Nino

L’esordio nel lungometraggio di Pauline Loquès, in concorso alla ventesima edizione della Festa del Cinema di Roma, si svolge sotto il segno della misura e della giusta distanza nel trattare la vicenda di un giovane uomo che scopre di avere una grave malattia. Scandito nell’arco di pochi giorni e strutturato a episodi, Nino si avvale dell’apporto di un bravissimo attore protagonista, Théodore Pellerin: i suoi occhi grandi e sperduti attraversano brevi incontri, eventi banali, interazioni che si consumano nel giro di poche frasi. Il tempo interiore di un’interminabile attesa.

L’assenza e l’attesa

Nel giro di pochi giorni, a Nino toccherà affrontare una sfida fuori dall’ordinario. Ma, prima di quel momento, l’équipe medica che lo ha in cura gli richiede di portare a termine due compiti di vitale importanza – due vere e proprie “missioni” che lo spingeranno a muoversi da una parte all’altra della città di Parigi, a mettersi in ascolto del mondo e di se stesso. [sinossi]

Siamo fin troppo abituati a un cinema di uomini che raccontano le donne. È più raro imbattersi nel contrario, poiché le registe donne sono molte meno, di conseguenza, ne approfittano – giustamente – per esplorare il mondo femminile dal loro punto di vista. Con le debite eccezioni del caso: da Beau Travail (1999), di Claire Denis, a Somewhere (2010), di Sofia Coppola, fino a The Power of the Dog (2021), di Jane Campion. Ciò che ha spinto l’esordiente Pauline Loquès a realizzare Nino è stata una vicenda che l’ha colpita nell’intimo, come racconta lei stessa nelle note di regia: un suo parente morto di cancro ancora in giovane età. Nasce così il personaggio del quasi trentenne Nino Clavel, interpretato magnificamente dal quebecchese Théodore Pellerin, il quale scopre per caso di avere un tumore alla gola. Gli viene detto un po’ sbrigativamente e senza molto tatto da una dottoressa, convinta che lui sia già stato informato della diagnosi. Non il migliore dei modi, insomma, ammesso e non concesso che ce ne sia uno. A volte un film deve buona parte della sua riuscita al fatto di indovinare l’attore giusto. Pellerin presta a Nino i suoi occhi grandi e vagamente smarriti, e quell’espressione sul volto che è come una domanda costante e inespressa. Ma questo non gli impedisce di interagire con gli altri. È attraverso i suoi occhi, il suo animo gentile e delicato, che la regista racconta ciò che gli succede nell’arco di quattro giorni (fosse stato solo uno, sarebbe stato un po’ l’equivalente – volendo essere generosi – della Corine Marchand di Cleo dalle 5 alle 7 [Cléo de 5 à 7, 1962], di Agnès Varda). In secondo luogo, un film che esplora in modo così intimo e ravvicinato una grande sofferenza individuale ha solo da guadagnare nel farlo con misura e con la giusta distanza. Pauline Loquès dimostra di avere le idee chiare in fatto di direzione degli attori, di messa in scena, nonché nella scelta di una colonna sonora mai insistente o ricattatoria. Tutto è improntato a restituire la dignità di un giovane uomo che soffre, perennemente indeciso tra il confidarsi con gli altri e il gestire da solo questa “novità” che, senza chiedere il permesso, ha fatto irruzione nella sua vita.

Strutturato a episodi (l’ospedale, la madre – interpretata da Jeanne Balibar –, l’ex fidanzata, la festa a sorpresa, l’ex compagna delle elementari e mamma single), il film scandisce il tempo interiore di Nino, semi-paralizzato in una condizione di attesa, all’interno della quale prova a rigirarsi e, a tentoni, a cercare una via d’uscita. Va detto che non sempre la regista sia sempre in grado di estrarre la medesima densità da queste diverse situazioni, ma è indubbio che riesca sempre e comunque a non sperperare quel senso di compressione che emerge al cospetto di una sentenza non impugnabile, ancorché non definitiva. C’è poi un altro aspetto interessante che va ad arricchire l’interiorità e il modo di reagire di Nino, ed è il senso di vuoto ingenerato dall’assenza del padre, morto in un incidente quando lui era ancora piccolo. Sarebbe banale e pretestuoso ipotizzare che sia quella mancanza incolmabile e lancinante a tradursi, previa meccanismo psicosomatico, in malattia. Ciò che importa è come essa agisca sulla sua psiche e contribuisca a porlo nei confronti dei suoi cari, degli amici, degli estranei. Il tempo di Nino, perciò, è quello di un’assenza all’interno di un’attesa: quattro giorni che paiono interminabili e che si srotolano di fronte a lui come un tappeto di esili, flebili possibilità, in dialoghi scarni, in una frase da dire o da non dire. Così tante domande, così poche risposte. Come spesso accade nei momenti decisivi della vita, tutto sembra banale, fuori contesto, dissonante rispetto al nostro sentire, o semplicemente indifferente. Al limite, ci lasciamo distrarre per un momento da un incontro imprevisto, come nel caso di quell’ometto bizzarro convinto di essere il vedovo di Romy Schneider (un gustoso cameo di Mathieu Amalric). O di fantasticare all’idea di un nuovo amore che potrebbe essere a portata di mano, se solo se… Ed è quasi un sollievo, un piacevole istante d’incoscienza, prima di ritrovarci di nuovo tra le pareti fredde e impersonali di una sala d’attesa.

Info
Nino sul sito della Festa di Roma.

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