Predator – Badlands

Predator – Badlands

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A tre anni dal prequel Prey e a pochi mesi dal suo Predator – Killer of Killers, Dan Trachtenberg prosegue il lavoro di riscrittura e variazione del brand che esordì quasi quarant’anni fa col Predator di John McTiernan del 1987. Seppur lungi dall’accantonare la fisicità e la violenza che caratterizzano la saga, con Predator – Badlands il quarantaquattrenne di Filadelfia sposta però l’orizzonte sul post-umano, sull’extra-umano, ponendo lo spettatore affezionato nell’inconsueta posizione di empatizzare con un esponente dell’oramai celebre razza di cacciatori interstellari, lungo un racconto di formazione e ricerca del sé che si fa collettivo, ecologico e possibile, ben lontano dal canonico ciclo di atterraggio-caccia-uccisione-raccolta del trofeo. Non scorre un filo di sangue umano, ma in compenso ci si esalta, si ride e si rischia di piangere, con l’esito di un buon lavoro semantico che esclude la Terra pur tenendone ben presente il retaggio simbolico, lasciando però fin troppi dubbi sul futuro di una saga in bilico tra il rimodularsi o il disintegrarsi del tutto, specie nella suggerita promessa di un futuro nuovo versus con lo xenomorfo della saga aliena di Ridley Scott.

Through the badlands of Genna, I killed everything in my path

Dek è un giovane membro fin troppo piccolo e fin troppo debole degli Yautja, civiltà di cacciatori interplanetari che aboliscono la debolezza e fanno il loro ingresso in società scegliendo un pianeta alieno su cui recarsi, cacciare ed uccidere il più pericoloso e temibile guerriero che trovano, riportandone a casa i resti come trofeo e segno di adeguatezza e appartenenza al clan. Costretto dal suo stesso padre ad uno scontro con il fratello più grande e più forte, l’esito di questo costringe Dek a quello che sembra un autoesilio, ma che è in realtà solo l’inizio del suo viaggio di vendetta e affermazione. Il giovane sceglie l’inospitale pianeta Genna, dove qualsiasi cosa può ucciderlo, per attraversarlo e trovare il temuto Kalisk, creatura gigantesca che si dice non possa essere uccisa. Sul lontano pianeta le sorti di Dek si incrociano a quelle di Thia, ricercatrice sintetica della Weyland-Yutani abbandonata lì perché smembrata dalla stessa creatura di cui lo Yautja è in cerca, e determinata ad aiutare il cacciatore per riavere le sue gambe e ritrovare Tessa, la “sorella” gemella sintetica da cui si sente inseparabile. [sinossi]

A riportare sui grandi schermi il termine badlandas ci ha pensato di recente Scott Cooper col suo Springsteen – Liberami dal nulla, incentrato sulla prima depressione maggiore della vita del Boss culminato con la pubblicazione del capolavoro musicale Nebraska, la cui title-track traeva forte ispirazione tanto dalle undici vittime della folie à deux del killer Charles Raymond Starkweather e della sua partner in crime Caril Ann Fugate quanto dal capolavoro di Terrence Malick che si ispirò a tale tragedia: quel La rabbia giovane (Badlands, 1973) che nel film di Scott Bruce Springsteen guarda e riguarda alla televisione. Eppure, volendo concedersi un forte tentativo d’astrazione, è inaspettatamente proprio questo Predator – Badlands a incarnare e inscenare con più aderenza e forza il concetto malickiano e profondamente statunitense di badlands sugli schermi d’oggi – ovviamente consci della distanza abissale che intercorre tra l’opera di Malick e quest’ultimo lavoro del pur bravo Dan Trachtenberg. Se nel capostipite del brand Predator John McTiernan trasportava i suoi soldati nella suggestione di una giungla che sapeva dello sfacelo umano del Vietnam, mutilando simbolicamente la forza di Arnold Schwarzenegger e compagni di fronte alla minaccia Yautja che li privava dell’efficacia delle armi, del linguaggio e delle violenza su cui gli Stati Uniti avevano più che mai impiantato il loro primato fisico e simbolico nel recente passato; in Prey, a distanza di più di trent’anni, Trachtenberg smontava e moltiplicava i significati profondi della caccia in un lontano 1700 in Nord America, tra quella rituale e individuale del predator, quella ugualmente rituale ma spirituale e collettiva della protagonista Comanche – tra la volontà di imporsi come donna cacciatrice e la fedeltà al fratello – e quella usurpatrice dei coloni francesi. Con Predator: Killer of Killers la riflessione s’ampliava – oltre che all’animazione – al significato di violenza e caccia in tempi e luoghi distanti, confermando una matrice familiare fortemente riscontrabile nel rapporto madre-figlio dell’episodio “vichingo”, in quello padre-figlio come classi subalterne (perché ispanici) dell’episodio “statunitense” e, soprattutto, nella lotta tra fratelli imposta dal padre samurai ai suoi due figli, che si concludeva con l’esilio e la conferma della debolezza dell’uno (che diventerà shinobi) in favore della degna forza e spietatezza dell’altro (che non a caso diverrà samurai come il padre) – escamotage drammaturgico che ritroviamo quasi identico nelle bellissime e tragiche sequenze introduttive di Predator – Badlands, a segnare una matrice familiare che alimenta il cinema d’intrattenimento di Trachtenberg di nette influenze spielberghiane nella tensione tra nido e volo verso la libertà individuale.

