Il primo figlio

Il primo figlio

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Mara Fondacaro esordisce alla regia con Il primo figlio, mettendo in mostra non poche qualità nel gestire la materia orrorifica e nel mettere in scena il concetto di maternità da una prospettiva fantasmatica. Interessanti le atmosfere, ottima l’interpretazione di Benedetta Cimatti.

Carne della mia carne

Ada e il compagno Rino si trasferiscono in una villa immersa nella natura. Incinta del loro secondo figlio, Ada, man mano che si avvicina il parto, comincia a rivivere il dolore per la perdita prematura del primogenito. Nonostante finga di stare bene, in realtà non ha ancora elaborato il lutto e inizia a credere che suo figlio sia ritornato dall’aldilà per impedire la nascita del fratello. Sta succedendo davvero o Ada sta perdendo la ragione? Ada dovrà scegliere se soccombere alla morte, seguendo Andrea, oppure vivere e ricominciare da capo con Rino e l’altro figlio. [sinossi]

È davvero un peccato che non si stia prestando la dovuta attenzione alla nuova leva di registe italiane che nell’approcciarsi alla macchina da presa declinano lo sguardo in direzione del “genere”, muovendosi senza alcun impaccio, e con prospettive tutt’altro che banali, in territori che in un tempo non lontano sarebbero stati da taluni considerati “inadatti” a mani femminili. Dopo Lyda Patitucci, che si è divincolata tra le strette maglie del noir e del poliziesco dapprima con Come pecore in mezzo ai lupi e quindi con l’alimentare ma non disprezzabile Io sono Rosa Ricci – spin-off della serie televisiva Mare fuori –, e Ambra Principato, che ha preferito atmosfere orrorifiche sia nella licantropica rilettura della gioventù leopardiana in Hai mai avuto paura? che nell’ectoplasmatico Invisibili, ecco ora giungere alla ribalta la trentunenne Mara Fondacaro, a sua volta attratta nel suo esordio Il primo figlio dalla cornice narrativa dell’horror. Gli elementi che Fondacaro utilizza per allestire la sua messa in scena sono a loro modo fortemente archetipici del genere: c’è il trauma primigenio, in questo caso riconducibile al “primo figlio” del titolo, morto annegato; l’isolamento fisico, con Rino e Ada, incinta del suo secondo bambino, che scelgono di andare a vivere in una casa nel bel mezzo del nulla per evitare eccessivo stress alla partoriente; il disagio mentale, con le apparizioni del bimbo perduto che si muovono in quel limbo in cui è arduo riuscire a distinguere tra deliquio onirico e verità fattuale. Partendo da un sostrato così permeante Fondacaro non ha bisogno di lavorare per sovraccarichi, preferendo ridurre al minimo i dettagli dello sviluppo narrativo, e agendo invece direttamente sul subconscio o, se si preferisce, sul sovrannaturale. Già, perché il primogenito che non ce l’ha fatta in scena il pubblico lo vede, non si tratta di una figura percepibile solo ed esclusivamente nell’oscurità: certo, lo vede perché la regista spinge a guardare con gli occhi di Ada, ma questa materialità è un fattore di non secondaria importanza.

Sull’intero costrutto de Il primo figlio grava il peso della colpa, perché Ada si sente così responsabile della morte di quella che è stata carne della propria carne (l’annegamento del piccolo nel laghetto rimanda a un altro trauma insondabile rappresentato all’interno della storia del cinema horror, vale a dire l’elemento scatenante alla base di Don’t Look Now | A Venezia… un dicembre rosso shocking di Nicolas Roeg) da non riuscire ad accogliere con gioia l’idea di partorire una seconda volta. Anzi, forse sarebbe decisamente meglio non partorire proprio, non permettere alla propria interiorità di farsi esteriore, di mostrarsi agli occhi del mondo. Ecco dunque che l’escamotage della tragedia occorsa anni prima a Rino e Ada si tramuta nella metafora della gestazione stessa in quanto tale, dell’idea di poter generare altro da sé, un essere estraneo, eppure emerso dal proprio corpo. In tal senso Il primo figlio oltre al suo côté goticheggiante, con tanto di amica medium in grado di aprire un varco tra “questo mondo e l’altro”, per citare David Lynch, flirta a suo modo, da una prospettiva dichiaratamente algida e rarefatta, con il body horror (in tal senso aprendo a una possibile riflessione sulla rappresentazione del corpo della donna in fase gestionale, che partendo da Rosemary’s Baby – e c’è ben più di un ammiccamento verso il capolavoro polańskiano da parte di Fondacaro – arriva forse in modo anche paradossale dalle parti di un altro importante esordio “al femminile” della produzione italiana recente, vale a dire Piccolo corpo di Laura Samani), inteso come riflessione sul corpo, sul suo disfacimento anche nel momento della generazione di un altro essere umano. Lo studio per niente abbozzato della psicologia pur disturbata della protagonista, interpretata da un’eccellente Benedetta Cimatti – attrice faentina che i più ricorderanno per aver incarnato Rachele Guidi in Mussolini nella serie M – Il figlio del secolo, tratta dal volume di Antonio Scurati –, è la chiave di volta che permette a Fondacaro di aggirare le semplificazioni del genere per tentare una via impervia ma affascinante, quella di un orrore visto e forse persino desiderato dalla “mamma”. In questa accezione la dialettica interna alla coppia che si viene a creare tra Cimatti e Simone Liberati non rispetta in nessun modo i canoni del genere, quasi ribaltando la visuale di prammatica.

Da par suo Fondacaro mostra una notevole sensibilità nell’articolare la sua messa in scena sfruttando il vuoto dell’inquadratura più del pieno, lavorando in modo certosino sul valore del fuori campo – in tal senso l’ultima sequenza è a dir poco mirabile – e cercando di limitare le pedanterie retoriche che di quando in quando fanno capolino a pochi momenti e quasi sempre alla logica del dialogo. Si affida molto al volto e allo sguardo della sua protagonista, proprio nell’idea di creare un controcampo che allo spettatore resti proibito, impossibile da materializzare, e allo stesso modo sfrutta i luoghi inusuali per il cinema italiano del Molise (si riconoscono gli spazi aperti dell’alto isernino, così come l’area archeologica di Altilia-Saepinum, tra le meraviglie del passato di una regione ancora vergognosamente schivata dalla produzione nazionale) per svicolare di nuovo dalla procedura, dalle ovvietà degli spazi abitudinari. Con questo riuscendo a creare un sistema di immagini coerentemente perturbante, e che non ha timore nel mettere in scena la paura di una donna che non sa come affrontare ciò che per la vulgata popolare è naturale, ma che lei con pieno diritto non percepisce come tale. E che con lo sguardo perduto nel nero della boscaglia cerca di scacciare e accogliere allo stesso tempo.

Info
Il trailer de Il primo figlio.

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