Illusione

Dopo la parentesi televisiva con La Storia, miniserie Rai tratta dall’omonima opera letteraria di Elsa Morante, Francesca Archibugi conferma la sua vena da “adattatrice” tornando sul grande schermo con Illusione, stavolta ispirandosi e ricalibrando strutture e focus narrativi del quasi omonimo romanzo Illusioni di Emanuele Trevi, e il cui risultato si mostra nella sezione Grand Public della Festa del Cinema di Roma 2025. L’operazione s’avvale di un cast di tutto rispetto che va dal Michele Riondino recentemente visto a Venezia in La valle dei sorrisi di Paolo Strippoli a Vittoria Puccini, sino al ritorno della coppia Jasmine Trinca-Filippo Timi, già apprezzati insieme nel bel Gli occhi degli altri di Andrea De Sica. Nella rielaborazione del lavoro di Trevi, però, ben più di un qualcosa si perde, se non tutto, per la scelta di ampliare il punto di vista di un racconto qui corale, mai incisivo nella focalizzazione del singolo personaggio e che si perde tra presente e passato, dalla provincia italiana sino a Bruxelles, per una denuncia della terribile piaga di un traffico di prostituzione minorile che arriva sino ai piani alti del Parlamento Europeo, ma nella confusione di una letale indecisione su toni e ritmi dell’incedere.

Solo” una questione di uomini e donne?

Nelle campagne umbre una ragazza di quindici anni, Rosa Lazar, viene ritrovata in un fosso, vestita di tutto punto, ferita e quasi priva di sensi. Viene ricoverata in ospedale, mentre la procuratrice Cristina Camponeschi cerca di ricostruire la catena di eventi che l’ha condotta fin lì. Dalle prime indagini emergono contraddizioni, piste che si aprono e si chiudono, nomi che appaiono per poi sparire senza un volto. A seguire la giovane durante la riabilitazione è lo psicologo Stefano Mangiaboschi, che tenta di darle un linguaggio per ricomporre ciò che resta dei suoi ricordi. Intorno a loro si muove un mondo fatto di amicizie interrotte, famiglie distratte, e un ambiente in cui l’apparenza sembra contare più della sostanza. Una celebre top model, un agente romeno arrestato, un uomo che “l’ha solo aiutata a trovare lavoro”: ogni figura aggiunge un tassello a un quadro che si fa sempre più opaco. Rosa, nel suo strano e iperattivo e loquace modo di “stare in silenzio”, diventa il centro di un intreccio dove il desiderio, il potere e la menzogna si confondono. Quando la verità sembra vicina, la logica degli eventi si spezza ancora una volta, lasciando emergere legami inattesi e un passato che nessuno aveva davvero voluto o osato guardare. [sinossi]

Lo sfondo sociale e geopolitico che sostanzia la vicenda al centro di Illusione di Francesca Archibugi è dei più noti, tristi e violenti, assai familiare alla storia e alle responsabilità italiane, il cui suolo e le cui persone vi sono state tanto coinvolte nella storia reale, quanto qui, nella diegesi, incomprensibilmente,vi vengono estromesse, in un racconto nero che nella tratta di prostitute (o loro malgrado ritrovatesi tali) minorenni slave vede la colpa muoversi dagli alti responsabili (stranieri) del Parlamento di Bruxelles sino alle associazioni a delinquere e “specialisti” nel campo, ora romeni, ora albanesi e ora francesi. La quindicenne della provincia di Bucarest Rosa Lazar (Angelina Andrei) viene ritrovata ferita, percossa e apparentemente senza vita intorno a Perugia, nell’ambito di una chiamata ricevuta da un locale commissario di polizia interpretato da Filippo Timi. Questo s’accorge però che la ragazza non è morta, respira, e d’urgenza la fa ricoverare in ospedale, poi in una casa famiglia gestita da un’anziana suora interpretata da Aurora Quattrocchi, mentre riceve l’adatto supporto psicologico dell’incaricato terapeuta dei servizi sociali Stefano Mangiaboschi (Michele Riondino), inviso al commissario locale per i suoi passati da “strano”, e per una brutta cicatrice procurata da giovane a un altro perugino. L’espansività innocente della bellissima quindicenne Rosa, però, assieme al bisogno di una figura di riferimento dato il vuoto incolmabile lasciato dall’assenza dell’amata madre che è in Romania, non tarderà a sollevare il dubbio sulle intenzioni dello psicoterapeuta, diviso ora tra i conti in sospeso col personaggio di Timi, i sospetti di questo e della suora Quattrocchi, e le pressioni della PM inviata da Roma Cristina Camponeschi (Jasmine Trinca), rude e determinata nel mettere insieme le tessere di un puzzle di abusi e promesse criminali che arriva sino al Parlamento Europeo, e per cui ha bisogno che Stefano districhi i ricordi e le verità di Rosa dal silenzio e dall’infantilismo dietro cui questa s’è chiusa a doppia mandata.

