Peter Hujar’s Day
di Ira Sachs
A due anni da Passages Ira Sachs presenta il suo ultimo lavoro Peter Hujar’s Day (già visto al Sundance Film Festival) nella sezione Freestyle della Festa del Cinema di Roma 2025 confermando un vincente sodalizio con Ben Winshaw, qui immenso nell’interpretare il fotografo newyorkese Peter Hujar, figura chiave della downtown anni ’60 e ’70, morto di AIDS nel 1987 dopo un carriera anticonvenzionale nel racconto artistico e controcorrente delle tensioni che innalzano la realtà immortalata tra vita e morte, il normato e il non, in un racconto di comunità variamente chiuse alle quali – in quanto omosessuale – lui stesso apparteneva. Intervistato il 18 dicembre 1974 da Linda Rosenkrantz (Rebecca Hall) – pionieristica letterata newyorkese in pratiche oggi definite di reality writing, autofiction, oral history – per un romanzo mai realizzato, le parole di Hujar/Whishaw sanno suggerire un poetico ed elegiaco ritratto della “everyday life” di quegli anni, dei suoi tanti e celebri protagonisti, e del tramonto di un sogno beat/hippy sul punto di svanire, pur rimanendo coi piedi a terra – e due soli i corpi in una stanza – e l’orecchio teso alle infinite qualità visive della fonogenia filmica. L’esito è brillante, forte del fascino di grandi luci catturate in 16mm, di un grande protagonista e del giusto appoggio della sua comprimaria, nonostante, (quasi) inevitabilmente, s’affacci una quota di noia non sempre voluta, funzionale al racconto o creata ad hoc per fini immedesimativi.
Verbatin
New York, 18 settembre 1974. Linda Rosenkrantz vuole scrivere un libro. Questo si baserebbe sulle ventiquattrore della giornata di un artista, con le sue sensazioni e i suoi punti di vista, cosa della sua vita sostanzia l’anima e la materia delle sue opere. È la downtown dei ’70, la comunità degli artisti controcorrente della grande mela è la ricca, nutrita e variegata controparte dell’élite comunemente intesa e, ugualmente, tutti si conoscono di vista o di persona, per una chiacchiera, uno scambio di idee, una bevuta, una fumata o una maldicenza su questo o quell’altro suo componente. E si conoscono tutti. Linda li conosce tutti, e conosce Peter Hujar, talentuoso fotografo appena ingaggiato dal New York Times per ritrarre Allen Ginsberg. Lo va a trovare, sono grandi amici e confidenti, ed è a lui che vuole dedicare una sezione del suo libro, sottoponendolo alla registrazione delle attività che ha svolto nella giornata appena passata. Peter accetta, Linda accende il registratore, i nastri iniziano a girare. Si comincia. [sinossi]
Parola per parola, e dettaglio su dettaglio. È questa la prima cosa a stupire – conoscendo i retroscena di Peter Hujar’s Day e il materiale di partenza del lavoro di Ira Sachs – di ciò che è senza giri di parole il fattore più sconvolgente e ammirevole del film: Ben Whishaw. L’attore di Clifton, Regno Unito, impara a memoria le 55 pagine di trascrizione – parola per parola, dettaglio per dettaglio – dell’intervista che Linda Rosenkrantz fece in quel 18 settembre di cinquantuno anni fa a Peter Hujar, dalla mattina alla sera, nel dettagliato e (più o meno) veritiero racconto della giornata prima, dalla mattina alla sera. E non è (soltanto) lo sforzo mnemonico a sorprendere, ma l’assoluta atmosfera di vita vera, di problemi, di idee e di frustrazioni, la cui sostanza invisibile prende corpo e immagine attraverso le parole di Whishaw, i suoi gesti, le sue micro-smorfie nel mentre che distoglie lo sguardo, si sdraia o accavalla le gambe, addensando il racconto nelle stanze e sui muri quasi che la voce si mixasse col fumo delle sigarette, con la grana del 16mm, e col chiasso dei lavori in strada. Non è solo merito della prova di Whishaw – per quanto qui colto nel famoso “stato di grazia”, nell’interpretazione della vita (fino a ora) –, perché il poetico ed elegiaco senso del tutto, in perenne dialogo col senso di quotidianità precaria, di mani in pasta, di dettagli sfuggiti ma veri e vivi, alimenta il suo feedback di presenza fisica e psichica frutto anche dell’elegante occhio registico di Ira Sachs, attento al dettaglio e al servizio di splendidi interpreti, sublimati nel loro spazio di dialogo dalla fotografia di Alex Ashe. Questo sfrutta l’unicità del 16mm catturando una luce che scandisce puntualmente il tempo che passa, in cui ci si perde come ci si perde dietro alle parole di Hujar e ai timidi ma presenti interventi della Rosenkrantz, che segue l’amico/intervistato in salotto, in cucina, in camera da letto e sul tetto del palazzo, perdita d’occhio sulla città che si fa bella del tramonto e, in attesa, accoglie il buio. Il duo Sachs-Ashe cattura magnificamente anche il tempo oramai passato, ne suggerisce uno che prima o dopo arriverà, e da cui i due si rifugiano di nuovo in casa, sdraiati sul letto ora mano nella mano ora a ridere, abbracciarsi e fumare, mostrando – nella cromaticità apposita, neutra, della camera da letto – una commovente tenerezza, e vicendevoli compassioni e comprensioni su di un futuro che sta per cambiarli. Ma non solo a loro.
