Sergio e Mirta – Un amore in 8mm
di Fabrizio Laurenti
Fabrizio Laurenti, tra le varie cose autore di La Casa 4 – Witchcraft (Witchery, 1988), tra i sequel apocrifi della celebre saga horror di Sam Raimi, torna con Sergio e Mirta – Un amore in 8mm, presentato nella sezione Storia del cinema della Festa del Cinema di Roma 2025. Realizzato nella commistione di filmati d’archivio e filmini di famiglia offerti e rinvenuti nella casa di Mirta Guarnaschelli – tra le pioniere del casting directing in Italia, mansione che ricoprì, all’esordio, per Divorzio all’italiana di Pietro Germi –, più che la grande storia del cinema, il film racconta quella piccola e romantica della donna con il regista Sergio Corbucci, interlacciando contesto storico e vita privata. Nella sua breve durata l’operazione funziona, suggestiona, sa commuovere e raccontare, pur forse rimanendo costretta nei ranghi del “fin troppo piccolo”.
La Corbucciona… o Corbucci and Guarnaschelli Production
Mirta ha appena diciassette anni, è in villeggiatura a Capri con i suoi genitori, e lì incontra Sergio, di ventitre anni, con amici vispi e divertenti, entrato da poco in possesso di una cinepresa in 8mm. I due si conoscono, si piacciono, lei vive esperienze e si lascia andare a risate mai vissute, dovendo però tornare a Palermo con i suoi. I genitori di lei si separano e, con sua madre, Mirta si sposta a Roma dalla nonna, cosa che, pur nella scomodità della situazione, la avvicina a Sergio. La frequentazione tra i due diviene presto un fidanzamento. I due si sposano e iniziano la loro vita insieme, tra gli stenti del talentuoso Sergio che fatica ad affermarsi nella tanto luminosa Hollywood sul Tevere, e una Mirta che, godutasi l’ilarità del marito e della sua compagnia di aspiranti cineasti, i sogni di gloria, ma anche la povertà, la frustrazione e l’irrealizzato, comincia a guardare negli occhi la faccia dimenticata, più dura e indifferente della “dolce vita”. [sinossi]
In circa tre anni, col sostegno di Mirta e de L’Immagine Ritrovata della Cineteca di Bologna, Fabrizio Laurenti condensa con Sergio e Mirta in appena sessantotto minuti un amore dimenticato, un matrimonio consumatosi in appena cinque o sei anni all’ombra di un cinema italiano che, negli anni Cinquanta, pareva più che mai pronto a brillare. Lo fa con il contributo prezioso e commovente, ma anche ironico e diretto, del racconto in prima persona dell’oramai anziana Mirta Guarnaschelli, che al microfono racconta la passione, la lotta, l’ansia e la sconfitta di un amore non all’altezza di quegli anni di successo. Il tutto introdotto dalle confessioni sul mal sopportata ossessione di Sergio per il cinema, anche per quello fatto in casa con la sua 8mm – che all’epoca era una rarità –, tanto da intitolare l’intero progetto alla sua immaginaria Corbucciona – casa di distribuzione che in certi cartelloni iniziali è anche indicata come Corbucci e Guarnaschelli Production. I materiali ripresi da Sergio Corbucci e Mirta, conditi dalla logorroica ma tagliente e sempre centrata comicità della voice over registrata del regista, restituiscono in senso non lineare i vagabondaggi di quegli anni in cerca di progetti e produttori, idee e soldi, cosa quasi sempre risolta in passeggiate di uno spensierato e ludico far niente a nascondere il tremore dell’incertezza. Sta qui infatti la forza del lavoro a posteriori sul family film, che quasi spontaneamente emerge come atto di risemantizzazione e disvelamento di dinamiche sottaciute dall’istanza narrante che più o meno abilmente diresse ed interpretò certe riprese amatoriali, e siccome in questo caso il suddetto è (prevalentemente) Sergio Corbucci, c’è fin troppo da disvelare. Assolve dunque magnificamente al compito la voce invecchiata, il piglio critico, ironico e schietto di Mirta, che si guarda in faccia e – con l’onestà intellettuale di riconoscere che le sue non sono che memorie e sensazioni, o racconti a posteriori riguardo cose di cui ha in parte perso i ricordi – racconta allo spettatore e a Laurenti il suo tempo. Racconta, alternandosi alla finzione della voce passata del marito, il viaggio di nozze, le serate a far nulla con gli amici in casa, i debiti, l’avventura in Spagna – quando pareva l’unica frontiera per quegli esuli che come Sergio, all’epoca, non trovavano posto nel nostro sistema produttivo – , poi a Parigi, la separazione e l’indipendenza.