L’intreccio è avvincente e più o meno socialmente e geopoliticamente centrato, ma è problematico porsi la canonica domanda rispetto cosa possa esser andato storto, giacché la risposta, purtroppo, è un drammatico (circa) “tutto”. Salviamo intanto le interpretazioni di Riondino e della Trinca, di buona volontà ma confuso e fragile il primo, e affascinante, tagliente, ruvida e motivatissima l’altra, convincenti pure a fronte della sconcertante semplificazione di tematiche e temi a cui si espongono per le parole messegli in bocca dalle penne della Archibugi (anche sceneggiatrice, oltre che regista), di Laura Paolucci e Francesco Piccolo: one-line (o punch-line, come si dice nel rap) che dovrebbero essere d’impatto ma finiscono per svilire la portata enorme e terribile del circolo d’affari e sfruttamento che sta dietro il fatto – si pensi all’uscita del PM romano secondo cui in ballo ci sarebbe “solo” una questione tra uomo e donna, quando sappiamo che le dinamiche di sfruttamento in questo caso riguardano un ben più nutrito groviglio di subalternità sociali, geografiche e politiche –, momenti di volente o nolente comicità e un generale e raffazzonato tentativo di emersione del dubbio secondo criteri poco chiari e incisivi, conditi da riferimenti specifici a dinamiche terapeutiche e psichiatriche che fanno più da superficiale proforma che non da portatrici di senso. Ad aggravare la sensazione di occasione persa, su cui poco si è investito e creduto davvero, è lo spreco di capacità di un attore come Timi che, per quanto nativo proprio di Perugia, s’esprime in un macchinoso misto tra forte aderenza a quei suoni e un italiano rigoroso, scandito dal riconoscibilissimo timbro della sua bella voce, al punto di risultare assai meno credibile degli altri interpreti. Ma allo stesso modo deludono tutti gli altri, dal ruolo solo accessorio che riveste la Puccini nei panni della moglie di Mangiaboschi, sino agli esternati e mai chiariti dubbi sulla pedofilia di quest’ultimo che emergono dalla Quattrocchi – e, come detto, dal commissario – , tanto mancanti di prove o indizi a scena la cui credibilità viene affidata solo all’eccesso d’impeto, disgusto e giudizio nelle prove degli attori.

