Una di famiglia – The Housemaid

Una di famiglia – The Housemaid

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Secondo lungometraggio di Paul Feig in questo 2025 e dodicesimo in ventidue anni dietro la macchina da presa, Una di famiglia – The Housemaid esce a brevissima distanza da Un altro piccolo favore (Another Simple Favour), sequel di quel Un piccolo favore (A Simple Favour) che nel 2018 impiantava la sua natura thriller su meccaniche di differenze, continui ribaltoni e disvelamenti tra le due star femminili Anna Kendrick e Blake Lively. La formula viene similmente riproposta in questo Una di famiglia, tratto dall’omonimo best-seller di Freida McFaden: ci si appoggia stavolta al fascino controverso di Amanda Seyfried e a quello sperduto ma provocante di Sidney Sweeney, per un’altra storia di intrighi e non detti che ripropone ancora la questione della violenza di genere nelle sue peggiori derive di eros, controllo e abuso. L’esito risulta a tratti avvincente ma per lo più sin troppo canonico e “telefonato”, discostandosi senza troppa convinzione dalle tematiche e dalle sintassi tipiche della mediocrità filmica/letteraria young-adult, adolescenziale anche nella soundtrack, e appiattendo buoni sforzi recitativi su situazioni dialogiche poco credibili, su caratteri che rivelandosi vorrebbero stravolgere il tutto, pur senza mai riuscirci davvero o fino in fondo.

Vite, necessità, privilegi e conseguenze

La bella e giovane Millie ottiene un impiego come domestica nella casa dei Winchester, una famiglia che vive dietro l’apparenza di una routine ordinata e di una ricchezza evidente ma misurata. L’ingresso nella loro quotidianità avviene sotto il segno dell’amichevole entusiasmo della signora Nina, che presto però la conduce dentro una scansione precisa di compiti, orari e richieste, ma esponendola soprattutto ai suoi frequenti e inquietanti sbalzi d’umore, alla cordialità controllata del marito e proprietario di casa Andrew, agli spazi della casa che rivelano più di quanto lascino intuire a un primo sguardo. Nella stanza assegnatale, insonorizzata rispetto al resto dell’abitazione, Millie comincia a ricostruire un equilibrio per la sua vita allo sbando, destinato suo malgrado a incrinarsi man mano che i comportamenti dei padroni di casa si fanno contraddittori, mentre un’attrazione appena accennata, e le informazioni che emergono con lentezza, le delineano un quadro sempre meno stabile. La vicinanza forzata, le omissioni e i piccoli segnali che si accumulano trasformano la permanenza nella villa in una progressione continua verso la scoperta di rapporti interni segnati da tensioni che nessuno ammette, lasciando a Millie il compito di orientarsi in una situazione in cui i ruoli sembrano mutare senza preavviso. [sinossi]

Negli anni di Twilight (2005, Stephanie Meyer), di Hunger Games (2008, Suzanne Collins) e Cinquanta sfumature di grigio (2011, E. L. James) si affermava il fenomeno letterario dello young-adult, ossia di un genere “di passaggio”, mare magnum di storie che più o meno gradualmente accompagnavano il teenager verso lo sviluppo e l’esperienza (da lettore) di quelle pulsioni che maggiormente ne avrebbero guidato l’approdo alla fase successiva della crescita, pur senza scollarsi da sintattiche e topoi narrativi tipici dell’editoria di riferimento per certe età. A brevissimo giro l’industria cinematografica ne colse l’enorme potenziale, portando in sala in tempi record gli adattamenti di ognuna delle celebri saghe sopracitate, raccogliendo tanto in termini di incassi ma ben poco dal punto di vista qualitativo, artistico-espressivo, con film in grado di lanciare o consolidare il nome di giovani interpreti oggi apprezzati quali Kristen Stewart, Robert Pattinson e Jennifer Lawrence – visti di recente a duettare abilmente nei panni della disfunzionale coppia del Die My Love di Lynne Ramsay – ma, al vaglio della rinnovata sensibilità di oggi, spesso fin troppo blandi o troppo poco avveduti nel pericoloso atto di estrema romanticizzazione di quelle dinamiche di dipendenza, sessualità spinta o abusante, consenso ambiguo e situazioni di pericolo obbligate o auto procurate per necessità di attenzione che, oggi (a torto o a ragione), si fanno rientrare nel vasto e inquietante spettro della violenza in nome di socialmente aprioristici e problematici rapporti di potere e, sempre più nello specifico, in nome della differenza di genere. Ed è proprio in questo scarto, in questa idealmente sana voglia di revisione che si pone Una di famiglia – The Housemaid di Paul Feig.

