Cinque secondi
di Paolo Virzì
Giunto al diciottesimo lungometraggio in oltre trent’anni di carriera, Paolo Virzì con Cinque secondi ruota attorno ad alcuni dei suoi temi portanti, dalla genitorialità all’energia dinamitarda giovanile, affidandosi a collaboratori con cui ha attraversato parte della carriera (Valerio Mastandrea e Valeria Bruni Tedeschi, ma anche il fratello Carlo e Francesco Bruni in fase di scrittura) e tornando alla sua Toscana a quasi dieci anni da La pazza gioia. In Grand Public alla Festa di Roma 2025.
Place to Be
Chi è quel tipo dall’aria trascurata che vive da solo nelle stalle ristrutturate di Villa Guelfi, una dimora disabitata e in rovina? Passa le giornate a non far nulla, fumando il suo mezzo-toscano ed evitando il contatto con tutti. E quando si accorge che nella villa si è stabilita abusivamente una comunità di ragazze e ragazzi che si dedicano a curare quella campagna e i vigneti abbandonati, si innervosisce e vorrebbe cacciarli. Sono studenti, neolaureati, agronomi, e tra loro c’è Matilde, che è nata in quel posto e da bambina lavorava la vigna con il nonno Conte Guelfo Guelfi. Anche loro sono incuriositi da quel signore misantropo dal passato misterioso: perché sta lì da solo e non vuole avere contatti con nessuno? Mentre avanzano le stagioni, arriva la primavera, poi l’estate e maturano i grappoli, il conflitto con quella comunità di ragazze e ragazzi si trasforma in convivenza, fino a diventare un’alleanza. E Adriano si troverà ad accudire nel suo modo brusco la contessina Matilde, che è incinta di uno di quei ragazzi. [sinossi]
Nel 2002, quando My Name is Tanino venne presentato fuori concorso alla cinquantanovesima edizione della Mostra di Venezia, la sala Grande accolse le note di Cello Song di Nick Drake che irrompevano in una delle sequenze più accorate del film di Paolo Virzì, all’epoca impegnato nella sua quinta regia all’interno di una carriera iniziata da nemmeno un decennio da un punto di vista professionale. Potrà apparire un caso se nella colonna sonora di Cinque secondi, diciottesimo lungometraggio di Virzì che viene presentato in anteprima – una dozzina di giorni prima della sua uscita in sala – alla Festa di Roma nella sezione Grand Public, fa capolino poco prima del finale la struggente ed esaltante Place to Be, sempre dal repertorio del grande e sfortunato cantautore inglese; eppure l’impressione è che questo nuovo film del cineasta livornese, al di là dei pregi o dei difetti che si possono annotare, segni una sorta di “ritorno a casa”, in qualche modo seguendo le linee guida già riscontrabili nel precedente Un altro ferragosto. Se lì però si tornava soprattutto a fare i conti con una riflessione umana e politica sui trent’anni che hanno progressivamente eroso l’idea di collettività in Italia, qui il portato nostalgico si fa ancora più acuto, e in un certo senso radicale: sempre accompagnato dal fedele Francesco Bruni (inossidabile sodale fino a Il capitale umano, 2014) e dal fratello Carlo, Virzì se ne torna anche in Toscana, la terra natia da cui cinematograficamente mancava da quasi un decennio, dai tempi de La pazza gioia – c’era però un accenno a Piombino in Notti magiche –, e che nei quindici anni precedenti aveva narrato solo in N – Io e Napoleone (in un’isola d’Elba inevitabilmente distante dalla rappresentazione del “reale”) e La prima cosa bella. Come l’Adriano che si rifugia nelle vecchie scuderie in disuso di un casolare nobiliare che, abbandonato, è stato in parte riadibito a b&b, anche Virzì pare sfuggire al cinema romano per tornare a sciacquare i panni in Arno, e a respirare di nuovo l’aria di casa – tornano anche vecchie conoscenze del passato, come Salvatore Barbato che fa un brevissimo cameo.
