2000 metri ad Andriivka

2000 metri ad Andriivka

di

Dopo il premio Oscar per 20 Days in Mariupol, Mstyslav Chernov (regista, giornalista, scrittore, fotoreporter con alcuni celebri scatti dell’Euromaidan) torna a narrare una porzione del conflitto russo-ucraino in 2000 Meters to Andriivka (2000 metri ad Andriivka). E lo fa attraverso immagini rare e mai viste, violente fino all’inverosimile, che ridefiniscono il concetto stesso di cinema di guerra. Alla Festa del Cinema di Roma nella sezione Special Screenings.

Il tempo non conta più nulla, conta solo la distanza percorsa

Al centro del documentario c’è un plotone ucraino incaricato di percorrere una foresta disseminata di esplosivi e di liberare Andriivka, un villaggio collocato in una posizione strategica e ormai ridotto in macerie. Il racconto segue la marcia dei soldati, mentre le riprese delle bodycam, dei droni e delle Go-Pro montate sui caschi producono un inedito effetto di prossimità e d’immersività. Sullo sfondo, la desolazione del paesaggio, simile alle lande devastate della Prima guerra mondiale, capace di simboleggiare tutta la crudeltà di una guerra che appare drammaticamente senza soluzione. [sinossi]

Qualche anno fa, nel 2018, un documentario sull’immane strage della guerra civile in Siria, Still Recording di Ghiath Ayoub e Saeed Al Batal, che iniziò il suo percorso dalla Settimana Internazionale della Critica a Venezia per poi arrivare fino a Hollywood e agli Oscar, si chiudeva con un’immagine scioccante: un reporter riprendeva le immagini degli scontri dal di dentro, a un certo punto veniva colpito da un cecchino e lui e la camera finivano a terra, orizzontali, nella polvere. La morte in diretta, leggermente mitigata dal fatto che l’occhio della ripresa era proiettato all’esterno e insieme enormemente amplificata dall’immaginazione dello spettatore. Ecco, in 2000 Meters to Andriivka (2000 metri ad Andriivka) noi vediamo in campo delle persone uccidere, oltre che venire uccise, e fa tutta la differenza del mondo. Tutto il cinema di guerra che abbiamo visto nella nostra vita, tutti i videogiochi sparatutto giocati o visti giocare, persino tutte le sessioni di paintball o soft-air con gli amici sono momenti che necessitano di una rilettura, di una ricontestualizzazione, di un ripensamento, quando la guerra tradizionale, di trincea, quella fatta di battaglie per conquistare un avamposto metro dopo metro torna drammaticamente d’attualità. Si può facilmente obiettare che la stessa non se ne sia mai realmente andata dal pianeta e che focolai di conflitto abbiano attraversato la storia dell’uomo fin dall’inizio del suo percorso sulla Terra, ma una guerra di prossimità nel cuore dell’Europa tra eserciti regolari, diversa dai conflitti per l’indipendenza di questo o quel territorio come la tragica dissoluzione della Jugoslavia, è un ulteriore scatto in più che non ci si può permettere d’ignorare. Mstyslav Chernov, dopo Oscar e Pulitzer vinti per il lavoro precedente 20 Days in Mariupol, torna a utilizzare e montare materiale proveniente dai campi di battaglia del conflitto russo-ucraino, invertendo la posizione del punto di vista: lì in una città stretta d’assedio, qui con un plotone impegnato a percorrere due lunghissimi chilometri di terreno accidentato per (ri) prendere possesso di un pugno di abitazioni nei pressi di Bakhmut, occupata dall’esercito russo e sul confine orientale ucraino della prima linea, il paesino di Andriivka appunto. Il film inizia con una citazione da Hemingway, che in pratica individua nei nomi dei luoghi le uniche parole che rimangono decenti dopo i vari rimaneggiamenti. Basta pensare, per confutarla, a tutta una serie di posti che evocano al solo pronunciarli una grande battaglia lì avvenuta: Waterloo, Iwo Jima, Caporetto, Termopili e l’elenco potrebbe continuare fino a prendersi tutto lo spazio concessoci. Qui Andriivka è stata, e per quei popoli per sempre sarà, mesi di combattimenti sanguinosi per poi, una volta raggiunta, trovare solo il deserto di case diroccate e nessun abitante (e una gattina ribattezzata subito come il villaggio, uno dei pochi momenti di alleggerimento dell’opera).

