Gioia mia

La palermitana Margherita Spampinato esordisce al lungometraggio con Gioia mia, splendido e accorato racconto della relazione affettiva tra una anziana zia e il nipotino che deve passare con lei un’estate nella sua casa in Sicilia. Un’opera solo all’apparenza “semplice” e in realtà misterica, illuminata dalle interpretazioni dell’ottuagenaria Aurora Quattrocchi e del dodicenne Marco Fiore. Dopo le acclamazioni e i premi a Locarno, dov’era inserito in Cineasti del Presente, Gioia mia approda ad Alice nella Città nella sezione Panorama Italia.

Vento d’estate

Un bambino e una donna anziana costretti a passare un’estate insieme. Lo scontro tra modernità e passato, tra velocità e lentezza. Un’estate piena di paure e di scoperte, ma anche di avventure, traguardi e perdite, un’estate dopo la quale niente sarà più come prima. [sinossi]

Hanno circa settant’anni di differenza Aurora Quattrocchi e Marco Fiore, i due splendidi protagonisti di Gioia mia, film con cui esordisce al lungometraggio la quarantaseienne palermitana Margherita Spampinato, che ebbe modo di farsi notare con un paio di corti – Tommasina, del 2008, e Segreti, del 2012 – che ponevano al centro del discorso da un lato la vecchiaia e dall’altro l’infanzia. Questo primo lavoro sulla lunga distanza sembra quindi cercare e trovare il punto d’incontro su due altezze di sguardo solo all’apparenza agli antipodi, e che rappresentano al momento il principale interesse di Spampinato. Marco Fiore interpreta qui Nico un bambino che, inviato in Sicilia dai genitori per passare l’estate da una zia (ovviamente Aurora Quattrocchi) dopo che la sua amatissima tata non ha potuto continuare a stare con lui, si trova a tu per tu con un mondo lontanissimo, fatto di preghiera e giochi a carte, lui che è cresciuto con un cellulare in mano e senza alcun rapporto con il concetto di “religione”. L’idea dei mondi che si scontrano, tra un microcosmo arcaico e la modernità, non è di certo nuova all’interno delle narrazioni cinematografiche contemporanee, eppure durante la visione si ha la netta percezione che Spampinato sia stata in grado di trovare coordinate del tutto personali, distanti anni luce dalla prassi, come se la messa a fuoco di un ambiente “reale” potesse includere al proprio interno riflessi truffautiani, senza però che l’inseguimento dell’istante equivalga alvenir meno di un solido racconto di formazione. Così un’uscita a mare con la zia o giocare per strada a nascondino non sono elementi spuri per trasmettere una veridicità, ma elementi che concorrono a formare la psicologia dei personaggi, ad alimentare una dinamica di formazione che è poi la base portante del discorso.

Se il film sta tutto nel progressivo e inesorabile avvicinamento tra l’anziana Gela e il piccolo Nico, Spampinato è brava nel cercare le sfumature non tanto nei vis à vis – pur scritti in punta di penna – tra i due, ma in quello spazio vuoto che passo dopo passo viene meno. Ecco dunque che la casa acquisisce un ruolo di primaria importanza, quella casa che da principio appare come un antro gotico, nel quale occorre una certa dimestichezza per non scomodare gli “spiriti”, e che poi diventa spazio caldo, accogliente e protettivo. Le case, luoghi in cui ha abitato l’amore anche se ora resta solo la memoria, o forse il mistero recondito di qualcosa che non si vuole neanche più raccontare, che non si ha più il coraggio di affrontare e si è preferito rinchiudere in una grossa valigia, in una scatola, dentro o sopra un armadio. Nel cercare quei punti di contatto tra Gela e Nico Spampinato si affida al mistero, al non visibile ma percepibile, quell’immateriale che è la persistenza dell’affetto nell’aria (e non a caso è necessario stare attenti anche nell’aprire le finestre, fosse mai che quell’affetto voli via); c’è una dolcezza profonda e insondabile che attraversa le curvature del racconto in Gioia mia, e Spampinato sa trattenerla con una maestria rara per un’esordiente. Lo si avverte ovviamente negli irresistibili battibecchi tra zia e nipote, ma anche in quell’amicizia/innamoramento tra il solingo e anche scontroso Nico e una bambina che vive nello stesso palazzo storico (notevole anche l’interpretazione della piccola Martina Ziami), e che lo convince a entrare di soppiatto in un appartamento abitato dai “fantasmi”. È questa una delle sequenze più memorabili del film, sia per la dinamica che s’instaura tra i due sia perché evidenzia come la crescita passi attraverso la scoperta e il conoscimento di ciò che s’ignora, che è celato nell’ombra, che è fattivamente o concettualmente ectoplasmatico.

La linearità del racconto (assai divertente, per di più), che non disdegna l’appoggiarsi ad archetipi narrativi e strutture predette, permette a Spampinato di lavorare sull’immagine, sulla sua stratificazione, sulla rappresentazione come sintesi tra il vero e il credibile, facendo sua di nuovo la lezione di Truffaut che fu però anche di Vittorio De Sica e di chiunque abbia accolto la messa in scena dell’infanzia come momento di confronto con un’epoca – quella appunto dei più piccoli – da tempo “scomparsa”. Se c’è una nostalgia, in Gioia mia, non è per l’amore perduto o per ciò che non si è più, ma per l’immagine perduta, quella di un cinema che non ha bisogno di alcuna adulterazione ma vive e pulsa nel momento stesso in cui si immortala un gesto, un’espressione del viso, un muoversi delle tende. Si respira aria di un cinema d’antan, nell’esordio di Spampinato, che in pochi oggi sembrano avere il coraggio di produrre e maneggiare, immaginario che forse potrà anche tenere a distanza alcuni critici per via della sua (apparente) semplicità. È invece da opere come Gioia mia che la stanca e spesso mediocre produzione italiana dovrebbe trovare la scintilla per rimettersi in gioco, scartando la facile copertina dell’arthouse per tornare a toccare le cose con mano, a materializzare il mistero, a frammentare l’amore e la memoria in un campo controcampo.

Info
Gioia mia, un trailer.

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