Nostro cine quotidiano

Film collettivo che coinvolge tutti i giovani filmmaker tra Veneto e Friuli-Venezia Giulia, Nostro cine quotidiano scava in cinque episodi la memoria storica, e cinematografica, di una città liminale come Gorizia, attraversata dal confine. Presentato al Cross-Border Film Festival – Omaggio a una visione 2025

Il cinema delle due Gorizie

Nelle nuvole e nella memoria: Una figura appare dal futuro – mandata da un mondo nel quale non esiste più il Cinema – per recuperare una copia di un film con Nora Gregor. Raccontato in prima persona da un regista giapponese, come se fosse un piccolo diario psico-geografico sulla città di Gorizia.
Niente si sa – Due passeggiate a Gorizia: Gorizia d’estate. Una coppia si prepara a partire per le vacanze. Tra strade vuote e cinema chiusi, tutto sembra già alle spalle. A restare è Paolino, che vaga per la città ripensando al suo amore perduto.
Nessuno ci crederà: Gorizia, 1930. Lo sguardo del cineoperatore dell’OND ci mostra le marce del regime, la festa. Immaginando la voce dei suoi pensieri, ci immergiamo nelle sue insicurezze e nel suo arrendersi ad un silenzioso dissenso. Le immagini restano, e continuano a raccontare un tempo che ad oggi ancora non passa.
Bambi by the River: Due ragazze sognano di vedere al cinema il celebre cartone animato Bambi. Ma quando lo spettacolo risulta esaurito, trasformano la riva del fiume nel loro personale cinema.
Liebestraum: L’attrice Nora Gregor muore all’età di quarantasette anni, nel suo ultimo esilio a Santiago del Cile, tre settimane dopo aver appreso della morte della madre. È il 20 gennaio 1949. Un secondo dopo apre gli occhi – e si ritrova a Gorizia nell’anno 2025. [sinossi]

Ogni città in Italia, di provincia come i grandi capoluoghi, ha una storia di cinema, che comprende sia luoghi dove sono stati girati dei film, che hanno fatto da sfondo a scene di celluloide più o meno celebri, sia ricordi di vecchie sale ormai chiuse. Ricordi di film visti come di situazioni, storie che hanno accompagnato la nostra vita di spettatori in concomitanza di una certa proiezione che, per un motivo o per l’altro, cinefilo o meno, è rimasta impressa nella nostra memoria. Case editrici locali piuttosto che associazioni culturali, circoli cittadini hanno spesso pubblicato volumi sulla storia del cinema in città, così come sono stati realizzati censimenti online delle sale della città con archivi imponenti di foto d’epoca come Cinema a Milano di Giuseppe Rausa. Sempre sul capoluogo lombardo va ricordato il documentario Era la città del cinema di Claudio Casazza. Uno dei libri di cui sopra è Nostro cine quotidiano di Sandro Scandolara che racconta il vissuto cinematografico intrecciato con la Storia di una città estrema come Gorizia, una terra di confine, una città divisa in due, attraversata da una linea che separa la città italiana, Gorizia, da quella slovena, un tempo jugoslava, di Nova Gorica. Non a caso il volume è ora uscito in una nuova edizione bilingue. Siamo peraltro in una terra di cinema come il Friuli-Venezia Giulia, sia per i tanti festival del territorio, sia perché ha saputo coltivare una nuova generazione di filmmaker locali, come anche nel confinante Veneto, che stanno mietendo successi nei festival internazionali con opere ben radicate nel territorio. Una situazione feconda per cui l’associazione Kinoatelje, che da anni lavora in campo multimediale nelle due Gorizie, ha proposto ai cineasti locali (di Friuli-Venezia Giulia, Veneto e Slovenia) di lavorare a un film collettivo a episodi, traducendo in immagini il libro di Scandolara. Ne è nato Nostro cine quotidiano / Naš vsakdanji kino, diviso in cinque segmenti firmati da Francesco Sossai, Laura Samani, Jan Devetak, Ester Ivakič, Otto Lazić-Reuschel, mentre il coordinamento del progetto è stato curato da Alessandro Comodin per la parte artistica e da Mateja Zorn per quella organizzativa. Stiamo parlando di autori sulla cresta dell’onda. Sossai è in sala con Le città di pianura che sta riscuotendo un grande successo; Samani ha trionfalmente presentato a Venezia Un anno di scuola. E Comodin è reduce dal Premio Speciale della Giuria a Locarno 75 per Gigi la legge. Giocando anche sulla riconoscibilità degli autori, in ogni segmento si scopre chi è (stato) il regista solo sui titoli di coda.

In Nelle nuvole e nella memoria di Francesco Sossai un uomo arriva a Gorizia dal futuro, da un mondo dove non esiste più il cinema. Si aggira per le strade, esplora il territorio. Osserva vecchie sale ormai chiuse, i negozi dalle saracinesche abbassate definitivamente. Il suo scopo è quello di salvare il fotogramma di un film del passato, un capolavoro della settima arte che nel futuro da cui proviene non esiste più, si è perso, è andato in fumo come è successo per tante pellicole. Questo è raccontato in un flusso di coscienza da un regista giapponese in voce off, con un effetto di straniamento totale. Il fotogramma prezioso viene da Desiderio del cuore (Michael o Mikaël) film muto del 1924 di Carl Theodor Dreyer. Una sequenza che ritrae in primo piano la maliarda principessa russa Lucia Zamikoff, interpretata dalla divina Nora Gregor, nata a Gorizia nel 1901, che ha calcato i palcoscenici di due mondi, tra Vienna, Berlino e California, lavorando anche nel cinema con Dreyer, Feyder e Renoir per cui interpretò la parte di Christine in La regola del gioco. Un volto intenso, struggente, iconico come tante dive del muto. In una città che porta le cicatrici della Storia, il cinema viene scoperto come un tesoro, come una forma d’arte fragile e da difendere e salvare, come un dipinto da esporre al Louvre.