Ma torniamo a Malick, e a quello che forse è il più coerente e forte atto di problematizzazione e revisione delle parabole del brand da parte del nostro regista, che al concetto del capolavoro del ’73 cambia luoghi, specie e segni, mantenendo il sistema di contemporanei Stati Uniti in absentia, seppur con tutti i rischi e gli inciampi possibili di un tale spostamento. Chiamare Badlands un film ambientato fuori dalla Terra non è un semplice gioco di echi. È un modo per far risuonare, dentro un universo alieno, un concetto che appartiene alla memoria culturale statunitense. Le badlands, nel loro significato originario, sono il punto in cui la frontiera si arresta: terre improduttive, erose, luoghi in cui la promessa della conquista si consuma nel deserto. Portare quel nome in un futuro e in un pianeta remoto (Genna) significa trascinare con sé l’idea che la civiltà abbia già oltrepassato il proprio confine e viva ora nei resti di ciò che era stato un mito. In questo senso, Predator – Badlands si innesta in una linea che parte da Badlands di Terrence Malick e prosegue, per vie traverse, fino a questa nuova declinazione post-umana. Il legame non sta nei fatti, ma nelle funzioni: anche qui due figure marginali — un giovane Predator respinto dal proprio clan e una cyborg danneggiata dagli umani che l’hanno creata — attraversano uno spazio di espulsione. In Malick, Kit e Holly percorrevano le pianure del Midwest come fantasmi di un sogno americano già disfatto, portando la violenza come ultimo gesto d’amore; in Trachtenberg, Dek (Dimitrius Schuster-Koloamatangi) e Thia (Elle Fanning) camminano in un deserto che non ha più coordinate umane, cercando nella reciprocità del bisogno una forma di sopravvivenza. Dove i primi correvano verso la dissoluzione, i secondi cercano una rinascita. Le badlands di Malick erano il luogo in cui la purezza si deformava in colpa, dove l’innocenza veniva corrotta dalla fascinazione per il mito romantico dell’eroe criminale; quelle di Trachtenberg diventano, per contrasto, il teatro di una prova iniziatica che tenta di restituire senso alla violenza, di mutarla in rito e riconoscimento. Lì dove la frontiera statunitense finiva, la frontiera postumana ricomincia: non più il confine tra civiltà e wilderness, ma quello tra vita organica e artificiale, tra cacciatore e preda, tra essere e coscienza.

