Ferdinando Scianna – Il fotografo dell’ombra
di Roberto Andò
Con Ferdinando Scianna – Il fotografo dell’ombra Roberto Andò costruisce un ritratto che è, al tempo stesso, dichiarazione d’amore e riflessione sulla visione. Non un semplice omaggio biografico, ma un film-saggio sulla fotografia come forma di resistenza alla dissolvenza del mondo. L’incontro tra Andò e Scianna diventa un dialogo sulla materia stessa del vedere: la luce, l’attesa, la morte, l’ombra che custodisce più di quanto riveli. Nel bianco e nero severo e poetico del documentario si avverte la continuità di una genealogia che attraversa la cultura siciliana – da Sciascia a Rosi, da Consolo a Tornatore – e che Andò restituisce con un pudore classico, senza indulgere né all’enfasi né alla nostalgia. Scianna emerge come figura di rara consapevolezza: la sua arte, sospesa tra appartenenza e fuga, trasforma la perdita in racconto e l’oscurità in pensiero. Il risultato è un’opera che respira il ritmo lento del tempo e interroga la memoria come atto di conoscenza. Un film che non vuole spiegare, ma restituire la vibrazione segreta delle cose: la stessa che resta impressa, come una luce antica, in ogni fotografia di Ferdinando Scianna.
L’ombra e la luce: ritratto di un uomo che fotografa il tempo
Ferdinando Scianna, “mangiatore di vita”, oggi oltrepassa gli ottant’anni con la lucidità di chi non ha mai smesso di interrogarsi sul senso del vedere. Dietro la sua voce, scattante e ironica, s’indovina l’eco di un tempo attraversato da incontri con i giganti della cultura del Novecento: Sciascia, Cartier-Bresson, Borges. Ripercorrere la sua storia significa entrare in un mondo in cui ogni immagine è domanda, ogni gesto è una forma di memoria. Scianna difende con orgoglio la specificità della fotografia, rifiutando di ridurla a semplice arte: per lui è sonda del reale, testimonianza irripetibile di ciò che esiste, strumento per illuminare l’enigma del visibile. In un’epoca in cui le immagini sembrano oscurare più che rivelare, egli ne riafferma la verità nascosta, fragile e necessaria. Lo seguiamo tra Bagheria e Milano, nei luoghi che conservano le sue radici e i suoi fantasmi: mentre torna a fotografare gli amici della giovinezza, mentre cerca le tracce di Leonardo Sciascia nella casa di Palermo, mentre srotola il filo della propria vita con l’eleganza di chi trasforma il ricordo in racconto. In questo viaggio, la fotografia diventa il modo più puro di resistere al tempo: un’avventura meravigliosa e, insieme, un destino. [sinossi]
Un fotografo attraversa la vita come un viandante che impara a leggere le ombre: le osserva, le custodisce, le trasforma in racconto. Ferdinando Scianna ha fatto di quell’alfabeto notturno la sua lingua più intima, consegnando al tempo immagini che non descrivono soltanto il visibile ma ne rivelano la vertigine nascosta. Il documentario di Roberto Andò non si limita a ripercorrere un itinerario professionale, ma prova a inseguire il filo fragile e luminoso che lega l’infanzia in Sicilia alla vocazione, l’amicizia con Leonardo Sciascia alla scoperta del mondo, l’arte del ritratto alla memoria di un’epoca. Ne emerge un autoritratto obliquo, fatto di silenzi e di dettagli, in cui la fotografia diventa un modo di abitare l’ombra per dare al buio la forma di una rivelazione. Il viaggio di Ferdinando Scianna comincia nella Sicilia degli anni Sessanta, un’isola che non è soltanto un paesaggio, ma una condizione esistenziale: terra di contrasti, dove la luce del meridione sembra voler divorare le cose, e l’ombra, come un controcanto inevitabile, restituisce profondità e verità. È tra i vicoli polverosi, nelle processioni religiose, nei volti scavati di contadini e fedeli, che il giovane fotografo muove i primi passi, convinto che lo scatto non sia un ornamento, ma un modo per trattenere la sostanza stessa del vivere. In questo universo sospeso tra mito e realtà, Scianna incontra Leonardo Sciascia, che diventa non solo il suo primo grande interlocutore, ma il suo vero e proprio compagno di visione. Lo scrittore gli apre la strada, lo introduce a una forma di pensiero che farà della fotografia non una mera registrazione, ma un gesto di consapevolezza, una domanda rivolta al mondo. Nella parte finale, l’auto con Andò e Scianna scivola verso la casa-museo di Leonardo Sciascia come in un piccolo rito laico. Il paesaggio scorre, ma l’inquadratura resta pudica: Andò parla di profilo, non guarda mai in macchina, come se volesse mettersi di traverso alla propria immagine per lasciare passare soltanto ciò che conta. Ne nasce una confessione trattenuta e densissima: la veglia al cadavere eccellente, la pace ritrovata con Vincenzo Consolo, il vuoto di allora e l’eco lunga dell’eredità sciasciana nei suoi film più recenti, da La stranezza a L’abbaglio. È un passaggio insolito per un regista così colto e misurato, e proprio per questo prezioso: completa l’atlante degli affetti da cui prende forma la sua opera — Sciascia, certo, ma anche Francesco Rosi e, qui, Scianna — restituendo il disegno sotterraneo di una genealogia. Eppure, proprio in quelle sequenze d’auto, ciò che potrebbe sembrare un autoritratto in piena luce ricorda a se stesso di essere, prima di tutto, un ritratto di Scianna. A lui bastano poche parole per definire l’orizzonte emotivo: di Sciascia parla come di un’assenza che non si è mai compiuta, una ferita sottile che continua a respirare nel tempo; e arrivati alla meta lo coglie un disagio che ha il sapore del paradosso: nelle case, a differenza delle tombe, i morti continuano a vivere.