Riconoscibile da subito, senza aspettare i titoli di coda, il contributo di Laura Samani che inizia subito Niente si sa – Due passeggiate a Gorizia con quella polifonia linguistica che persegue nel suo cinema. Arriviamo in un appartamento della città, in piena estate, dopo una serie di scorci che, dalle colline attorno, giungono al centro storico con le sue vie e i suoi palazzi e monumenti riconoscibili come il castello. In casa una coppia di non più giovanissimi, lui cerca gli occhiali parlando in dialetto, lei gli risponde in italiano e proseguono mescolando i due idiomi. Si aggiunge anche una terza componente vocale, quella di un pappagallo che ripete il suo nome di – non molto fantasioso – Loreto. Guardano il programma dei film in sala in città, dove peraltro è in programmazione The Elephant Man, e ricordano le esperienze cinematografiche della loro vita. L’amore e il cinema si mescolano e confondono. Forse la moglie scambia i ricordi con il marito con quelli con un precedente fidanzato. Parlano di Bergman, Truffaut, Bresson, Rohmer. La regista ci porta in giro per la città, prima con la coppia e poi con il loro amico come ciceroni, a vedere dov’erano le sale di una volta in una città che, come molte nell’Italia di provincia e no, ha visto una morìa di cinema storici. Una volta la vita era quella: un film in sala, i popcorn e si passava la domenica così. C’era anche un po’ di pornografia nella sala a luci rosse che attirava i militari. La città e la campagna si mescolano, l’uomo gira in bicicletta e ricorda di un amore giovanile finito per l’opposizione della famiglia di lei. Si fa sera a Gorizia, negli stessi luoghi ripresi di giorno. Laura Samani, in pochi tratti, racconta una storia intrisa di malinconia, ricordi e rimpianti che accompagnano le memorie di cinema. Il momento dell’estate, delle vacanze, delle partenze e dei ritorni in città, torna nel cinema della regista triestina dopo L’estate è finita – Appunti su Furio.

Ancora con le colline, la natura, inizia il segmento Nessuno ci crederà di Otto Lazić-Reuschel, ma il verde vira al bianco e nero par lasciare spazio a filmati d’epoca. Tutto in found footage, a parte qualche immagine verdeggiante, l’episodio ragiona sulla Gorizia durante il fascismo, quando la città era considerata la sentinella del paese, non lontana dal confine con il Regno di Jugoslavia. Il materiale proviene da un fondo di filmati d’epoca, dell’O.N.D. (Organizzazione Nazionale del Dopolavoro) conservati da Kinoatelje, originariamente raccolti da Cristaldo Simonelli, collezionista slavo – si chiamava Simončič – che aveva italianizzato il suo nome come imposizione del fascismo. Lazić-Reuschel commenta, con una narrazione finzionale, le camicie nere sorridenti e in festa nelle adunanze, i bambini plagiati nei raduni balilla, con lo sguardo felice, l’esaltazione dello sport e della forma fisica virile instillata dal regime. Emerge anche quella frustrazione di vita, un po’ come quella di Attila di Novecento, per cui persone deboli e disagiate si riscattavano aderendo al fascismo. Il lavoro è prevalentemente di montaggio, un montaggio sapiente. Si capisce la natura di ciò che stiamo vedendo quando un gruppo di camerati si avvicina alla m.d.p. guardando in camera e sorridendo. Quindi iniziano i saluti romani e, solo allora, si comprende ciò che il film ci sta mostrando. Un close-up ritagliato dal registra mostra il volto di un ragazzo visibilmente a disagio mentre tiene una bandiera. Esistevano anche dei fascisti infelici?

Nel centrale Kinemax di Gorizia inizia Bambi by the River di Ester Ivakič. Due ragazze che parlano sloveno – ma la loro esclamazione è una tradizionale bestemmia italiana – non riescono a entrare in sala e decidono così di trascorrere una giornata in mezzo alla natura, nel greto sassoso dell’Isonzo. L’acqua limpida, i boschi attorno: è l’idillio estivo della wilderness che circonda la città, che ci riporta a L’estate di Giacomo di Comodin. La potenza dell’immagine di quel paesaggio confligge finendo per combaciare con il potere mesmerico dell’immagine del cinema, di Bambi, il classico film d’animazione Disney che tutti abbiamo visto. Una ragazzina che saltella sulla piazza sopra il mosaico che indica il confine, balzando di qui e di là tra Gorizia e Nova Gorica, è un’immagine cruciale della fine delle barriere che apre l’ultimo segmento, Liebestraum di Jan Devetak. La guarda sorridendo una signora appena scesa dal treno, uscendo dalla stazione. Si tratta della grande diva del teatro e del cinema Nora Gregor, nata nella Gorizia austro-ungarica nel 1901 e morta nel 1949 in Cile, proprio poco dopo che la sua città natale venne divisa da quel muro ora smantellato nella piazza in cui giocano i bambini. Jan Devetak la immagina tornare ora, vagare nella sua città come un fantasma, mentre la consistenza stessa delle immagini urbane in cui passeggia, oscilla tra cinema, pellicola, diapositive, illustrazione animata, cartoline d’epoca. Un’instabilità figurativa che corrisponde alle oscillazioni che ha attraversato la città nel secolo scorso.

Info
Nostro cine quotidiano, un trailer.

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