suo conto, qui gli vengono gettati in faccia nel più facile e immediato svuotamento sensoriale di luci, sangue, ossa, muscoli e sesso. E a poco servono le buone prove di Withers e Wayanas, vittime come gli altri interpreti di dialoghi ripetitivi nei concetti e didascalici nella forma, e i cui personaggi non hanno mai modo di raggiungere né il fascino oscuro e aleatorio del simbolo né, tantomeno, l’attrazione identificativa e tangibilmente esperienziale del soggetto vivo e umano. Per quanto di tempo ne sia passato per ricordarsene qualcosa, tra Peele, Lynch, Winding Refn, Murphy, e una finale alla Bong Joon-ho di Parasite, di Tipping – se escludiamo le brevi fasi iniziali – poco o nulla fa capolino in questo Him, freneticamente montato in un’orgia di erotismo spiccio, complotti, militarismo, storia razziale e medialità tossica, la cui struttura in sette giorni serve a poco più che suggerire allo spettatore che il film – finalmente o purtroppo, in base ai gusti di quest’ultimo – s’avvia alla sua conclusione. Pur non potendone aver le certezze, Him è un film che pare soffrire della stessa paura del suo protagonista: se Cam si spinge al massimo e ben oltre le proprie possibilità e la sua soggettività, sfiorando e toccando l’orrore dell’eccesso per paura di deludere chi lo ha costruito da zero permettendogli di odorare il successo, al suono opprimente e invasivo di quel «cosa vorrebbe tuo padre?», Tipping pare fare lo stesso. Che sia per la presa di coscienza di essersi lanciato in progetto ben più che traballante, per una autorialità mai davvero sbocciata e oramai dimenticata, o per “riverenza” verso lo stimato nome che dopo nove anni lo riporta sul grande schermo; quale che sia il motivo, e pur piegandosi alla talvolta fuorviante pratica dei paragoni, risulta difficile seguire questo Him senza immaginare l’apparentemente confusa testa di Tipping, la sua volontà d’intenti che dal film traspare così incerta, continuamente sferzata dal rimbombante «cosa vorrebbe Jordan Peele?». Se così dovesse essere stato, allora ci si è posti la domanda sbagliata, dandosi per di più successivamente le risposte peggiori.
Info
Him, un trailer.
- Genere: horror
- Titolo originale: Him
- Paese/Anno: USA | 2025
- Regia: Justin Tipping
- Sceneggiatura: Justin Tipping, Skip Bronkie, Zack Akers
- Fotografia: Kira Kelly
- Montaggio: Taylor Joy Mason
- Interpreti: Adam Tedesco, Austin Pulliam, Bryce Dylan, Chase Garland, Danielle Todesco, Don Benjamin, Eddie Garcia (II), Esodie Geiger, Ethan Michael Airey, Gerone McKinley, GiGi Erneta, Greg Lutz, Guapdad 4000, Heather Lynn Harris, Indira G. Wilson, Jermaine Washington, Jim Jefferies, Julia Fox, Mark Speno, Marlon Wayans, Maurice Greene, Naomi Grossman, Norman Towns, Richard Lippert, Tierra Whack, Tim Heidecker, Tyriq Withers
- Colonna sonora: Bobby Krlic
- Produzione: Monkeypaw Productions
- Distribuzione: Universal Pictures
- Durata: 96'
- Data di uscita: 02/10/2025



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