Il vecchio Scianna ricorda lo sgomento del padre quando il figlio annunciò di voler fare il fotografo — mestiere che, nella Sicilia contadina del dopoguerra, aveva soprattutto a che fare con i ritratti da lapide. Fotografare è immortalare, suggerisce con asciutta lucidità; mentre il cinema, per lui, riguarda la memoria: non la fissità, ma il movimento del ricordo. Accanto a Giuseppe Tornatore — conterraneo, allievo e amico — questa distinzione diventa una piccola teoria dell’immagine: al regista basta un aneddoto, un bozzetto, per edificare una mitologia; e Scianna riconosce in questo gesto una lingua comune che non è solo territoriale ma condivisa grammatica del vedere. Il loro rapido scambio è un gran momento di cinema perché mette in scena, senza proclami, la continuità tra due modi diversi di trattenere il tempo. È un’intuizione che illumina l’intero film: più che celebrare, scolpisce la perdita, di farne materia viva, di accettare che il racconto nasca proprio da ciò che non si lascia pacificare. Nei suoi scatti siciliani non c’è mai la tentazione della cartolina, né il compiacimento folklorico: c’è piuttosto l’urgenza di mostrare la vita nel suo nodo irriducibile di bellezza e fatica, di fede e miseria. Ogni volto diventa così un’icona senza tempo, ogni gesto quotidiano un frammento di una liturgia terrena. La Sicilia che Scianna consegna al suo obiettivo è la stessa che l’ha generato: dolente e solenne, resiliente nella ferita. Diventa subito paesaggio universale, proprio perché filtrato dalla sua capacità di vedere l’umano sotto la superficie, di dare voce al silenzio che accompagna le cose. E in quel silenzio, spesso più eloquente delle parole, nasce quella sua grammatica del chiaroscuro, capace di rivelare nella parte nascosta della luce, l’essenza stessa della memoria. Quando Ferdinando Scianna entra a far parte dell’agenzia Magnum nel 1982, non compie soltanto un salto professionale: attraversa una soglia che lo consegna a una nuova geografia del mondo e del vedere. La Sicilia rimane radicata nel suo sguardo come matrice originaria, ma le sue fotografie cominciano a percorrere spazi lontani, dall’America Latina alle capitali europee, dalle metropoli febbrili ai villaggi sperduti. Non è mai, però, il semplice racconto del viaggiatore o del reporter: ciò che lo interessa non è l’evento eccezionale, ma la vita che accade nella sua ordinarietà, il dettaglio che resiste al fragore della cronaca, il volto che porta inciso in sé il segreto della sua storia. In questo percorso internazionale, Scianna mantiene una fedeltà assoluta a quella che considera la sua unica bussola: l’etica dello sguardo. Non fotografa per catturare, ma per condividere; non per possedere, ma per interrogare. E così, anche quando i suoi obiettivi si posano su rivoluzioni, guerre, cortei o feste popolari, resta intatto quel senso d’intimità che lega il fotografo al soggetto, come se ogni immagine fosse un incontro irripetibile.
