Il labirinto delle passioni

Il labirinto delle passioni

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Il 3 novembre ricorreva il centenario della prima proiezione del primo film diretto da Alfred Hitchcock, uno dei massimi cineasti di tutti i tempi, probabilmente addirittura il più influente di tutti, ancora oggi. Il labirinto delle passioni, appartenente al periodo del cinema muto, è ancora lungi dall’essere un film hitchcockiano in prima regola, ma rivela già stilemi e ossessioni che si riverbereranno poi in tutta l’opera del maestro.

Un delitto non ancora perfetto

Patsy Brand fa la ballerina in un music hall londinese. Un giorno arriva Jill Cheyne in cerca di lavoro, ma viene derubata all’entrata del teatro. Patsy allora decide di ospitarla nella sua stanza e di aiutarla a fare un provino presso con il suo impresario. Rimasto entusiasta della sua performance, questi la assume e la ragazza, in breve tempo, diventa ballerina di prima fila. Nel frattempo, Patsy conosce e sposa Levett, , collega e amico di Hugh, il fidanzato di Jill. In viaggio di nozze, però, Levett si rivela un uomo freddo e superficiale, poco interessato alle sue esigenze. Quando i due uomini partono per le colonie inglesi ai Tropici, Jill tradisce ripetutamente il fidanzato, mentre Patsy, venuta a sapere che suo marito è malato, si precipita ai Tropici dove scopre che ha una storia con una donna indigena. [sinossi]

Alfred Hitchcock iniziò la sua carriera cinematografica come titolista, poi come assistente regista del produttore Michael Balcon, della Gainsborough Pictures, una casa specializzata in melodrammi. Sarà lui a produrre i primi film del futuro maestro del brivido. Dopo un lungometraggio mai completato nel 1922 (Number Thirteen, probabilmente un titolo di lavorazione) e un altro l’anno seguente, del quale è sopravvissuto solo un rullo (Always Tell Your Wife, del 1923), Balcon finalmente propone al ventiseienne Hitchcock di girare il suo primo vero film di esordio. Si trattava dell’adattamento di un romanzo di successo di Oliver Sandys, pseudonimo di Marguerite Florence Barclay, una coproduzione anglo-tedesca, anche se buona parte del cast era americano. Accompagnato dalla moglie Alma Reville, in veste di assistente alla regia e segretaria di edizione, e dal direttore della fotografia, il barone Giovanni Ventimiglia, Hitchcock si recò agli studi Emelka, di Monaco, dove sarebbe stato girato quasi tutto il film, con puntate in esterni al porto di Genova, a Sanremo e nel borgo di Coatesa sul Lario, sul lago di Como. Ma è interessante sapere anche che l’anno precedente l’uscita del film, il 1924, Hitchcock era stato inviato da Balcon in Germania a seguire alcune coproduzioni tra la Gainsborough e la UFA. Qui aveva avuto modo di assistere da vicino alle tecniche e agli stili della grande casa di produzione tedesca, nel momento del passaggio tra Espressionismo e Neue Sachlichkeit (Nuova Oggettività), ammirandone in particolar modo i violenti contrasti luministici.

The Pleasure Garden ebbe la sua prima a Monaco, il 3 novembre 1925; in Italia uscì circa due anni dopo con il titolo Il labirinto delle passioni. È stato restaurato nel 2012 dal BFI – insieme alle altre pellicole mute di Hitchcock – a partire da diverse copie rinvenute negli archivi europei e degli Stati Uniti, il che ha permesso non solo il reintegro di quasi tutto il metraggio fino ad allora mancante (circa 20 minuti di girato), ma anche di migliorare notevolmente l’immagine. Si tratta di un mélo non particolarmente originale, se non per la sua struttura, curiosamente tripartita: una prima parte ambientata a Londra (ma le riprese avvennero a Monaco), nel music hall eponimo; la seconda riguarda il viaggio di nozze della coppia protagonista in Italia; la terza si svolge in una colonia britannica ai tropici, ma fu girata anche quella interamente negli studi agli studi Emelka. La prima inquadratura mostra un gruppo di ballerine che scendono giù da una scala a chiocciola: una spirale, trentatré anni prima di La donna che visse due volte (Vertigo, 1958). Una carrellata sul pubblico che assiste allo spettacolo. Un uomo inforca il suo monocolo e d’improvviso l’immagine delle ballerine danzanti ci appare sfocata; poco dopo afferra un binocolo e il regista ci mostra un primo piano delle gambe delle ragazze. E, ancora: con una parrucca bionda, ecco la protagonista, Patsy Brand (l’americana Virginia Valli, all’epoca già veterana, ma la cui carriera terminerà agli albori del cinema parlato). Soltanto dopo aver ricevuto un complimento untuoso da un ammiratore, che vuole accarezzarle i capelli, si toglie la parrucca e scopriamo che è castana. Intanto, l’impresario, Hamilton (il tedesco Georg H. Schnell), fuma un sigaro davanti a un cartello che riporta «vietato fumare». La visione, il voyeurismo, il qui pro quo, l’umorismo. Tutti questi elementi, che saranno poi centrali nell’opera di Hitchcock, sono dunque già presenti nei primi minuti del suo film d’esordio. Appare invece più convenzionale l’attenzione verso il cagnolino di Patsy, quello che “sceglie” per lei i fidanzati, o quantomeno parrebbe capirne al volo la vera natura; cagnolino a cui è dedicata l’ultima, buffa inquadratura di un happy ending che più melenso non si può. Alcune di queste scene dovrebbero essere lacrimose, ma Hitchcock fa di tutto per renderle ironiche e leggere. Altrove, sa dare tocchi di una raffinatezza unica, per delineare i caratteri dei suoi personaggi, come quando Levett (l’inglese Miles Mander), dopo la prima notte di nozze, dà un morso alla mela e poi la getta via, chiarendo così immediatamente, con un gesto, la poca considerazione che ha di Patsy; più tardi, sulla riva del lago di Como, mentre lei cerca di condividere tanta bellezza, tutto ciò che lui riesce a fare è sbadigliare. Al contrario di Patsy, che invece è sensibile e ingenua.