Di fatti Peter Hujar’s Day è anche un film fatto di quello che gli anglofoni definiscono “name dropping”, ossia la a volte fastidiosa tendenza di certi di sciorinare infiniti elenchi di nomi noti e celebri, nella speranza di impressionare in fatto di cultura personale e sofisticatezza di gusti. Non è però il caso di questo film, in cui la successione di un «Allen Ginsberg said» a un «Susan Sontag called», e poi «William Burroughs», «Fran LeBowitz» e via dicendo, qui disvelati nei loro caratteri, nei loro vizi e nelle loro peculiarità, positività o asperità caratteriali, rendono ben il quadro del forte, vaso ma fragile orizzonte e senso di comunità di quegli anni, in cui ogni artista conosce, incensa o sbeffeggia l’altro. Eppure, mentre i racconti e le parole di Hujar/Whishaw creano e proiettano nella mente immagini, campi lunghi, medi, primi piani, long take e panoramiche migliore di quelle che possono vedersi in tanti altri film attuali – in cui queste effettivamente esistono a schermo –, intasando il naso di tabacco, le orecchie di auto e ambulanze e martelli pneumatici, sino quasi – per i più suggestionabili, o per quelli più abili nell’arte dell’immedesimazione – a sentirsi finalmente riscaldati quando, sempre per i rumori, Hujar si alza e va a chiudere la finestra lasciata aperta in bagno; sottile ma sensibilmente crescente, comincia a far capolino un po’ di noia: in certi casi quasi piacevole, necessaria, empatica con i personaggi, l’ambiente e le situazioni, ma in altre del tutto causa di piccole ma incidenti “disattenzioni”. Ira Sachs non è Béla Tarr, il suo non è quel ponderato e auto-riflessivo “cinema della noia” in cui essa è sadicamente ma necessariamente imposta come condizione di unica di sovrapposizione tra l’esperienza diegetica e quella spettatoriale – come accade in Satantango o Il cavallo di Torino, solo per fare degli esempi –, o meglio, in Peter Hujar’s Day lo è solo in parte, come nel tedio e la stanchezza palpabile e avvertibile in prima persona quando Hujar racconta le strane e banali ricorrenze delle relazioni più o meno occasionali con i suoi uomini. In altri casi la noia è figlia di un non originalissimo rapporto tra interpreti, camera e stanze, oggetti e gestualità a vuoto, di cui non è colpevole Whishaw ma più che altro la Hall, non per questo deludente o di basso livello, ma poco partecipe della scena in termini di affordances, e mal sostenuta da movimenti della macchina che – una volta abbandonate le meravigliose, intense, quasi eteree e oramai passate inquadrature fisse – spesso pare si avventurino senza meta.
A interdire sono anche le scelte di aperto disvelamento della finzione, del dispositivo che salta in quadri bianchi o si mostra col suo tecnico del suono in campo, forse a ribadire il mito di anni in cui certe pratiche nascevano e s’affermavano nell’avanguardia, quasi ad omaggiarla, per quanto più o meno inutile data la funzione già assolta nei titoli di testa, risolvendosi, il tutto, in un escamotage non tanto privo di senso quanto di una scarsa raffinatezza che va in contrasto col resto. Peter Hujar’s Day è in ogni caso un più che valido film, vagamente problematico ora per voglia di osare e ora per il demerito di non farlo abbastanza, ma nel complesso all’altezza dei suoi supposti obbiettivi iniziali. È un film di cui si consiglia la visione in lingua originale pena il tradimento di un lavoro che nell’interpretazione vocale ha la sua punta di diamante, seppur col rischio – vista la verbosità innegabile – di perdersi in parte l’eccellenza di quella fisica di Whishaw. La versione originale è il modo migliore per esperire al massimo il valore di un opera il cui corpo e il cui suono ti si posano accanto in sala, la cui tangibilità e realtà ora si fanno materia e ora eterea poesia del prima, dell’adesso e del futuro, in costrutto tanto esperienzialmente vivo quanto lontano come la gracchiata qualità dei nastri registrati e di una foto già scattata, e pronto a svanire come il fumo che ancora sale da una sigaretta appena spenta.
Info
Peter Hujar’s Day sul sito della Festa di Roma.
- Genere: drammatico, storico
- Titolo originale: Peter Hujar's Day
- Paese/Anno: USA | 2025
- Regia: Ira Sachs
- Sceneggiatura: Ira Sachs
- Fotografia: Alex Ashe
- Montaggio: Affonso Gonçalves
- Interpreti: Ben Whishaw, Rebecca Hall
- Produzione: Blink Productions, Complementary Colors, Jordan Drake Productions, ONE TWO Films
- Durata: 76'


Roma 2025
Roma 2025 – Presentazione
Passages
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