Good Boy

Good Boy

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Ben Leonberg esordisce alla regia con Good Boy, horror ad altezza canina che ha per protagonista Indy, lo splendido Nova Scotia Toller del giovane cineasta. Un’occasione per cambiare prospettiva ragionando sull’immaginifico e sulla percezione di un altrove che non è materiale. In apertura ad Alice nella Città 2025.

L’occhio del cane

Ti sei mai chiesto perché il tuo cane fissa gli angoli vuoti, abbaia senza motivo o si rifiuta di entrare nel seminterrato? Good Boy è la storia di un cane che vede tutto ciò che si aggira e fa paura nella notte. Niente animali parlanti, solo spaventi terrificanti. [sinossi]

Sono trascorsi esattamente quarant’anni da quando Stephen King sceneggiò per Lewis Teague Cat’s Eye – in Italia L’occhio del gatto – partendo da due racconti pubblicati nella sua raccolta A volte ritornano per poi però aggiungere ex novo il fondativo Il Generale, segmento del film che è poi rimasto nell’immaginario collettivo per la notturna lotta del micio contro un troll, in difesa della piccola e innocente Amanda (l’allora decenne Drew Barrymore). Nella notte, mentre una normale famiglia borghese dorme, la macchina da presa può spostarsi all’altezza di un felino e scorgere ciò che nell’oscurità gli esseri umani neanche noterebbero: una figura demoniaca. Riparte da qui, anche se l’intenzione è di muoversi in traiettorie visionarie assai distanti dal mainstream hollywoodiano degli anni Ottanta, il giovane cineasta statunitense Ben Leonberg, che esordisce alla regia di un lungometraggio con Good Boy (nessuna parentela, ovviamente, con il coevo e omonimo film del polacco Jan Komasa: entrambi i film, al massimo dell’ironica coincidenza, sono stati selezionati a Roma, quello di Leonberg come titolo di apertura di Alice nella Città e l’anglo-polacco nel concorso della Festa) dopo un’apprezzata gavetta nei lavori sulla breve distanza. Stavolta il protagonista attraverso cui lo spettatore affronta la vicenda sovrannaturale è un cane, un bellissimo Nova Scotia duck tolling retriever – il cosiddetto “Toller” – che vive con Todd, un giovane affetto da una grave malattia ai polmoni che decide proprio per cercare di trovare un minimo di requie di fuggire alla città per rifugiarsi nella dimora rurale del nonno nel bel mezzo dei boschi. Senza che le preoccupazioni di Vera, la sorella del ragazzo, sortiscano il benché minimo effetto (pare che la casa sia maledetta e sia anche la diretta responsabile della morte del suddetto nonno), Todd parte per la campagna insieme al fedelissimo Indy. Neanche l’incontro con un vicino del nonno, che ama cacciare volpi e informa Todd di qualcosa di bizzarro accaduto al momento della morte del vecchio, distoglie Todd dal suo obiettivo, installarsi in quella vecchia casa piena di spifferi per guarire.

La percezione dell’orrore che avanza e prende piede in Good Boy, e che è tutto interamente “super-naturale”, viene inquadrata all’altezza del bel muso di Indy, che è per di più il cane del regista – e questo ovviamente acuisce il senso di sguardo familiare che il film vuole rilasciare nell’aria, a partire dalle riprese del cagnolone da cucciolo che quasi aprono l’opera –; certo, si sa fin da subito che quella casa è infestata, e che presenze oscure vi gravano sopra, ma è solo l’animale, che non avendo la parola tra i suoi sensi sviluppa l’olfatto, l’udito e la vista, a potervi entrare in contatto. E Indy ha come unico scopo quello di poter difendere il suo amatissimo “padrone” dalle insidie celate nell’ombra. Non è in fin dei conti nemmeno un horror quello che porta a termine Leonberg, nel senso che non ha alcuna intenzione di spaventare, ma semmai di cambiare prospettiva all’immaginario fantasmatico; in tal senso più che al già citato L’occhio del gatto o a Poltergeist l’esordio di Leonberg sembra somigliare a Presence di Steven Soderbergh per il modo in cui ragiona sul punto di vista dell’orrore e non sulla scaturigine che prende corpo in scena. Scegliendo Indy come unico vero protagonista il regista statunitense opera anche una scelta di campo registico, ridefinendo l’idea di visione come qualcosa che non necessariamente trova corpo in scena. Per quanto ci si trovi a molta distanza dalla sperimentazione, Good Boy è un ottimo esempio di come si possa pensare di rimettere in discussione la fin troppo placida postura abituale dello spettatore, qui costretto all’altezza di un quattro-zampe. Certo, non manca qualche effetto sonoro-visivo più compiacente, ma nel complesso Leonberg comprende come la narrazione possa rimanere basica (per quanto non manchi qualche sottigliezza espressiva, come ad esempio una videocassetta logorata dal tempo – e dalla memoria del tempo) se si ha la forza di puntare la videocamera verso gli angoli più scuri, immergendosi in quel male che alberga nell’umano e contagia ciò che lo circonda, o forse viceversa. Ecco che Good Boy si rivela film dolorosissimo e plumbeo prima che spaventoso, ma allo stesso tempo in grado di ragionare senza ruggini sul meccanismo atavico, primordiale, della visione e della suggestione. Il tutto illuminato dalla presenza scenica di un cane espressivo, dinamico, dolce e pronto a combattere. Un esordio che vola via rapidissimo ma non senza lasciare tracce di sé, anche nell’oscurità. Da cui forse (non) ci si può salvare davvero mai.

Info
Good Boy sul sito di Alice nella Città.

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