Poco da dire sulla giovane Angelina Andrei, la cui rappresentazione di Rosa è forte dell’espressività infantile tipica di una ragazza definita strana dalla madre stessa – cosa che forse la accomuna e la lega sin da subito e con forza al suo psicologo –, tratti che s’amplificano della regressione tipica del trauma ma che, forse per la poca esperienza dell’attrice, si trasformano in un canonico approccio etereo degno della “fata bionda” (o della “vergine moldava”, modo in cui viene chiamata nel losco giro da cui è sopravvissuta) per come la vedono gli altri, inquietante nell’uso che fa di certi vocaboli ben più che spinti, ma lungi dallo straniare o dal far sì che si empatizzi, limitandosi a infastidire finché non ci si fa l’abitudine. Per capire sino a che punto le promesse di un’approfondita e trasversale indagine sui livelli di interesse e sfruttamento dei corpi, e delle regioni economicamente subalterne d’Europa si faccia incerta, è necessario introdurre rapidamente il personaggio della suocera di Mangiabosco, irriverente e individualista editrice senza scrupoli né peli sulla lingua interpretata dalla comica Francesca Reggiani, che tale è anche nel film. Entusiasta della traumatica e psicotica storia della povera Rosa, e ancor di più galvanizzata dalle voci di busi ai danni di questa che circolano attorno al genero, è più che mai decisa nel convincere questo a trasporre il tutto in un best-seller di successo, facendo ridere forte della sua espressività, creando tempi comici degni delle migliori commedie. Peccato che Illusione sia lungi dall’appartenere a tale genere, e lo è anche dal rischioso ma coraggioso tentativo volontario di buttarla sul grottesco facendo interagire registri opposti a dividere le impressioni di fondo narrativo e scena recitata, siccome ciò che si fa con più convinzione guardando il film è proprio ridere, ma – tralasciando le scene con la Reggiani – a volte per puro caso, solo per un’ennesima punch line mal calibrata nel ritmo totale della sequenza. In una letale indecisione tra approcci tonali, guazzabugli tematici e semplificazioni, l’ultimo lavoro della Archibugi trasporta l’indecidibilità anche sul piano narrativo con un poco teso andirivieni tra passato e presente – le indagini a Perugia e la discesa nel baratro di Rosa tra Romania, Francia, Germania, Belgio e poi Italia –, confermato visivamente dalla traballante e diseguale resa della fotografia di Francesco Di Giacomo, di desolati e oscuri grandangoli segnati dalle nuance rese livide dall’abbandono e delle speranze e promesse tradite in Romania, e in giro per l’Europa, quanto invece risultano patinati e di mediocre foggia televisiva i medesima approcci in Italia – se non in qualche sequenza notturna –, nel (quasi) totale spreco delle certe qualità visive di Perugia.

In sostanza, salvo qualche già citato buon punto messo a segno, Archibugi con Illusione pare esser rimasta sin troppo assuefatta al formato televisivo. Allargando le maglie e moltiplicando i punti di vista del racconto, a tal punto che forse sarebbe stato più il formato seriale a rendergli giustizia, le due ore scarse di durata non permettono di approfondire temporalità e contesti che, così esposti, non sanno che di una ricognizione a volo d’uccello, assolutoria per il ruolo che più o meno istituzionali attori italiani hanno storicamente ricoperto nei traffici sessuali dall’Est, e in cui nulla e teso e letale più della stessa tendenza del film a non capire il suo genere, la sua partenza e il suo punto d’arrivo. L’unica illusione è quella spettatoriale, nei confronti di un film da cui si aspetta ben altro rispetto alla superficialità, rispetto cui ci si aspetta di arrabbiarsi, star tesi e piangere, e invece si ride di cuore.

Info
Illusione sul sito della Festa di Roma.

  • illusione-2025-francesca-archibugi-01.webp
  • illusione-2025-francesca-archibugi-02.webp

Articoli correlati

Array
  • Festival

    Roma 2025

    Roma 2025 equivale, per la “Festa del Cinema”, a spegnere le venti candeline. L’evento capitolino continua a mostrarsi gargantuesco nei numeri (oltre centosettanta titoli ospitati), ma sembra sempre più perdere il filo del contemporaneo.
  • Festival

    Roma 2025 – Presentazione

    Roma 2025 equivale, per la "Festa del Cinema", a spegnere le venti candeline. L'evento capitolino continua a mostrarsi gargantuesco nei numeri (oltre centosettanta titoli ospitati), ma sembra sempre più perdere il filo del contemporaneo.
  • In sala

    il colibrì recensioneIl colibrì

    di Francesca Archibugi dirige Il colibrì, trasportando sul grande schermo il romanzo di Sandro Veronesi già vincitore nel 2020 del Premio Strega. Pierfrancesco Favino, con la sua interpretazione, sembra quasi cannibalizzare il film, che arriva nelle sale dopo aver aperto la Festa del Cinema di Roma.
  • In sala

    Gli sdraiati

    di Tratto dall'omonimo romanzo di Michele Serra, Gli sdraiati di Francesca Archibugi è un apologo semiserio sul conflitto padre-figlio, da cui emerge trionfante il vitalismo adolescenziale.
  • Archivio

    Il nome del figlio RecensioneIl nome del figlio

    di Tornata alla regia dopo cinque anni, Francesca Archibugi trae con spunto da una recente e fortunata commedia francese, riadattandone il soggetto, senza grossi affanni, al contesto sociale (e cinematografico) nostrano.