Tron: Ares

Tron: Ares

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A quindici anni da Tron: Legacy e a oltre quaranta dal capostipite, ecco il terzo capitolo della saga fantascientifica creata da Steven Lisberger e ora affidata al tratto un po’ grossolano del norvegese Joachim Rønning. Certo, ci si può lasciar ammaliare dalla grafica impeccabile, dalle geometrie e dalle luci, ma questo Tron: Ares si affida a una narrazione basica per sciorinare massime filosofiche degne delle classi elementari.

L’intelligenza è artificiale

Un programma altamente sofisticato, Ares, viene inviato dal mondo digitale al mondo reale in una pericolosa missione, segnando il primo incontro dell’umanità con esseri dotati di intelligenza artificiale. [sinossi]
Quando hai visto una mostra di elettronica,
le hai viste tutte.
Ed Dillinger, Tron (1982)

Le insegne luminose attirano gli allocchi, cantavano quasi quarant’anni fa i CCCP – Fedeli alla Linea in Tu menti: era il decennio della plastica elevata a filosofia di vita e di potere, della reaganomics che avrebbe spazzato via i residui post-sessantottini (e in effetti non si è andati molto lontani dalla verità, in questo caso). Era anche il decennio dei videogiochi, della tecnologia in eterna espansione – altro che l’universo. E ovviamente era il decennio di Tron, il film disneyano che di disneyano aveva ben poco e che prefigurava il progressivo annullamento dell’io come oggetto fisico, trasmutato in un coacervo di chip e pixel, in una smaterializzazione carnale ma non strutturale. Il film di Steven Lisberger nel 1982 preconizzò quella riflessione che a livello cinematografico divenne una vera e propria abitudine, tanto nel commerciale meno sofisticato quanto nelle alte sfere dell’autorialità (si pensi al capolavoro cronenberghiano eXistenZ, tanto per dirne una), evadendo da Hollywood per infettare a mo’ di virus cibernetico altri mercati, perfino quelli meno avvezzi al trattamento della materia – e qui occorre ripassare a memoria Nirvana, coraggioso tentativo di Gabriele Salvatores. Sono trascorsi quarantatré anni dall’uscita nelle sale di Tron, e l’impressione è che chi fu capofila di un movimento si trova ora a ristagnare nelle retrovie dello stesso, senza granché da dire e finanche da mostrare. Lo testimonia al di là di ogni dubbio un lavoro come Tron: Ares, terzo capitolo cinematografico della saga creata da Lisberger – che qui è presente come da contratto solo in qualità di produttore, essendo la regia affidata al norvegese Joachim Rønning, di cui i meno fortunati ricorderanno tra gli altri Bandidas, Kon-Tiki, Pirati dei Caraibi – La vendetta di Salazar (tutti diretti assieme a Espen Sandberg) e l’esordio “in solitaria” Maleficent – Signora del male – che giunto nel 2025 non può che cercare di confrontarsi con l’intelligenza artificiale, almeno per tentare di stare al passo coi tempi.

L’unica intuizione che però la sceneggiatura di Jesse Wigutow sembra voler perseguire è quella di prendere spunto da un lato dalla “creatura” per eccellenza, quella messa a punto dal dottor Frankenstein nel romanzo di Mary Shelley, e dall’altro tornare a riflettere sulle lacrime nella pioggia di androide memoria in Blade Runner: anche qui infatti c’è un essere non umano che vuole e deve tentare di comprendere la natura degli uomini, e anche in questo caso c’è un limitar del tempo oltre il quale non si spegnerebbe ma si vaporizzerebbe direttamente, ridotto in cenere. Solo una mezz’oretta è infatti concessa ai programmi quando ottengono il diritto all’antropomorfismo, dopo di che la loro struttura si frantuma. Così, giocando con il tempo, Tron: Ares punta tutto sulla vaga speranza che il pubblico s’appassioni a un termine che è già di per sé fittizio, non essendo il film in tempo reale, e che nulla aggiunge a un agone – quello tra colossi della tecnologia – di suo non particolarmente dotato di fascino. Riuscirà l’Ares interpretato da Jared Leto a ottenere ciò di cui ha bisogno in quei ventinove minuti a disposizione? Domanda pleonastica, e retorica, su cui l’impianto ordito da Wigutow finisce ben presto con il traballare, senza trovare soccorso nella regia di Rønning, che si lascia ammaliare dai fasci di luce e vi si perde dentro, trasformando la visione di Tron: Ares in un’immersione di quasi due ore nel light painting e intonando il canto rituale dell’ennesimo fallimento di un franchise che sembra non riuscire in alcun modo a trovare un proprio senso espressivo nel cinema contemporaneo. Dopotutto se per canonizzare la classicità dell’opera ci si limita a ripescare nomi mitologici o biblici (Eve, Ares, Athena) per i personaggi principali, l’impressione è che non ci sia da pretendere molto più di un ritmato viaggio nelle insegne luminose che – si sa – attirano gli allocchi anche quando sono musicate dai Nine Inch Nails.

Info
Il trailer di Tron: Ares.

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