È in questi anni che il bianco e nero diventa la sua lingua definitiva, non scelta stilistica ma necessità interiore: una grammatica capace di epurare il superfluo, di ridurre il mondo all’osso per esaltarne le forme essenziali, le linee di forza, le ombre che danno spessore e mistero. Il colore, che pure frequenta con attenzione negli anni successivi, rimarrà per lui sempre un terreno accidentale, mentre il bianco e nero continuerà a rappresentare la verità profonda del suo sguardo. Perché, come lui stesso ama ripetere, la fotografia non è mai la verità, ma è sempre la traccia di un incontro. Se la fotografia di reportage e quella legata ai riti popolari hanno costituito l’infanzia e l’adolescenza dello sguardo di Scianna, l’incontro con la moda segna invece la sua maturità, il confronto con un linguaggio che avrebbe potuto apparire distante, persino estraneo, ma che egli riesce a piegare al proprio universo poetico. Quando negli anni Ottanta inizia a collaborare con Dolce & Gabbana, non entra nei codici patinati della moda internazionale per replicarne i cliché, ma porta dentro quel mondo la sua Sicilia: i cortili assolati, i muri scrostati, gli sguardi fieri delle donne vestite di nero, le piazze in cui il tempo sembra sospeso. Le campagne fotografiche diventano così racconti corali, piccoli film muti dove la moda non è mero ornamento ma pretesto per parlare di appartenenza, d’identità, di memoria. In questo dialogo tra estetica e antropologia, Scianna trova forse la sua cifra più sorprendente: restituisce all’abito il suo legame con la vita, riportandolo dalla passerella alla strada, dalla vetrina al corpo reale. Non fotografa modelle come icone irraggiungibili, ma come figure che incarnano una comunità, un modo di essere, uno sguardo sul mondo. Il volto di Marpessa Hennink, musa delle sue immagini per Dolce & Gabbana, diventa così l’emblema di una femminilità antica e moderna insieme, sospesa tra mito e quotidianità. Eppure, anche in questo territorio nuovo, Scianna rimane fedele alla sua etica: rifiuta lo spettacolo fine a se stesso, rifiuta la spettacolarizzazione del corpo, cercando invece il racconto di una bellezza che non è artificio ma presenza, non superficie ma rivelazione. Le sue fotografie di moda non cancellano le ombre, anzi le esaltano, come a ricordare che nessuna bellezza è completa se non porta con sé anche la fragilità, il dolore, la memoria.
Il sodalizio con Leonardo Sciascia segna un altro momento fondativo del percorso di Ferdinando Scianna, un incontro che non è soltanto professionale ma intellettuale, quasi filosofico: lo scrittore riconosce nella fotografia del giovane concittadino non un semplice esercizio estetico, ma una forma di conoscenza, una scrittura che non usa l’inchiostro ma la luce. È proprio Sciascia a incoraggiare Scianna a credere che le sue immagini potessero valicare i confini della cronaca e diventare testimonianza duratura, frammenti di verità che l’occhio trattiene quando la memoria rischia di smarrirsi. Ne nasce un dialogo continuo tra parola e immagine, in cui la prosa sciasciana si accosta alle fotografie per amplificarne il senso, mentre lo sguardo di Scianna illumina con concretezza i temi che aveva scandagliato con la scrittura: l’ambiguità del potere, l’invisibile persistenza della superstizione, la vita nascosta dietro la facciata di una comunità. È come se i due linguaggi – letteratura e fotografia – trovassero nella loro alleanza una terza forma espressiva, capace di catturare la complessità del reale senza mai ridurla a schema o a spiegazione. Per Scianna, “fotografo dell’ombra” non è una posa ma una chiave: Sciascia diventa la conferma che ogni immagine può aspirare a essere letta, interrogata, interpretata come un testo. Così il fotografo non è più soltanto colui che osserva, ma anche colui che scrive con la luce una narrazione aperta, un racconto che attende di essere continuato da chi guarda. In questa concezione, la fotografia smette di essere solo memoria del passato e diventa strumento di riflessione critica sul presente, un modo per incidere sulla coscienza collettiva. Se per molti fotografi la macchina rappresenta lo strumento per affermare una verità, per Scianna essa diventa invece il luogo del dubbio, un varco attraverso il quale interrogare il mondo più che definirlo. La fotografia non è mai certezza – ama ripetere – perché ogni scatto porta con sé non una risposta ma una domanda, un enigma che non si risolve e che costringe chi guarda a misurarsi con l’ambiguità dell’immagine.