Un tale modo di riproporre il “dietro le quinte” di quegli anni, che si consumavano e vivevano di notte, tra il Rosati in Piazza del Popolo e i tanti altri in Via Veneto, produce la strana sensazione di un’aspirante cinematografia italiana che, reduce dal tramonto del neorealismo, e al dire dell’epoca proiettata verso orizzonti artistici più educati, vari e ricchi, pare in anticipo su quella gioventù della Nouvelle Vogue francese che di lì a poco sarebbe venuta. Sergio, Mirta e l’amico Bitto, che nelle ironiche parole del regista pareva intenzionato alla seduzione della ragazza – già fidanzata con Sergio –, scherzando e scorrazzando senza meta per Villa Borghese sembrano una prima versione nostrana del celebre trio che Truffaut componeva con Jim, Jules e Catherine in Jules e Jim. Ma non è la Francia dei Sessanta, bensì l’Italia dei Cinquanta, che abbraccia ed ambisce a sistemi produttivi ben diversi da quelli dei giovani turchi – basti ripensare all’irrisoria grandiosità anglofona della Corbucci AND Guarnaschelli PRODUCTION, assai più credibile come Corbucciona –, e nei cui schemi Sergio pareva non rientrare. Nella testimonianza vocale della Mirta di oggi c’è la riconoscenza ad una sé più giovane, più ingenua, ma già forte e decisa, indipendente, in anticipo rispetto a quei moti che avrebbero reso un tale archetipo femminile riconoscibile e apprezzabile, non convinta del suo ruolo di casalinga né del successo solo momentaneo che pare venire, finalmente, nel 1954 di Carovana di Canzoni (Sergio Corbucci, ovviamente). Ciò non toglie l’attenzione con cui Laurenti si concentra su un amore che c’era, che Mirta e ricorda e non svaluta, di un Sergio che stropiccia le guance a Mirta mentre lei lo accarezza e le fa la linguaccia, e intanto viaggiano e ridono, come se solo la fuga fosse capace di tenerli insieme.
La differenza tra i vivi colori e il bianco e nero, le leggere virazioni di sole parti del girato, la variazione di qualità e angoli scelti (in base a se a tenere la macchina ai tempi era Mirta o Sergio) alimentano il ritmo del film con quella nostalgia che vive del feticismo della materia, specie se usurata e se traccia di ciò che è andato. Ad animare tali sprazzi di ricordi, chiaramente, non si sono solo i due sposini, bensì una più o meno variegata schiera di volti più o meno noti, solo comparse, in un contesto che, a dir la verità, contestualizza poco. Se è infatti vero che la scelta di una storia vista dal basso è vincente, e poetica, e romantica, è anche vero che certi afflati, certe passioni, rischiano di finire sminuiti quando i luoghi, gli anni, e le altre vite e sorti che le incorniciano si fanno materia viva, chiara e presente. In Sergio e Mirta tale equilibrio manca, facendo sì che la storia d’amore non sia fine a sé stessa, certo, ma neanche vibri perché tesa dalle forze e della pressioni del periodo che la scosse e rese impossibile, finché questo non sfuma in un fondo scena, dipinto, bellissimo, ma inanimato. Ciononostante, l’ultimo film di Laurenti mantiene senz’altro una certa attualità, capace di raccontare i progetti di un cinema che non sono certo andati come li si immaginava, e che di certo risuoneranno fortissimi nello spettatore che oggi, circa all’età di Sergio e Mirta, s’approcci a questo mondo e a questa storia.
Info
Sergio e Mirta – Un amore in 8mm sul sito della Festa di Roma.
- Genere: biopic, documentario
- Titolo originale: Sergio e Mirta – Un amore in 8mm
- Paese/Anno: Italia | 2025
- Regia: Fabrizio Laurenti
- Sceneggiatura: Fabrizio Laurenti, Niccolò Vivarelli
- Montaggio: Fabrizio Laurenti, Luca Tommasini
- Produzione: Cineteca di Bologna, Luce Cinecittà, Rai Cultura, Stemal Entertainment, The Apartment
- Durata: 68'


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