Senza definire il lavoro di Freida McFaden (dal cui romanzo prende forma il film) sotto l’etichetta young-adult, è ben più facile farlo nei confronti dell’ultimo film del sessantatreenne regista del Michigan, che si affida non a caso alla Sidney Sweeney dell’Euphoria di Sam Levinson nei panni della protagonista Millie, e ad Amanda Seyfried nel ruolo della “donna di casa” Nina Winchester, quale attrice d’esperienza che quest’anno ha convinto nel ruolo di protagonista nel The Testament of Ann Lee di Mona Fastvold – e per cui è in odore di nomination agli Oscar, accertata quella ai Golden Globes –, ma rimanendo iconica tra le protagoniste dell’oramai cult Mean Girls (2004, Mark Waters), altro teen-drama che è pietra angolare di quel cinema che formò tanta parte del giovane pubblico (per la maggiore femminile, ma di certo non solo) che si sarebbe poi rivolto ai vari Twilight e via dicendo. Con un’eco del genere di cultura teen e pop, Una di famiglia rinforza la suggestione di certi anni introducendo il personaggio di Millie nel suo viaggio in macchina alla volta delle lussuosa ma elegante tenuta Winchester, ma sulle note di una soundtrack che, da Lana del Rey a Taylor Swift sino a Sabrina Carpenter, ripercorre con una certa coerenza la genealogia di una “Tublr Era” che si snoda sino ad oggi e – anche col suggerito alone delle sospese e dissonanti riflessioni esistenziali tragiche e sospirate dei Cigarettes After Sex – proprio sino alla Carpenter, dichiarata “figlia” artistica della Swift. Ad attendere la giovane c’è la follia esposta della Nina di Amanda Seyfried, accogliente e vitale quanto incline a eccessi di crudeltà di cui si tenta di dare la colpa agli ormoni assunti per una fertilità che pare non nella norma – nonostante la piccola figlia Cecelia (Indiana Elle), e nonostante impedisca a Millie di aprire lo sportello/specchio sopra il lavandino, dove sappiamo che gli statunitensi usano mettere gli psicofarmaci. Facciamo poi la conoscenza del marito di Anna, Andrew Winchester (Brandon Sklenar, a sua volta celebre per il ruolo nella serie 1923, gravitante nel vasto universo seriale dello Yellowstone di Jim Sheridan), bello come il sole, dal fisico possente e dal sorriso gentile, caratteristica tanto amata dalla madre che l’uomo quasi venera, e con la stessa devozione che dimostra nell’accudimento dell’evidente precarietà psichica della moglie Nina. Attorno ai protagonisti poi, si muove Enzo, giardiniere e tuttofare incarnato da Michele Morrone (anche lui star del “flop di culto” della saga 365 giorni), davvero poco in scena e quasi del tutto ancillare al racconto, se non per quello sguardo fisso che posa sulla nuova arrivata, come a tenerla d’occhio, a far intendere allo spettatore che non tutto – squilibri mentali a parte – è in realtà tranquillo come lo si crede.

Il problema è proprio che, passati i minuti dell’introduzione dei personaggi, della situazione da insospettabile homeless di Millie e del suo “problemino” con la giustizia (per cui necessita di quel lavoro di governante a cui non può rinunciare), e vista la camera assegnatale – che è del tutto insonorizzata, ha la porta rovinata da evidenti tentativi di forzatura ed è illuminata solo da una minuscola finestrella che non si può aprire – risulta quasi impossibile non immaginare i possibili esiti del tutto, i torbidi segreti che sono dietro a un over acting sin troppo spinto e malmesso della Seyfried, e all’estrema dolcezza e compassione di un Andrew (un marito, e quindi un uomo) da subito sin troppo perfetto per essere vero… E con l’altissimo rischio di azzeccarci quasi in toto. Nel tentativo di ribaltare e problematizzare le succitate prerogative del “genere”, Feig dissemina grossolanamente gli indizi di una troppo facilmente raggiungibile bellezza, di un agio fin troppo a buon mercato, e di un eros da daddy issues – come si suole dire oggi – fin troppo scontato nel trasformarsi in atto consumato all’intermittente luce di un temporale che pare stia per inondare l’intera New York, costruendo un thriller “a tema” che, nella reiterazione forsennata e tanto enfatica del concetto di privilegio (concesso e sottratto a unico arbitrio di chi sta nella posizione di poterlo erogare al “più debole”), finisce per iper-tematizzarsi a scapito della necessaria suspense, demandando a una seconda metà fondata sul disvelamento in flashbacke voce fuori campo la sua intera ragion d’essere. Emerge allora l’autentica anima di un racconto che si muove abilmente tra i confini che dividono la svolta della vita dalla sottomissione senza scampo, tra ruoli sociali e di genere e una dipendenza in fondo tanto cercata, ma solo fino al punto in cui ci si rende conto che questa è in realtà imposta. Ed emergono quindi le qualità degli attori, e la netta superiorità delle trasformistiche abilità della Seyfried, così come prende forma un quadro la cui visione d’insieme era purtroppo fin chiara sin da subito, avendo però posto lo spettatore nel tedioso ruolo di colui che solo ha atteso per circa un’ora e mezzo ciò che già abbondantemente aveva vividamente immaginato.

Nonostante ciò, la regia di Feig è attenta nel mutare registro, a registrare il passaggio tra (forse desiderato) dubbio spettatoriale e consapevolezza, focalizzandosi ora sulle micro-gestualità ad adombrare i ritrovi mondani di menzogna e giudizio, così come enfatizza la tensione tra gli squilibri dei corpi in scena, ovviamente puntando su quello che il personaggio della Sweeney più o meno innocentemente espone, e col merito di non assolutizzarne la resa scenica sotto le aspettative della fama che l’attrice riscuote online proprio per il suo provocante aspetto. Nondimeno risulta diseguale la gestione della recitazione della Seyfried, che – come detto – si muove da una metà all’altra del film su poli espressivi estremizzati per opposizione, evidenza che smorza l’attesa e il dubbio alla pari del celebre oggetto che se mostrato nel primo atto ricoprirà un ruolo nevralgico entro il terzo, o l’oramai immancabile casa di bambole a metaforizzare come il destino dei personaggi sia in mano alle volontà di un oscuro e spietato burattinaio. Non risulta del tutto scontato l’epilogo della relazione tra le due donne protagoniste, così come quello della vicenda della sola Millie getta le basi per un’ipotetica saga di revenge-action al femminile che, nonostante i mediocri esiti di questo film, suggerisce svolgimenti e trovate ben più elettrizzanti di quelle che hanno sostanziato il risultato del sodalizio Feig-McFaden.

Info
Una di famiglia – The Housemaid, il trailer.

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