Lolita

Lolita

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Con il suo adattamento del capolavoro letterario di Vladimir Nabokov Adrian Lyne ha potuto mostrare ciò che trentacinque anni prima non si poteva e ha potuto contare, per la parte di Lolita, su un’attrice più giovane di quanto non fosse Sue Lyon all’epoca.

Amore a prima, ultima ed eterna vista

Humbert Humbert è uno scrittore britannico di mezza età, allo stesso tempo inorridito e attratto dalla volgarità della cultura americana. Quando arriva nella pensione gestita da Charlotte Haze, si innamora presto di Lolita, la figlia adolescente della donna. Decide allora di sposare Charlotte per poter stare vicino a Lolita. [sinossi]

“It was love at first sight, at last sight, at ever and ever sight.”
Nel libro di Vladimir Nabokov (dato alle stampe nel 1955), proprio all’inizio, viene detto che Dolores Haze, alias Lolita, è morta di parto subito dopo la fine degli eventi narrati dal protagonista, Humbert Humbert. Non muore alla fine, come si confà a un’eroina (perché Lolita non è un’eroina, ma casomai è eroina nelle vene dell’uomo che sillaba il suo nome): muore, quasi fra parentesi, in una manciata di parole, fra le righe distaccate e disinteressate della prefazione scritta da un certo John Ray, Jr.; nell’omonimo film di Stanley Kubrick (1962) la sua sorte viene del tutto eclissata; nel film di Adrian Lyne (1997) viene relegata brevemente alla didascalia finale. In definitiva, Dolores Haze muore fuori campo, senza clamori né trattamenti di favore: muore anonimamente, come la maggior parte delle persone anonime. Lolita invece era già morta, consumata – letteralmente e metaforicamente – dal desiderio di Humbert Humbert. Lolita è un’ossessione, e come tutte le ossessioni non esiste, se non negli occhi e nel sangue di chi se ne nutre. La trasposizione di Adrian Lyne è tendenzialmente più fedele al romanzo rispetto a quella kubrickiana. La sceneggiatura di Stephen Schiff recupera il “precedente” dell’ossessione di Humbert Humbert: il suo indimenticato e indimenticabile amore di gioventù, la coetanea 13enne Annabelle morta prematuramente di tifo. Ma oltre a questo, Lyne ha potuto mostrare ciò che trentacinque anni prima non si poteva e ha potuto contare, per la parte di Dolores/Lolita, su un’attrice più giovane di quanto non fosse Sue Lyon all’epoca, anche se di un anno soltanto: da 16 a 15 anni (il film fu girato tra il ’95 e il ’96). Per delle vere e proprie lolite dodicenni – come la Dolores di Nabokov – bisogna rivolgersi alla Brooke Shields di Pretty Baby (Louis Malle, 1978) o alla coppia Eva Ionesco-Lara Wendel di Maladolescenza (Pier Giuseppe Murgia, 1977): due film che potevano essere realizzati solo in quella “zona franca” che furono gli anni Settanta. Detto questo, il film di Lyne evita accuratamente di farsi remake, è semplicemente una nuova, personalissima – e discutibile finché si vuole – trasposizione da Nabokov.

L’introduzione di Lolita è un momento tipicamente “erotic Lyne”: la ragazzina è sdraiata sull’erba, con un vestitino bianco, fradicia sotto lo spruzzo di un innaffiatore automatico. Sta sfogliando un libro di divi di Hollywood. Non indossa gli occhiali scuri a forma di cuore, bensì l’apparecchio ai denti. Per non parlare di quell’altra scena con lei che mangia accucciata sul pavimento a gambe nude, rubando cibo dal frigo, che non può non ricordare (magari sotto forma di parodia, anche se ciò non la rende meno seducente) la scena analoga di 9 settimane e ½ (9½ Weeks, 1986). Tuttavia Lyne, soprattutto nella prima parte, calca sui toni infantili della ragazza, facendo spesso di lei una caricatura di donna, ne accentua gli aspetti buffi, goffi, sbarazzini. Fino a certe impennate emotive, come quando Lo, che sta per partire per il campo estivo, scende dalla macchina, corre in casa, sale concitata al piano superiore e salta addosso a Humbert, avvolgendolo braccia e gambe, il suo ventre contro quello di lui, e gli stampa un lungo bacio sulla bocca (nella versione di Kubrick, per forza di cose, ci si limitava a un “casto” abbraccio). Eppure, al di là dell’erotismo e dello scandalo, la situazione emotiva dei due protagonisti emerge in maniera lancinante, tanto quella di Humbert, quanto quella di Lolita: le scene di pianto di lei, un pianto davvero bambino e disperato, sono insostenibili quasi quanto i passaggi corrispondenti nel libro. Certo, in diverse occasioni Lyne ha la mano pesante, ma è il suo stile e non si piega untuosamente alle pagine del libro, oltre a rifuggire ogni confronto con il suo esimio predecessore. Redige il proprio testo, lo agguanta e lo maneggia senza remore, mostrando tutto ciò che censura concede (e tutto sommato gli ha concesso molto: oggi ci sarebbe da ridere…).

La musica di Morricone è una delle splendide melodie del compianto compositore romano, nella quale si inseriscono in sottofondo alcune note dissonanti che rimandano alla distonia esistenziale del protagonista, a quel suo amore malato e “clandestino” che lui per primo sa essere sbagliato ma da cui non può esimersi. Jeremy Irons e Melanie Griffith sono entrambi perfetti nei ruoli, la seconda un po’ sacrificata rispetto allo spazio dato a Shelley Winters nel film di Kubrick. Stesso discorso per quanto riguarda il Clare Quilty di Frank Langella (che è ottimo) rispetto alle variazioni e alle improvvisazioni che Kubrick elargì al genio di Peter Sellers. Quanto a Dominique Swain… È semplicemente Lolita: non una ex Miss Sorriso come Sue Lyon (senza nulla togliere alla sua bravura: Kubrick sapeva quel che faceva, anche in sede di casting), meno appariscente, più anonima – ma con delle lunghe gambe sulle quali Lyne non manca di soffermarsi – e forse proprio per questo più sorprendente nella sua trasformazione a contatto con quell’agente mutageno che è la passione di Humbert. Che è un pedofilo, indubbiamente. Ma anche un uomo segnato da un primo amore interrotto (e dunque infinito), prigioniero di un’età irripetibile, vittima di se stesso e carnefice suo malgrado. Che anni rari e fortunati sono stati quelli in cui si concedeva agli artisti di esplorare le pieghe più riposte e oscure dell’animo umano senza frapporvi il giudizio, lasciando all’intelligenza del lettore/spettatore (“I need you, the reader, to imagine us, for we don’t really exist if you don’t.”) quella di prendere la giusta distanza, di osservare se stesso e le infinite contraddizioni della natura umana. Senza content warning, senza proibizionismi e processi mediatici sommari, senza camere iperbariche della morale. Ecco perché le opere che provengono da quelle epoche oggi sono a maggior ragione infinitamente preziose. Sì, persino la Lolita di Adrian Lyne. Che è un film volgare, desolante e bellissimo.

Info
Il trailer del 1997 di Lolita.

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