Presentato con il marchio produttivo dell’informazione professionale e quindi dall’americana PBS (Public Broadcasting Service, l’unico servizio pubblico nel regno dei privati) e dall’Associated Press, con sede a New York ma che annovera tra i suoi iscritti giornalisti provenienti da varie parti del mondo, il film si avvale di materiale finora inedito come le riprese dai caschi dei soldati sul campo e quelle fatte dai droni tattici, in modo da gettarci nelle due ore scarse di proiezione in piena battaglia. Le riprese dall’alto effettuate da un drone, nelle fasi iniziali, ci fa da establishing shot in modo da capire il contesto: l’esercito ucraino, durante la rivelatasi fallimentare controffensiva del 2023, si trova a due chilometri da Andriivka, sede delle ultime avanguardie russe che ancora non hanno effettuato il ritiro verso Bakhmut, poco distante. Una dritta lingua verde, campi minati a destra e a sinistra, che nei mesi vede il verde spazzato via per lasciare il posto ad un paesaggio brullo, a monconi di alberi anneriti, alla cenere che si posa ovunque, a cumuli di spazzatura. Vediamo l’ingresso del plotone, il Terzo Battaglione d’Assalto, nella (ancora) foresta e la successiva suddivisione in capitoli segue la varie fasi di stasi e movimento, prima a mille, poi a quattrocento (già qui la foresta non è più tale), poi a duecento metri e infine al raggiungimento dell’avamposto. Sentiamo dire che in queste operazioni il tempo smette di essere importante, conta solo lo spazio, l’andare avanti un centimetro alla volta al costo di immani perdite di vite umane. Assistiamo sgomenti ad alcune celebri sequenze di war-movie che si dipanano nel mondo reale, ad una sessione di Call of Duty, per il nostro occhio di spettatori occidentali abituati a considerare la guerra un triste lacerto del passato, un qualcosa ricreato nella/dalla finzione, è come essere messi improvvisamente di fronte all’immenso privilegio di cui abbiamo goduto, due generazioni almeno di pace assoluta, forse tre. L’avanzamento buca per buca e la battutine di caserma richiamano alla mente Platoon di Oliver Stone, lo stanamento da una casamatta di alcuni soldati russi rimasti intrappolati rievoca quello sulla sommità delle alture normanne di Salvate il soldato Ryan di Steven Spielberg, il concentrarsi nel pieno del concitamento sull’indifferenza della Natura circostante, su insetti e rettili, non può che far ricordare la stasi contemplativa de La sottile linea rossa di Terrence Malick. Chiaramente, sono cose che ha in mente anche Chernov, e molte le seleziona e le propone proprio per questo. E sulla liceità morale di operazioni come questa ogni interrogativo o dubbio ben motivato è ammissibile e addirittura auspicabile, perché immagini talmente “forti” possono far tutto tranne che lasciare indifferenti e non suscitare dibattito. Ma, in un conflitto nell’epoca della mediatizzazione perenne di cui la propaganda incrociata ci fa paradossalmente arrivare poco o nulla da mesi, forse anni, dove è difficilissimo trovare immagini di repertorio per la mancanza di giornalisti (a un certo punto Chermov racconta che deve togliersi la fascia blu che contrassegna la stampa perché invece di preservare era diventata un target, un bersaglio privilegiato), scossoni come questo, almeno a parere di chi scrive, tolgono i conflitti dai discorsi simili al Risiko, dai voli d’angelo dialettici sulle cose inevitabilmente superficiali, dalle alchimie ed elucubrazioni da finti esperti di geopolitica del mare magnum dei social network, per riportarle dove devono stare e dove giorno per giorno, ora per ora, minuto per minuto stanno da sempre per gli esseri umani che le subiscono, ad altezza terreno, nel fango e nella polvere, tra le macerie di quelle che in un tempo non lontano erano case brulicanti di vite.