La scelta si rivela però non priva di insidie, perché è paradossale annotare come sia proprio la caratterizzazione della Toscana rurale l’elemento meno a fuoco tra quelli che affastellano il racconto di quest’uomo taciturno e del trauma che l’ha spinto a uscire letteralmente dal mondo – non vuole parlare con nessuno, non vuole vedere nessuno, fa anche in modo che il postino firmi da solo le raccomandate a suo nome che gli arrivano da Roma. In particolar modo la rappresentazione del gruppo di giovani che, spinti da spirito comunitario e con l’idea forse utopica di donare nuova vita al vigneto che giace incolto e privo di cure nel territorio della tenuta, suona quantomai artefatta, componente dissonante che non riesce mai a svolgere la funzione di ideale coro greco in grado di ridestare Adriano dal suo torpore. Anzi, se si esclude l’ipotetico risveglio di un sentimento paterno verso la combattiva Matilde, nipote del fu conte che capitana la banda di ragazze e ragazzi, non si capisce neanche più di tanto perché quest’uomo che ha voltato le spalle alla vita (annuncia anche senza alcun pentimento a tutti i suoi soci e dipendenti – è a capo di un importantissimo studio legale romano con filiazioni a Parigi e Londra – che abbandonerà il suo ruolo) dovrebbe interessarsi a ciò che questi “occupanti” stanno facendo. E anche il suo prendere a cuore la vicenda, con tanto di autodichiarata tutela legale di fronte alle forze dell’ordine che operano lo sgombero, finisce in fin dei conti nel nulla, e sparisce in fretta e furia dal racconto. Perché in fin dei conti si può anche tornare a casa (i ragazzi sembrano una versione aggiornata dei musicisti che approfittavano della rimessa in Baci e abbracci, ma l’ispirazione è ben diversa), ma è con ciò che ci si è lasciati alle spalle che è necessario scontrarsi: e così il cuore della vicenda, nonostante il film si svolga per larga parte nella villa Guelfi, è a Roma, in un tribunale nel quale si sviscererà il senso di colpa che attanaglia l’uomo e gli rende impossibile la vita.
Non si ride quasi mai, in Cinque secondi, se non per naturale attitudine di Valerio Mastandrea (lui e Valeria Bruni Tedeschi sono il punto di forza maggiore del film, e insieme scatenano una chimica dimessa, sfuggente e dolente che rapisce lo sguardo) ma in effetti Virzì non ha alcuna voglia di sollazzare lo spettatore – e forse anche per questo le dinamiche con i giovani appaiono meccaniche, artificiose, prive di vita reale –, e la sua ispirazione registica tocca l’acme in quei momenti in cui il tempo si fa irreparabile, e irriconciliabile. Le mattine e le sere tutte uguali, in cui si limita a scrivere sempre lo stesso messaggio al figlio quindicenne che come una sentenza immancabile non risponderà; una confessione fatta quando meno ce lo si aspetta; una festa della vendemmia spaesata; una gita al lago con i figli per vivere una vita “normale”, sempre che tale aggettivo abbia un senso. Lì, nelle pieghe di questi passaggi, si avverte un dolore che è sotterraneo ma sa raccontare l’umano e la sua limitatezza nel tempo. Peccato che questa tonalità trovi spazio in modo solo occasionale in una narrazione un po’ sbilenca, a tratti prevedibile e fin troppo semplice.
Info
Il trailer di Cinque secondi.
- Genere: drammatico
- Titolo originale: Cinque secondi
- Paese/Anno: Italia | 2025
- Regia: Paolo Virzì
- Sceneggiatura: Carlo Virzì, Francesco Bruni, Paolo Virzì
- Fotografia: Luca Bigazzi
- Montaggio: Jacopo Quadri
- Interpreti: Anna Ferraioli Ravel, Galatéa Bellugi, Ilaria Spada, Salvatore Barbato, Valeria Bruni Tedeschi, Valerio Mastandrea
- Colonna sonora: Carlo Virzì
- Produzione: GreenBoo Production, Indiana Production, Motorino Amaranto, Vision Distribution
- Distribuzione: Vision Distribution
- Durata: 105'
- Data di uscita: 30/10/2025



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