In questo senso Scianna si colloca agli antipodi del fotografo demiurgo: non pretende di ordinare la realtà ma accetta che essa resti opaca, frantumata, irriducibile a un’unica interpretazione. Ogni fotografia è allora un frammento, un pezzo di mondo che resiste alla totalità e che vive della sua imperfezione, come un appunto preso in fretta che però conserva il battito vitale di un momento irripetibile. Il dubbio per Scianna non è limite ma respiro: è ciò che mantiene l’immagine viva, che impedisce alla fotografia di ridursi a documento muto o a icona consumata. Guardare una sua foto significa partecipare a un atto incompiuto, farsi parte di un dialogo che non si chiude. È forse qui che la sua arte trova la dimensione più universale: nel ricordarci che la realtà non si lascia mai catturare del tutto, che la verità è sempre parziale, sfuggente, e che il compito del fotografo non è sciogliere l’enigma ma custodirlo, restituendolo intatto allo sguardo degli altri. Scianna ama rivendicare quella sua idea di fotografia come soglia tra luce e oscurità, un titolo che non è soltanto dichiarazione poetica ma anche manifesto etico. L’ombra è ciò che sfugge, che si ritrae, che resiste alla luce piena e abbagliante; è la zona intermedia dove la verità non s’impone come certezza ma si rivela come intuizione. Nelle sue immagini, il nero non è mai semplice assenza ma materia viva, grembo che accoglie e trattiene, come se la fotografia fosse sempre un esercizio di attraversamento del buio per strappare alla notte un frammento di senso. In questa fedeltà alle zone d’ombra si coglie la cifra più intima del suo lavoro: Scianna non fotografa per svelare, ma per ricordare che dietro ogni gesto, ogni volto, ogni paesaggio, rimane una parte inattingibile, un residuo che non si lascia mai dire fino in fondo. Così la sua opera diventa una lunga meditazione sulla fragilità dell’umano e sul carattere enigmatico della realtà, che nessun obiettivo può ridurre a spiegazione univoca.
Il documentario lo segue nei luoghi della memoria – la Sicilia ancestrale e carnale, i paesaggi urbani segnati dal tempo, i ritratti che hanno fatto la storia della fotografia italiana – ma sempre restituendo quell’oscillazione tra presenza e assenza che definisce il suo sguardo. Ne viene fuori il ritratto di un artista che ha fatto della discrezione un’arma, dell’incertezza un linguaggio, dell’ombra una dimora. C’è una scena, nel cuore del documentario, che sembra racchiudere l’intero senso della sua arte. Scianna, nel giardino della sua casa di Bagheria, sbuccia lentamente un limone. Il gesto è semplice, domestico, quasi rituale, ma assume la solennità di un atto iniziatico: il coltello che incide la scorza diventa il prolungamento dello sguardo, la spirale gialla che si svolge tra le dita un tempo che si fa visibile. Nel bianco e nero di Andò, la luce che accarezza la buccia e l’ombra che la avvolge si fondono in un’unica materia poetica, come se la realtà e la memoria potessero convivere nello stesso chiaroscuro. È come se in quell’istante si concentrasse tutta la filosofia di un fotografo che ha imparato a “pelare” la realtà, a spogliarla della superficie per restituirle la sua sostanza segreta. La luce che accarezza la buccia è la stessa che nelle sue fotografie si posa sui volti e sulle pietre; l’ombra che la avvolge è la soglia attraverso cui il visibile si trasforma in pensiero. Andò indugia su quel momento con la pazienza di chi sa che il vero ritratto non si trova nei volti ma nei gesti, nei silenzi che li circondano. Un frammento che vale un intero autoritratto. In quell’azione minima, una lezione sul tempo, sull’attesa, sulla grazia delle cose semplici. Forse è questa, alla fine, la sua eredità più duratura: aver insegnato a guardare il mondo come un atto di fedeltà alla vita. Nel suo attraversare i chiaroscuri, Scianna ha scolpito un’arte che non consola ma accompagna, che non pretende di spiegare ma di custodire: un’arte dell’ombra, fragile e potente, che continua a interrogarci molto dopo che l’occhio ha lasciato l’inquadratura. Attorno a Scianna, come in un album che non si chiude mai, si allineano gli amici di gioventù, figure archetipiche che ritornano lungo l’intera carriera, e gli illustri compagni di strada come Henri Cartier-Bresson. Poi gli incontri, come quello con Jorge Luis Borges, a cui — cieco — descriveva i mostri di Villa Palagonia perché l’immaginazione potesse avere appigli. E infine le ferite che non smettono di chiedere ascolto: il fantasma del padre, e quella frase che suona come un pendolo interiore — “ogni volta che torno a Bagheria mi chiedo perché me ne sono andato; poi mi chiedo perché non me ne sono andato prima”. È in questa oscillazione che il suo lavoro trova la sua misura: tra appartenenza e fuga, tra casa e distanza, nel punto in cui la luce espone e l’ombra custodisce.
Info
Ferdinando Scianna – Il fotografo dell’ombra sul sito di Venezia 2025.
- Genere: documentario
- Titolo originale: Ferdinando Scianna - Il fotografo dell'ombra
- Paese/Anno: Italia | 2025
- Regia: Roberto Andò
- Fotografia: Matteo Pedicini
- Montaggio: Maria Fantastica Valmori
- Colonna sonora: Michele Braga
- Produzione: Bibi Film
- Distribuzione: Fandango
- Durata: 86'
- Data di uscita: 06/10/2025




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