Certo, il film è “embedded” da un solo lato del conflitto, quello ucraino; ed è anche per questo, però, che presto tutto trascolora e perde di significato, le posizioni di certezza assoluta a migliaia di chilometri tornano ad avere il senso che hanno (nessuno), e tutto ridiventa una questione atavica e primordiale, di ordini insensati e ragazzi mandati al macello, e se almeno qualche ucraino ha la difesa della patria ad accendere lo spirito, dall’altra parte un mercenario azero non sa rispondere quando gli viene chiesto il perché si trova lì, e non ha il coraggio di ammettere, davanti a fucili spianati, che è per il denaro. Si esce dalla proiezione senza fiato, pensando che forse il cinema di finzione bellica potrebbe anche fermarsi per un po’, che i migliori war-movie riflettono sul passato e servono da monito quando le armi pesanti tacciono, quando gli eserciti rientrano nelle caserme, almeno nella parte di mondo che ci si trova ad abitare. Non vediamo l’ora di vedere film anche dal punto di vista della Federazione Russa, anche di becera propaganda, che ci aiutino comunque a capire davvero come questo conflitto è stato venduto al popolo e come rimarrà nella memoria anche dall’altra parte. La propaganda portava e porta, appunto, cittadini israeliani di Tel Aviv e Haifa a negare il massacro in atto a Gaza, dal febbraio 2022 la Russia si è chiusa e ci è chiusa e sappiamo pochissimo dell’opinione pubblica interna, da questa parte del mondo. Il finale, per noi spettatori italiani, richiama le commemorazioni fasciste, con l’urlo “presente!” dopo il nome di ogni commilitone morto del battaglione che accompagna i titoli di coda.

Info
2000 metri ad Andriivka sul sito della Festa di Roma.

  • 2000-meters-to-andriivka-2025-01.webp

Articoli correlati

Array
  • Festival

    Roma 2025

    Roma 2025 equivale, per la “Festa del Cinema”, a spegnere le venti candeline. L’evento capitolino continua a mostrarsi gargantuesco nei numeri (oltre centosettanta titoli ospitati), ma sembra sempre più perdere il filo del contemporaneo.
  • Festival

    Roma 2025 – Presentazione

    Roma 2025 equivale, per la "Festa del Cinema", a spegnere le venti candeline. L'evento capitolino continua a mostrarsi gargantuesco nei numeri (oltre centosettanta titoli ospitati), ma sembra sempre più perdere il filo del contemporaneo.
  • Cannes 2024

    L'Invasion RecensioneL’Invasion

    di Presentato tra le Séances Spéciales, il film di Loznitsa fotografa lo stato d'assedio umano, politico, militare e culturale vissuto dal popolo ucraino. Wisemaniano nell'applicare un metodo costante e riconoscibile, Loznitsa prosegue nel suo cristallino percorso.
  • In sala

    klondike recensioneKlondike

    di Klondike di Maryna Er Gorbach rappresenta quasi l'ultimo sguardo sull'Ucraina prima dell'invasione russa di un anno fa. Eppure in questo racconto dalla forte impronta visiva, come in altri esempi della produzione nazionale degli ultimi anni, si intravvede sia la riflessione bellica che la messa in crisi di un Paese dilaniato.
  • In sala

    atlantis recensioneAtlantis

    di I paradossi della Storia. Quando venne presentato alla Mostra di Venezia nel 2019 Atlantis di Valentyn Vasyanovych venne letto come un film che utilizzava la distopia per raccontare i timori dell'oggi in Ucraina. Oggi invece appare in tutta la sua tragica attualità.
  • Venezia 2021

    Reflection

    di Valentyn Vasyanovych torna alla Mostra di Venezia dopo aver trionfato nella sezione Orizzonti due anni fa con Atlantis. In Reflection, che partecipa alla competizione principale, il regista ucraino estremizza il suo concetto di rigore.
  • Venezia 2020

    Bad Roads RecensioneBad Roads – Le strade del Donbass

    di Esordio della regista ucraina Natalya Vorozhbit, Bad Roads racconta la guerra del Donbass senza mai mostrarla, quanto piuttosto riflettendola nell'esistenza di alcuni personaggi dolenti e in alcuni luoghi devastati, deserti, post-apocalittici. In concorso alla Settimana Internazionale della Critica.
  • Cannes 2018

    Donbass RecensioneDonbass

    di Film d’apertura di Un Certain Regard, Donbass è la rigorosa quanto grottesca cronaca di un mondo alla rovescia, della fine di qualsiasi illusione, della (ennesima) sconfitta di un paese ex-comunista. Piani sequenza che si dilatano, restituendoci un mosaico completo e avvilente.