C’è, in questa traslazione, una malinconia di fondo. Il titolo evoca gli Stati Uniti senza più appartenervi: ne conserva i segni, le strutture narrative – la coppia in viaggio, il paesaggio come prova, l’idea di redenzione attraverso l’erranza – ma li trasporta in un altrove che ha perso ogni radice geografica. Come se il mito nazionale avesse bisogno di un nuovo corpo, e lo trovasse in una creatura aliena e in una macchina abbandonata. In tal modo, Predator – Badlands rovescia l’orizzonte morale del film di Malick: dal racconto della fine di un sogno al racconto della possibilità che un sogno sopravviva al proprio crollo. Nelle badlands terrestri non restava che la morte, in quelle nuove, cosmiche, resta la possibilità di riconoscere l’altro, di intravedere un riscatto che non riguarda più la specie ma la relazione. È in questo slittamento – dalla colpa al rito, dal disincanto alla speranza – che il titolo trova la sua ragione profonda, e che il cinema di Trachtenberg sembra voler misurare quanto del mito americano possa ancora sopravvivere una volta abbandonata la Terra. Fin qui tutto bene, se non fosse che non è di soli concetti e belle (bellissime) suggestioni che vive un film, regola che vale anche per questo ultimo seppur più che buon Predator. Non sono “ten innocents people” a morire lungo la “ride” di Dek e Thia “through the badlands of” Genna, al contrario di come accadde nel Wyoming per storia che ispirò il bellissimo brano di Springsteen che abbiamo appena citato per estratti, ma piuttosto giganteschi mostri ben realizzati in CGI e un’infinità di sintetici (androidi umanoidi) della Weyland-Yutani agli ordini di Tessa, la gemella sintetica ricercatrice di Thia interpretata dalla stessa Fanning. Questi ultimi sono tutti, a loro volta, agli ordini della voce di Mother, il cui tono di voce – oltreché il nome – riportano facilmente al personaggio di Amanda Collin in Raised by Wolves – Una nuova umanità, serie oramai terminata e prodotta da Ridley Scott, a vari livelli risonante degli echi del suo Alien (1979) e che in Predator – Badlands ancor più alimentano la sensazione di un film che potrebbe fungere da rampa di lancio per nuove iterazioni versus tra Yautja e Xenomorphi, specie visti gli ingenti capitali dirottati di recente su progetti come Alien: Romulus di Fede Alvarez e la serie Alien – Pianeta Terra di Noah Hawley, prequel del primissimo film e che, come i precedenti film di Predator, è oggi reperibile su Disney+ recante il marchio Hulu. Tralasciando ipotesi sul rilancio di un universo di faccia a faccia tra alieni che già in passato non diede ottimi esiti, in realtà la presenza della corporazione interstellare dell’universo di Alien, coi suoi sintetici e le loro più o meno clandestinamente sviluppate sensibilità umane, permette a Trachtenberg di inserire nel film brevi scampoli di retorica sul contemporaneo cruccio dell’intelligenza artificiale, in un’ottica positivista che s’allinea sul tono generale del resto del film. Non è infatti solo la visione del predatore galattico a farsi più rassicurante, umanizzata e compatibile – va notato come la prima volta lo vediamo apparire da subito chiaramente in scena, a discapito di come canonicamente avveniva attraverso paesaggi d’un tratto “perturbati” dal suo corpo in movimento sotto il mantello mimetico –, ma lo stesso avviene nei confronti di un superamento della cultura del singolo, della caccia in solitaria, con risvolti di relazione ecologica in senso esteso che, per quanto interessanti e stimolanti, rischiano di mettere a repentaglio il prosieguo del fascino di una serie da sempre fondato sull’invulnerabilità, la spietatezza e lo status di ombra sanguinaria di un cacciatore inarrestabile e muto nel suo assaporare gli ultimi istanti di vita della vittima. Qui lo Yautja è più volte la preda, e lo è di un universo che, proprio perché post-umano, si taglia, si ferisce e si spezza inondando il pro-filmico di liquidi ora blu, ora gialli e ora verdi, nella totale assenza del rosso sangue umano che caratterizza la saga.

Ma Predator – Badlands è così, e non manca un simpatico rappresentante della fauna di Genna a fare da spalla comica, tono di per sé già presente nelle interazioni tra Dek e Thia, per un flusso del racconto che dalla violenza rituale, sacra e tragica della terra natia porta Dek – e noi con lui – faccia a faccia con i sentimenti, la debolezza, la commozione e la condivisione empatica, il tutto abilmente sostenuto dalla mano di Trachtenberg che non permette mai al ritmo di calare, all’occhio di distrarsi e alla brutalità di annullarsi nei buoni sentimenti – pur sfidandoci a riconoscerla come tale perché esercitata su chi non è di questa nostra Terra. Se da un lato il regista statunitense torna alle origini con degli ottimi effetti analogici e prostetici, per quanto lo Yautja sia qui (volutamente) meno inquietante e credibile che in passato, una volta rientrato nel PEG 13 Predator perde il suo ancestrale e originario fascino tribale e sanguinario, sacrificato ora sul decadente altare delle logiche seriali suggerite e possibili, e ora su quello assai più “spirituale” di una risemantizzazione e ricollocazione del mito Yautja in un duello con un presente diverso, non per forza convincente, certo, eppure capace di infondere la curiosità di vedere il finale, la risoluzione di questo dubbio che per ora si divide tra l’ombra del marketing e le luci speranzose di una nuova visione.

Info
Predator – Badlands, un trailer.

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