Lungo l’arco de Il labirinto delle passioni, un melodramma piuttosto triviale – e non è l’unico, fra le sue pellicole mute: era ciò che passava il convento –, Hitchcock ha cercato comunque di dare il meglio di sé, e vi si trovano dei momenti a lui particolarmente congeniali. In particolare, le scene di seduzione e quelle di omicidio: come disse una volta Truffaut in televisione, con l’acume che lo contraddistingueva, «in America, avete rispetto per lui perché gira scene d’amore come fossero scene di omicidio; noi lo rispettiamo perché gira scene di omicidio come fossero d’amore». Verissimo. Ed era vero già nel 1925. In una scena si vede la vanesia e superficiale Jill (l’americana Carmelita Geraghty), seduta su un sofà, che fuma da un bocchino; alle sue spalle, un sedicente principe cerca di sedurla, da dietro le mette le mani intorno al collo, come per strangolarla, e invece le solleva il mento per baciarla. Lei lo lascia fare, guardandolo di sotto in su, tenendolo tranquillamente a distanza con la lunga sigaretta; subito dopo lui ci riprova e stavolta si china sul braccio di lei, cominciando a baciarlo. Con uno scatto improvviso, lei gira la testa e la cenere della sigaretta brucia una tempia del seduttore. C’è erotismo, c’è controllo (da parte della donna), ma c’è anche una possibilità diversa, una possibilità omicida da parte dell’uomo, a inizio sequenza; e soprattutto c’è un’”arma”, ovvero la sigaretta, adoperata come un tizzone, o un coltello. Jill si limita a farne uso per dire all’uomo di stare al suo posto, ma è comunque un atto violento, di ripresa del controllo. O, se si vuole, un riequilibrio di poteri. Infine, ecco il primo omicidio del cinema di Hitchcock, filmato come una scena d’amore. Una ragazza indigena – interpretata dalla femme fatale newyorchese Nita Naldi, qui in versione “esotica” -, s’immerge in mare. Levett, ubriaco fradicio, la insegue. Lei avanza fra le onde, poi si gira, gli tende una mano sorridendo. Lui la raggiunge, le mette una mano sulla testa, come per una carezza, e invece la spinge sott’acqua con violenza, fino ad annegarla. L’esito ultimo dell’omicidio avviene fuori campo, ma gli effetti si leggono distintamente sul viso di Levett. Un omicidio oltretutto inutile, nell’economia della storia, dal momento che Patsy, sua moglie, dopo averlo sorpreso con la ragazza, lo ha già lasciato e lui sa che non potrà riaverla. Un omicidio per disperazione, auto-annichilimento. Ma pur sempre un omicidio. L’uomo è dilaniato dai rimorsi, la pazzia si fa strada in lui, fino alla visione (in sovrimpressione, un tocco gotico in piena ambientazione tropicale!) del fantasma della donna che lo spinge a tentare di uccidere anche sua moglie. Omicidio, delirio, ossessione. Certo, forse arrivano un po’ tardi per risollevare le sorti di un film giunto ormai quasi alla fine, ma serve comunque a ridestare l’attenzione assopita dello spettatore contemporaneo che, col senno di poi, riconosce finalmente il “tocco” del cinema del maestro inglese, influenzato, come si è detto, dal cinema muto tedesco. Il film successivo, stando a quanto raccontò Hitchcock a Truffaut, fu un’esperienza ancora peggiore, ma non ci è dato verificarlo, dal momento che, ad oggi, è considerato perduto. Si intitolava The Mountain Eagle (1926), e vedeva protagonisti Nita Naldi e Bernard Goetzke.

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Il labirinto delle passioni, una copia online.

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