Laguna
di Sharunas Bartas
L’elaborazione del lutto per la figlia, per il noto regista lituano Sharunas Bartas, passa per un viaggio insieme all’altra figlia, nella foresta di mangrovie messicana a contatto con la popolazione indigena, nella consapevolezza dei cicli chiusi naturali della vita e della morte, e della serena rassegnazione della cultura indigena. Un tuffo catartico fuori dalla civiltà che è anche un tuffo nel suo cinema, nelle sue tipiche atmosfere e tematiche. Tutto è documentato in Laguna, presentato nella Doc@PÖFF Baltic Competition del Tallinn Black Nights Film Festival 2025.
Lontano da Dio, vicino alle tartarughe
Sulla costa pacifica del Messico, nella terra che Ina Marija scelse come dimora prima di morire prematuramente, sua sorella Una e suo padre Sharunas intraprendono un viaggio per ripercorrerne i passi. [sinossi]
L’elaborazione di un lutto doloroso, come quello per la morte prematura di una giovane figlia, attraverso la natura incontaminata e il cinema. Questo è Laguna, ultima opera del cineasta lituano Sharunas Bartas – che è stato una delle scoperte importanti di Fuori Orario –, presentata nella Doc@PÖFF Baltic Competition del 29° PÖFF dopo l’anteprima come evento speciale alle Giornate degli Autori 2025. Le atmosfere contemplative che hanno reso noto il regista, i territori remoti, le popolazioni ai confini della civiltà, fanno ora parte di un percorso di rielaborazione emotiva della perdita della figlia, attraverso il cinema, il suo cinema, come catarsi, quando non come autocitazione. La figlia di Bartas, Ina Marija Bartaitė, attrice anche in alcuni suoi film come Children Lose Nothing, è morta in un incidente stradale il 7 aprile 2021 all’età di 24 anni. Proprio nel succitato film del padre, in cui recitava insieme allo stesso genitore, veniva ricordata, con un inserto, la madre, l’attrice russa Yekaterina Golubeva, scomparsa nel 2011. C’è un continuo strabordare reciproco tra documentario e fiction, tra vita e cinema nelle opere del regista, in cui è peraltro spesso interprete. Lo stesso Laguna appare un documentario sincero quanto finto, costruito o ricostruito, ma sempre frutto di un sentimento reale.
Ina Marija Bartaitė amava la natura. Era stata chiamata in Messico per un film ed era rimasta molto affascinata dal paese centramericano tanto da tornarci a fare un giro con il padre. Bartas mostra la figlia su una spiaggia in immagini di repertorio in bianco e nero. Sembrerebbe delineare una separazione tra ricordo e realtà, in bianco e nero per il primo e colore per la seconda, nella natura incontaminata. Ma subito quella divisione si rivela aleatoria: lo stesso regista si mostra in scala di grigi, e la prua di una barca sull’acqua, in un bianco e nero contrastato, viene pervasa dal bianco abbagliante di una luce, una sospensione che dà luogo all’inizio della narrazione. Come le tartarughe marine tornano sempre nella stessa spiaggia a deporre le uova, perpetuando il ciclo della vita, così il regista decide di tornare sui suoi passi, e su quelli di Ina Marija, tornando in Messico, sulla costa pacifica in una zona litoranea con la vegetazione di mangrovie. Stavolta è accompagnato, in questo viaggio di sollievo spirituale, dalla figlia minore, Una Maija, con la quale percorrere insieme l’elaborazione del lutto che per la bambina, vista la giovane età, diventa un percorso di esperienza e consapevolezza della vita e della morte, del ricordo dei cari scomparsi.
Ancora una volta nel suo cinema, Bartas trova risposta in un ambiente di wilderness, lontano dalla civiltà, nel contatto con gli indigeni. La natura esprime un messaggio di ciclicità e rigenerazione, nella presenza di animali, soprattutto tartarughe terrestri e marine, e piante. La vegetazione a mangrovie offre un paesaggio di confine, ibrido tra mare e terra, come un limbo tra vita e morte, con quelle piante dalle radici aeree indispensabili per garantire la stabilità idrogeologica della costa, proteggendola da erosioni e mareggiate e da eventi climatici estremi. La popolazione autoctona emana una saggezza antica, un’accettazione serena della morte, e una lezione nel pauperismo, nell’esistenza di sostentamento con le risorse fornite dalla natura direttamente, caccia, pesca, raccolti. L’incontro e il dialogo spontanei tra la piccola Una Maija e bambino indigeno sono momenti di grande delicatezza e richiamano quel contatto tra la giovane protagonista di Lontano da Dio e dagli uomini e il pastore nomade di etnia tofalara dei monti Saiani in Siberia, senza però innescare la situazione di violenza di quel film. Si tratta del contatto tra rappresentanti del mondo cosiddetto civilizzato ed esponenti di comunità marginali indigene, tagliate fuori dalla società moderna e portatrici di culture ancestrali. Il percorso tortuoso di affetto e conforto reciproci tra padre e figlia, nell’accettazione della scomparsa della figlia/sorella passa per un’autocitazione del regista, per un’immersione nel suo cinema, in cui trova quella consolazione e quella pacificazione cercate, o in ciò che con il suo cinema ha sempre perseguito.
Info
Laguna sul sito delle Giornate degli Autori.
- Genere: documentario
- Titolo originale: Lagūna
- Paese/Anno: Francia, Lituania | 2025
- Regia: Sharunas Bartas
- Sceneggiatura: Geoffroy Grison, Sharunas Bartas
- Fotografia: Alina Lu, Lukas Karalius
- Montaggio: Alina Lu, Lucie Jego
- Colonna sonora: Gabriele Dikciute
- Produzione: Arte France Cinéma, KinoElektron, So-Cle, Studija Kinema
- Durata: 102'





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